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da Vatican.va
Ai Familiari dei Ragazzi deceduti a Crans-Montana (Svizzera) (15 gennaio 2026)

Data: Thu, 15 Jan 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

 

Buongiorno a tutti, benvenuti.

Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell’incontrarvi.
Quando ho saputo che da parte vostra qualcuno aveva chiesto questa udienza, subito ho detto: “Sì, troveremo il tempo”.
Volevo almeno avere l’opportunità di condividere un momento che per voi, in mezzo a tanto dolore e sofferenza, è veramente una prova della nostra fede, è una prova di ciò che crediamo.
Uno si domanda tante volte: “Perché, Signore?”.
Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile, proprio nella Messa del funerale dove, invece di fare una predica, il sacerdote parlava come di un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: “Perché, Signore, perché?”.

Questi sono momenti di grande dolore e sofferenza.
Una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza, oppure si trova ricoverata in ospedale per un lungo periodo, con il corpo sfigurato dalle conseguenze di un terribile incendio che ha colpito l’immaginario di tutto il mondo.
E questo nel momento più inaspettato, in un giorno in cui tutti gioivano e festeggiavano per scambiarsi auguri di gioia e felicità.

E cosa dire allora in una circostanza simile? Quale senso dare a tali eventi? Dove trovare una consolazione all’altezza di ciò che provate, un conforto che non sia costituito da parole vane e superficiali, ma che tocchi nel profondo e ravvivi la speranza? Forse c’è solo una parola che sia adeguata: quella del Figlio di Dio sulla croce – a cui siete così vicini oggi –, che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio.
Ma poi, che risposta! Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua.

Io non posso spiegarvi, fratelli e sorelle, perché sia stato chiesto a voi e ai vostri cari di affrontare una tale prova.
L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti.
D’altra parte, il Successore di Pietro che siete venuti a incontrare oggi ve lo afferma con forza e convinzione: la vostra speranza, la vostra speranza non è vana, perché Cristo è veramente risorto! La Santa Chiesa ne è testimone e lo annuncia con certezza.
San Paolo, che lo aveva visto vivo, diceva ai cristiani di Corinto: «Se abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo solo per questa vita, siamo gli uomini più da compatire.
Ma no! Cristo è risorto dai morti, lui, primo risorto tra coloro che si sono addormentati» (1 Cor 15,19.
20).

Cari fratelli e sorelle, nulla potrà mai separarvi dall’amore di Cristo (cfr Rm 8,35), così come i vostri cari che soffrono o che avete perso.
La fede che abita in noi illumina i momenti più bui e più dolorosi della nostra vita con una luce insostituibile, che ci aiuta a continuare coraggiosamente il cammino verso la meta.
Gesù ci precede su questo cammino di morte e risurrezione che richiede pazienza e perseveranza.
Siate certi della sua vicinanza e della sua tenerezza: Egli non è lontano da ciò che state vivendo, al contrario, lo condivide e lo porta con voi.
Allo stesso modo, tutta la Chiesa lo porta con voi.
Siate certi della preghiera di tutta la Chiesa – e della mia preghiera personale – per il riposo dei vostri defunti, per il sollievo di coloro che amate e che soffrono, e per voi stessi che li accompagnate con la vostra tenerezza e il vostro amore.

Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce, Maria, alla Croce, che vedeva il suo Figlio.
Maria Addolorata vi è vicina in questi giorni, ed è a lei che vi affido.
Rivolgete a lei senza riserve le vostre lacrime e cercate in lei il conforto materno che forse solo Maria saprà dare e certamente potrà darvi.
Come Maria, saprete attendere con pazienza, nella notte della sofferenza ma con la certezza della fede, che un giorno, un nuovo giorno sorga; e ritroverete la gioia.

Come segno di conforto e vicinanza, di voler anche condividere con voi questo momento, vi invito a pregare insieme, e imparto a ciascuno di voi, così come a tutti i vostri cari che soffrono, la Benedizione Apostolica.

Preghiamo insieme: Padre Nostro …

E a Maria, Nostra Madre, Madonna dei Dolori, diciamo: Ave Maria …

[Benedizione]

Che la pace e la consolazione della fede vi accompagnino sempre.
Amen.

Udienza Generale del 14 gennaio 2026 - Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 1. Dio parla agli uomini come ad amici

Data: Wed, 14 Jan 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Catechesi.
 I Documenti del Concilio Vaticano II.
Costituzione dogmatica Dei Verbum.
1.
Dio parla agli uomini come ad amici


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Abbiamo avviato il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II.
Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione.
Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia.
Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore.

Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86).
Infatti, un antico motto recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”.
Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio.

Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità.
La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo.

Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato – “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n.
2).
 Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro.
Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore.
La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere.

La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla.
È importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo.
La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro.
Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui.

In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi.

Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore.
Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente.
Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione.
Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui.

La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo.
Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello.
Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française.
Nous venons de commencer le temps liturgique ordinaire, un temps où nous sommes appelés à soigner notre relation d’amitié avec Dieu dans le quotidien de la vie et de nos engagements.
Puissions-nous mettre la prière personnelle au cœur de chacune de nos journées, afin d’entendre la Parole de Dieu résonner en nous et vivre une authentique relation filiale avec Lui.
Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese.
Abbiamo appena iniziato il tempo liturgico ordinario, un periodo in cui siamo chiamati a coltivare il nostro rapporto di amicizia con Dio nella vita quotidiana e nei nostri impegni.
Possiamo mettere la preghiera personale al centro di ogni nostra giornata, per ascoltare la Parola di Dio risuonare in noi e vivere un autentico rapporto filiale con Lui.
Dio vi benedica
.
]

I extend a warm welcome this morning to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from Ireland, Australia, Korea and the United States of America.
Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.
God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, zu Beginn dieses neuen Jahres lade ich euch ein, das Gebet und die Betrachtung des Wortes Gottes zu pflegen und so von Tag zu Tag in der Freundschaft mit dem Herrn zu wachsen.

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, all’inizio di questo nuovo anno vi invito a coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.
Così potremo crescere di giorno in giorno nell’amicizia con il Signore
.
]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Los animo a cultivar la amistad con el Señor, que es fuente de gozo y salvación, dedicando momentos serenos de oración y meditación de la Palabra, para escucharlo y hablar con Él en el silencio y la intimidad del corazón.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿上主以各种恩宠充满你们,并赐给你们祂的平安。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi ricolmi di ogni grazia e vi doni la sua pace.
Vi benedico di cuore
.
]

Uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa.
Obrigado pela vossa presença! Convido-vos a ser assíduos na oração e na escuta da Palavra de Deus.
Somente com uma série de atenções quotidianas para com o Senhor conseguimos crescer na amizade com Ele, aprendendo a amar-nos como Ele nos ama.
Deus vos abençoe!

[Un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua portoghese.
Grazie per la vostra presenza! Vi invito ad essere assidui nella preghiera e nell’ascolto della Parola di Dio.
Soltanto con una serie di quotidiane attenzioni verso il Signore riusciamo a crescere nell’amicizia con Lui, imparando ad amarci come Lui ci ama.
Dio vi benedica!
]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
المَسِيحِيُّ مَدعُوٌّ إلى أنْ يكونَ صَدِيقًا معَ الرَّبِّ يسوع، لأنَّ صَداقَتَنا مَعَهُ هي طَريقُ خلاصِنا.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.
Il cristiano è chiamato ad essere amico del Signore Gesù, perché la nostra amicizia con Lui è la via per la nostra salvezza.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!
]

Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich.
Bóg traktuje nas jako swoich przyjaciół i zaprasza do poznawania Go przez modlitwę i udział w liturgii.
Niech czas waszych ferii zimowych będzie okazją do odkrywania piękna przyjaźni ze Stwórcą oraz z naszymi braćmi i siostrami – przyjaciółmi w wierze.
Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi.
Dio ci tratta come suoi amici e ci invita a conoscerLo attraverso la preghiera e la partecipazione alla liturgia.
Le vostre vacanze invernali siano un’occasione per scoprire la bellezza dell’amicizia con il Creatore e con i nostri fratelli e sorelle, amici nella fede.
A tutti la mia benedizione!
]

* * *

Nel salutare i pellegrini italiani presenti, rivolgo un pensiero particolare ai sacerdoti di diverse Diocesi e ai Vigili del Fuoco di Napoli.

Il mio saluto si estende, poi, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli.
La festa del Battesimo del Signore, che abbiamo celebrato domenica scorsa, ridesti in tutti il ricordo del nostro Battesimo.
Esso costituisca per ciascuno uno stimolo a testimoniare sempre la gioia dell’adesione a Cristo, Figlio prediletto del Padre e nostro Fratello che illumina il cammino della vita.

A tutti la mia benedizione!

Angelus, 11 gennaio 2026, Festa del Battesimo del Signore

Data: Sun, 11 Jan 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, dà inizio al Tempo Ordinario: questo periodo dell’anno liturgico ci invita a seguire insieme il Signore, ascoltare la sua Parola e imitare i suoi gesti d’amore verso il prossimo.
È così, infatti, che confermiamo e rinnoviamo il nostro Battesimo, cioè il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita.

Il Vangelo che oggi ascoltiamo racconta come nasce questo segno efficace della grazia.
Quando si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, Gesù vede «lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui» (Mt 3,16).
Nello stesso tempo, dai cieli aperti si ode la voce del Padre che dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (v.
17).
Allora tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di Lui e, attraverso di Lui, ci viene donato quale forza di salvezza.

Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità.

Ecco perché Giovanni il Battista, pieno di stupore, chiede a Gesù: «Tu vieni da me?» (v.
14).
Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio.
Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare.
Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna.

Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito.
Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza.
Proprio oggi ho battezzato alcuni neonati, che sono diventati nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede: quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male! Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre.
Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo.

Preghiamo insieme la Vergine Maria, chiedendo che sostenga ogni giorno la nostra fede e la missione della Chiesa.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

come ho già accennato, questa mattina – secondo la consuetudine della festa del Battesimo di Gesù – ho battezzato alcuni neonati, figli di dipendenti della Santa Sede.
Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria.
In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni.
La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari.

Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone.
Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società.

In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile.
Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace.

E ora saluto tutti voi, romani e pellegrini presenti oggi in Piazza San Pietro.
Grazie, thank you, muchas gracias!

In particolare saluto il gruppo della Scuola “Everest” di Madrid e l’associazione “Bambini Fratelli” di Guadalajara in Messico: “Dejemos que los niños sueñen”.

A tutti voi auguro una buona domenica!

Battesimo del Signore – Santa Messa e Battesimo di alcuni bambini (11 gennaio 2026)

Data: Sun, 11 Jan 2026 09:30:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle,

quando il Signore entra nella storia, viene incontro alla vita di ciascuno con cuore aperto e umile.
Egli cerca il nostro sguardo con il suo, pieno d’amore, e dialoga con noi rivelandoci il Verbo della salvezza.
Fatto uomo, il Figlio di Dio realizza per tutti una possibilità sorprendente, che inaugura un tempo nuovo e inatteso persino dai profeti.

Se ne accorge subito Giovanni il Battista, che chiede a Gesù: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14).
Come luce nelle tenebre, il Signore si fa trovare lì dove non ce lo aspettiamo: è il Santo tra i peccatori, che vuole abitare in mezzo a noi senza tenere le distanze, anzi, assumendo fino in fondo tutto quel che è umano.
«Lascia fare» risponde Gesù a Giovanni, «perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v.
15).
Quale giustizia? Quella di Dio, che nel battesimo di Gesù opera la nostra giustificazione: nella sua infinita misericordia, il Padre ci fa giusti per mezzo del suo Cristo, l’unico Salvatore di tutti.
Come accade ciò? Colui che viene battezzato da Giovanni nel Giordano fa di questo gesto un segno nuovo di morte e risurrezione, di perdono e comunione.
Ecco il Sacramento che celebriamo oggi per questi vostri bambini: poiché Dio li ama, essi diventano cristiani, nostri fratelli e sorelle.

I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove.
Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede.
Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo.
Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza.

Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli.
Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi.
Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce.

I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino.
Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi.

Ai Giovani della Diocesi di Roma (10 gennaio 2026)

Data: Sat, 10 Jan 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte

Saluto del Santo Padre ai giovani prima dell'incontro

Saluto del Papa ai presenti al Petriano, prima di arrivare in Aula Paolo VI

Discorso del Santo Padre

 

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Saluto del Santo Padre ai giovani prima dell'incontro

Ci salutiamo da qui.
Potrete seguire un po’ sugli schermi.
Vado da qui all’Aula Paolo VI.
Potrete ascoltare un po’… Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente, perché è nell’incontro che ci troviamo bene.

E ci troviamo bene perché siamo tutti fratelli e sorelle in Gesù Cristo, che è il nostro migliore amico.
Grazie per essere qui! Vedo che anche da altri Paesi siete venuti: bienvenidos.

Bene, allora vado avanti: grazie! Cerchiamo insieme di vivere veramente questo spirito di amicizia, di fratellanza, di trovarci insieme, perché sappiamo che quando siamo uniti non c’è difficoltà che non possiamo superare.

Stare soli, tante volte, è soffrire.
Ma quando siamo con gli amici, quando siamo con la famiglia, quando siamo con quelli che ci amano e che ci vogliono bene, possiamo andare avanti.
Abbiate sempre questo coraggio! E che Gesù vi dia sempre la fede, la capacità di dire: “Sì Signore io ti seguo, cammino con te”.
E sappiamo che Gesù sta sempre con noi, sempre cammina con noi.
Dio vi benedica!

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Saluto del Papa ai presenti al Petriano, prima di arrivare in Aula Paolo VI

Benvenuti! Ma voi romani siete veramente coraggiosi e siete venuti in tanti! Grazie, grazie a tutti.
Vi saluto adesso, poi potete seguire sullo schermo e speriamo di vederci, ma è sempre meglio vedersi di persona e non solo negli schermi.
È vero?

È molto importante che noi cerchiamo di costruire rapporti umani, buone amicizie e soprattutto l’amicizia con Gesù.
Tanti auguri a tutti.
Ci vediamo dopo.

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Discorso del Santo Padre

Carissimi giovani, benvenuti!

Saluto anche tutti quelli che sono fuori, al freddo, che stanno seguendo il nostro incontro con gli schemi in Piazza e fuori del Sant’Uffizio.
Davvero, benvenuti tutti! Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita.
Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: “Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?” e poneva la stessa domanda: “Non ti senti solo? Come fai a portare avanti tutto?” E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!

Dopo vi racconterò un po’ ciò che significa trovarci insieme e vivere questo spirito, questo entusiasmo, soprattutto questa fede anche nei momenti difficili, quando ci sentiamo soli, quando non sappiamo come fare.
Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi! E vorrei anche spendere una parola – il cardinale Baldo già ce lo ha detto: è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita.
Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono.
Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore.
Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli!

E un saluto grande a tutti i sacerdoti e le religiose che ci accompagnano questo pomeriggio.
Grazie a voi! Grazie davvero!

Come abbiamo ricordato durante il video, all’inizio, durante l’Anno Santo abbiamo vissuto un momento fortissimo, qui a Roma, con migliaia e migliaia di vostri coetanei provenienti da tutte le parti del mondo.
Persone di ogni lingua e cultura si sono unite nella stessa preghiera, elevando a Dio una lode gioiosa e chiedendo accoratamente la pace tra i popoli.
Ora, in questo appuntamento “vostro” con il Papa, voi giovani romani rinnovate lo spirito di quelle giornate memorabili, impegnandovi a essere non solo pellegrini di speranza, ma suoi testimoni.
E come esserlo davvero?

Per proporre una risposta, qui rispondo un po’ alle parole di Matteo, che ha evidenziato la solitudine di molti giovani, insieme ai sentimenti di delusione, smarrimento e noia che la accompagnano.
Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone.
Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie.
Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo.
Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio.

Eppure in questi momenti di sconforto possiamo affinare la nostra sensibilità.
Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi.
Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta.
La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo.
Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza.

Allora, quando ti senti solo, ricorda che Dio non ti lascia mai.
La sua compagnia diventa la forza per fare il primo passo verso chi è solo, eppure ti sta proprio accanto.
Ognuno resta solo se guarda unicamente a sé stesso.
Invece, avvicinarsi al prossimo ti fa diventare immagine di quel che Dio è per te.
Come Egli porta speranza nella tua vita, così tu puoi condividerla con l’altro.
Vi troverete allora insieme ad essere cercatori di comunione e di fraternità.
E qui vorrei anche sottolineare quanta è stata bella l’accoglienza che voi, come Chiesa di Roma, avete offerto a tanti giovani che sono venuti da tutto il mondo durante il Giubileo.
Davvero è stato grandissimo!

Ma tante volte la solitudine esiste e molti soffrono.
Allora, osservando la solitudine, Salvatore Quasimodo scrisse questi celebri versi: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera».
[1] Quello che sembrerebbe essere un destino senza scampo, in realtà ci chiama a destarci: l’unica terra sostiene tutti gli esseri umani e uno stesso sole illumina ogni cosa.
Il raggio che ci trafigge, cioè entra nelle fenditure dell’animo, non è una luce intermittente, che sorge per poi tramontare, ma il Sole di giustizia, il sole che è Cristo! Egli riscalda il nostro cuore e lo infiamma del suo amore.

È da questo incontro con Gesù che viene la forza di cambiare vita e trasformare la società.
Come notavano Francesca e Michela, davvero la luce del Vangelo rischiara le nostre relazioni: attraverso parole e gesti quotidiani si espande, coinvolgendo ciascuno nel suo calore.
Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio.
Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi! Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere.
Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi.
E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia.
Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!

Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio.
In breve, spero per tutti una vita santa.
Qui vi dico una cosa: sapete che la parola “santa” ha la stessa radice della parola “sana” e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani.
Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi.
E questo dipende anche da voi.
Non abbiate paura di accettare questa responsabilità.
Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita.
Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi (cfr Gv 10,10).
Davanti alle sfide del suo tempo, un altro poeta affascinato da questo dono, Clemente Rebora, esclamava: «Ecco la certa speranza: la Croce.
/ Ho trovato Chi prima mi ha amato / E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco, / Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito, / L’Amore che dona l’Amore, / L’Amore che vive ben dentro nel cuore».
[2] Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! È un amore vero, perché fedele e senza tornaconto.
È un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura.
E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono.
Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso.
Parta da Dio, e sarà santo.

E vorrei invitarvi a ricordare quello che vi dicevo nella grande Veglia del vostro Giubileo: «L’amicizia con Cristo, che sta alla base della fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare.
[…] Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù diventano certamente sincere, generose e vere».
Allora sì «l’amicizia può veramente cambiare il mondo», diventando «strada verso la pace» (Veglia, Tor Vergata, 2 agosto 2025).
E questo mio desiderio corrisponde alle parole di Francesco, che ha accostato due espressioni, all’apparenza contrarie, per descrivere la delusione e il senso di schiavitù che talvolta avvertite.
Ha detto: “siamo persi” e “siamo pieni”.
Rende bene la situazione di chi ha tanto, ma non l’essenziale: sì, un cuore colmo di distrazioni non trova la strada, ma chi la desidera già inizia a liberarsi da ciò che lo blocca.
L’insoddisfazione è eco della verità: non deve spaventarvi, perché mostra bene quale vuoto ingombra la vita, riducendola a strumento in funzione di altro.

Cosa potete “fare di concreto per rompere queste catene”? Anzitutto pregare.
È questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero.
Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza.
Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi.
Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra.

Prendete l’esempio dal canto della più grande poetessa, Maria, Maria Santissima.
Lei ha cantato: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47).
Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa “smettere di temporeggiare e vivere davvero”, come avete detto.
Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore.

Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore.

Grazie a tutti voi di essere venuti! E grazie – grazie davvero! - di amare insieme a me questa nostra Chiesa di Roma! La Chiesa di Roma è viva! E adesso benedico tutti voi, i vostri cari e i vostri amici.
Grazie!

Arrivederci e buon cammino!

_______________________________________________

[1] Cfr S.
Quasimodo, Ed è subito sera, Milano 2016.

[2] Cfr C.
Rebora, Le poesie, Milano 1994.

Ai Collaboratori e Volontari del Giubileo (10 gennaio 2026)

Data: Sat, 10 Jan 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!

[Saluto mons.
Fisichella
]

 

Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

“Quanto bene c’è nel mondo!”.
Prendo queste parole di Sua Eccellenza Mons.
Fisichella, perché voi ne siete la prova: quanto c’è nel mondo! Grazie! Grazie davvero!

Saluto Sua Eccellenza Mons.
Rino Fisichella, le Autorità presenti e i Rappresentanti degli Enti civili ed ecclesiastici che in diversi modi hanno contribuito allo svolgimento del Giubileo della speranza, conclusosi quattro giorni fa.
Una menzione particolare va al Governo della Repubblica Italiana, al Commissario Governativo, al Comune di Roma – in particolare al Signor Sindaco e alla sua struttura organizzativa –, e alla Regione Lazio; come pure alle Forze di Sicurezza, alla Prefettura, che ne ha coordinato il lavoro, alla Protezione Civile e alle numerose Associazioni di volontariato, e all’Agenzia “Giubileo 2000”.
Speciale gratitudine esprimo al Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo, e agli altri Dicasteri coinvolti, alla Gendarmeria Vaticana, al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, alla Prefettura della Casa Pontificia, alle diverse Commissioni – pastorale, culturale, della comunicazione, ecumenica, tecnica, economica –, ai Sacerdoti Confessori, ai rappresentanti delle Diocesi e delle Conferenze Episcopali, agli esperti di varie categorie intervenuti per i singoli eventi e ai cinquemila “Volontari del Giubileo”, di ogni età e provenienza.

A tutti voi esprimo la mia sentita riconoscenza per quanto operato, sia nelle impegnative fasi preparatorie che nel corso di tutto l’Anno giubilare.
Avete dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e organizzazione.
Grazie a voi Roma ha offerto a tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo grande momento di fede.

La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che «la speranza non delude» (Rm 5,5), perché Egli vive e cammina in noi e con noi – nei momenti salienti dell’esistenza come nell’ordinarietà di ogni giorno –, e perché con Lui possiamo arrivare alla meta.
Sant’Agostino scrive, in proposito, che «la speranza è necessaria nella situazione di pellegrini […].
Il viandante, infatti – dice –, quando si affatica nel cammino sopporta la stanchezza appunto perché spera di raggiungere la mèta.
Strappagli la speranza di giungere e immediatamente crollano le possibilità di andare avanti» (Sermo 158, 8).
Con il vostro lavoro voi avete aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della vita con fede rinnovata e propositi di carità (cfr 1Ts 1,2-3).

Vorrei richiamare, in particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e adolescenti di ogni nazione.
È stato bello toccare con mano il loro entusiasmo, essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato, meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure uniti, ordinati (anche grazie al vostro servizio!), desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di grazia, di fraternità, di pace.
Riflettiamo su ciò che ci hanno mostrato.
Tutti, a vari livelli, siamo responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo.
Chiediamoci, allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente bisogno? Cosa li aiuta davvero a maturare e a dare il meglio di sé? Dove possono trovare risposte vere alle domande più profonde che portano nel cuore? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene, all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di San Carlo Acutis e di San Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre.
Teniamo davanti a noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti.

Nella Bolla di indizione dell’Anno Santo, Papa Francesco concludeva il suo forte richiamo alla speranza dicendo: «Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano.
Possa la nostra vita dire loro: “Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore” (Sal 27,14)» (Spes non confundit, 25).
Sia questo il mandato che portiamo con noi, come continuazione feconda del lavoro compiuto, perché i molti semi di bene che, anche grazie al vostro aiuto, il Signore, nei mesi scorsi, ha posto in tanti cuori, possano crescere e svilupparsi.

Al termine di questo incontro, sono contento di poter donare ad ognuno di voi, come piccolo segno di riconoscenza, il Crocifisso del Giubileo: una miniatura della croce con il Cristo glorioso che ha accompagnato i pellegrini.
Vi resti come ricordo di questa esperienza di collaborazione.
E allora vi benedico e vi auguro ogni bene per questo nuovo anno.
Grazie!

Ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno (9 gennaio 2026)

Data: Fri, 09 Jan 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Eccellenze,
Distinti membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori, 

ringrazio anzitutto Sua Eccellenza l’Ambasciatore George Poulides, Decano del Corpo Diplomatico, per le cortesi e deferenti parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi e vi do il benvenuto a questo incontro per scambiarci gli auguri all’inizio del nuovo anno.

Si tratta di un’occasione tradizionale per la vita del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ma che costituisce una novità per me, che da pochi mesi sono stato chiamato a pascere il gregge di Cristo.
Sono perciò lieto di accogliervi stamani e sono grato per la vostra numerosa partecipazione, che quest’anno si è arricchita della presenza dei nuovi Capi Missione residenti di Kazakhstan, Burundi e Belarus’.
Ringrazio le rispettive Autorità governative per la decisione di aprire Rappresentanze diplomatiche presso la Santa Sede a Roma, segno tangibile delle buone e fruttuose relazioni bilaterali.
Attraverso voi tutti, cari Ambasciatori, desidero far giungere il mio saluto benaugurante ai vostri Paesi e condividere uno sguardo sul nostro tempo, così travagliato da un crescente numero di tensioni e di conflitti.

L’anno che si è appena concluso è stato ricco di avvenimenti, a partire da quelli che hanno interessato direttamente la vita della Chiesa, che ha vissuto un intenso Giubileo e ha visto ritornare alla Casa del Padre il mio venerato predecessore, Papa Francesco.
Il mondo intero si è raccolto intorno al suo feretro nel giorno delle esequie, avvertendo il venir meno di un padre, che ha guidato il Popolo di Dio con profonda carità pastorale.

Pochi giorni fa abbiamo chiuso l’ultima Porta Santa, quella della Basilica di San Pietro, che proprio Papa Francesco aveva aperto nella notte di Natale del 2024.
Nel corso dell’Anno Santo, milioni di pellegrini si sono riversati a Roma per compiere il pellegrinaggio giubilare.
Ciascuno è venuto carico del proprio vissuto, di domande e di gioie, come pure di dolori e ferite, per varcare le Porte Sante, simbolo di Cristo stesso, nostro medico celeste, il quale venendo nella carne, ha preso su di sé la nostra umanità per renderci parte della sua vita divina, come abbiamo contemplato nel mistero del Natale da poco celebrato.
Confido che in questo passaggio, molte persone abbiano potuto approfondire o riscoprire il loro rapporto con il Signore Gesù, trovando conforto e rinnovata speranza per affrontare le sfide della vita.

In questa sede, desidero esprimere particolare gratitudine ai romani, che con grande pazienza e senso di ospitalità, si sono fatti carico dei numerosi pellegrini e turisti giunti in Urbe da ogni parte del mondo.
Uno speciale apprezzamento desidero rivolgere al Governo italiano, all’Amministrazione Capitolina e alle Forze dell’Ordine, che si sono adoperate con zelo e precisione perché Roma fosse in grado di accogliere tutti i visitatori, e gli eventi giubilari e quelli successivi alla morte di Papa Francesco potessero svolgersi in serenità e sicurezza.

La Santa Sede e l’Italia condividono non solo la vicinanza geografica, ma soprattutto la lunga storia, di fede e di cultura, che lega la Chiesa a questa splendida Penisola e al suo popolo.
Ne sono un segno anche le eccellenti relazioni bilaterali, suggellate quest’anno dall’entrata in vigore delle modifiche all’Accordo sull’assistenza spirituale delle Forze Armate, che consentirà una maggiore efficacia nell’accompagnamento spirituale delle donne e degli uomini che prestano il loro servizio nelle Forze Armate in Italia e nelle numerose missioni all’estero, come pure la firma dell’Accordo per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, che consentirà la fornitura di energia elettrica alla Città del Vaticano tramite il ricorso a fonti rinnovabili, confermando così il comune impegno in favore del creato.
Sono poi grato per le visite che mi hanno reso le Alte Cariche dello Stato all’inizio del mio Pontificato e per la squisita ospitalità riservatami al Palazzo del Quirinale dal Signor Presidente della Repubblica, al quale desidero far giungere il mio cordiale e riconoscente saluto.

Nel corso dell’anno, raccogliendo l’invito che era stato fatto a Papa Francesco, ho avuto la gioia di poter recarmi in Türkiye e Libano.
Sono grato alle Autorità di entrambi i Paesi per la loro accoglienza.
A İznik in Türkiye, ho avuto modo di commemorare, insieme con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, i 1700 anni del Concilio di Nicea, primo Concilio Ecumenico.
È stata un’importante occasione per rinnovare l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani.
In Libano, ho incontrato un popolo che, nonostante le difficoltà, è pieno di fede e di entusiasmo e ho percepito la speranza proveniente dai giovani, che aspirano a costruire una società più giusta e coesa, rafforzando l’intreccio di culture e di fedi religiose, che rende il Paese dei Cedri unico al mondo.

Cari Ambasciatori

ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.
C.
, Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio.
Come ha osservato Papa Benedetto XVI, si tratta di un’«opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia», [1] che prende spunto da una “narrazione” – diremmo in termini contemporanei – che andava diffondendosi: «I pagani, ancora numerosi in quel tempo, ed anche non pochi cristiani pensano che il Dio della nuova religione e gli stessi Apostoli avevano mostrato di non essere in grado di proteggere la città.
Ai tempi delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici.
Adesso, con il Dio dei cristiani, questa grande città non appariva più sicura».
[2]

Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti.
Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero.
Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.

Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte.
Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali.
Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano.
La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione.
Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici.
In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia.
In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria.
Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile.

La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli.
Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista.

Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali.
Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.
[3]

Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo.
A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati.
La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando.
È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui.
Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé «nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini», [4] ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio.
Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.

D’altronde, come nota Sant’Agostino, «non v’è chi non voglia avere la pace.
Anche quelli che vogliono la guerra non vogliono altro che vincere, desiderano quindi con la guerra raggiungere una pace gloriosa.
La vittoria, infatti, non è altro che il soggiogamento di coloro che oppongono resistenza e quando questo si sarà verificato, vi sarà la pace.
[…] Anche quelli i quali vogliono che sia rotta la pace, nella quale vivono, non odiano la pace ma desiderano che sia trasmessa al loro libero potere.
Dunque, non vogliono che non vi sia la pace ma che vi sia quella che essi vogliono».
[5]

È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato.
Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile.

Vorrei richiamare particolarmente l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici.
Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso.
Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione.
Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale.
La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale.

In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali.
In un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche l’organizzazione dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto.
Si rendono pertanto necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli.

Lo scopo del multilateralismo è, dunque, offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale.
Tuttavia, per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano.
Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo.
Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro.
Egli osserva che «i muti animali, anche se di specie diversa, s’intendono più facilmente di loro, sebbene entrambi siano uomini.
Infatti, poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l’uno all’altro i propri pensieri, una grande affinità di natura non giova nulla per stabilire rapporti al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo».
[6]

Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui.
Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari.
Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe.
Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti.
Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.

Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione.
Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità.
Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano.

Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza.
In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari.
L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi.
In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani.
Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale.

Parimenti, rischia di essere compressa la libertà religiosa, che – come ricordava Benedetto XVI – è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona.
[7] I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto.

Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose.
In occasione del 60° anniversario della promulgazione della Dichiarazione Nostra aetate, uno dei frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche.

Nella medesima circostanza commemorativa, l’incontro con i rappresentanti di altre religioni mi ha consentito di rinnovare l’apprezzamento per il cammino fatto negli ultimi decenni lungo la strada del dialogo interreligioso, perché in ogni ricerca religiosa sincera, c’è «un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione».
[8] In tal senso, chiedo alla comunità degli Stati di garantire piena libertà di religione e di culto a tutti i rispettivi cittadini.

Non si può, tuttavia, tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede.
Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso.
Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un “privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale.

In questa sede, desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico.

Non va tuttavia trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia.

Nell’ambito delle sue relazioni e azioni a livello internazionale, la Santa Sede assume costantemente una posizione in difesa della dignità inalienabile di ogni persona.
Non si può dunque tralasciare, ad esempio, che ogni migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto.
Non tutti i migranti, poi, si spostano per scelta, ma molti sono costretti a fuggire a causa di violenze, persecuzioni, conflitti e persino per l’effetto dei cambiamenti climatici, come in diverse parti dell’Africa e dell’Asia.
In quest’anno, in cui peraltro si celebra il 75° anniversario dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, rinnovo l’auspicio della Santa Sede che le azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati.

Le medesime considerazioni valgono per i detenuti, i quali non possono mai essere ridotti alla stregua dei crimini che hanno commesso.
In questa occasione, desidero esprimere viva riconoscenza a quei Governi che hanno risposto positivamente all’appello del mio venerato Predecessore in favore di gesti di clemenza nel corso dell’Anno giubilare, esprimendo l’auspicio affinché lo spirito del Giubileo ispiri in modo permanente e strutturale l’amministrazione della giustizia così che le pene siano proporzionate ai reati commessi, siano garantite condizioni dignitose ai reclusi, soprattutto ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte, provvedimento che annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento.
[9] Non possiamo poi dimenticare la sofferenza di tanti detenuti per motivi politici, presenti in molti Stati.

D’altronde, nella prospettiva cristiana, l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, che, «chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore» [10].
Tale vocazione si manifesta in modo privilegiato e unico all’interno della famiglia.
È in questo contesto che si apprende ad amare e si sviluppa la capacità di mettersi al servizio della vita, contribuendo così allo sviluppo della società e alla missione della Chiesa.

Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali.
Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale.
Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica.

La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente.
Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità.
La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio.

È alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo.
Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita.
In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie.
L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita.

Allo stesso modo, vi è la maternità surrogata, che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia.

Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere.
È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.

Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze.
Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga.
Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro.

Alla luce di tali sfide, occorre ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano.
Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla.

Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani.
Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione.
Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.

Signori Ambasciatori,

se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio.
Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini.
Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, [11] che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile.
Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena.
[12] Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi».
[13]

L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo.
Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio.
Come ho avuto modo di ricordare nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, «si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura», [14] aprendo così la strada alla logica dello scontro, prodromo di ogni guerra.

Lo vediamo in numerosi contesti, a partire dal protrarsi della guerra in Ucraina, con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile.
Dinanzi a tale drammatica situazione, la Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate-il-fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace.
Alla Comunità internazionale rivolgo un pressante appello affinché non venga meno l’impegno nel perseguire soluzioni giuste e durature a tutela dei più fragili e per ridare speranza alle popolazioni colpite, rinnovando la piena disponibilità della Santa Sede ad accompagnare ogni iniziativa che favorisca la pace e la concordia.

Allo stesso modo, lo vediamo in Terra Santa, dove, nonostante la tregua annunciata ad ottobre, la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria, che aggiunge ulteriore sofferenza a quelle già vissute.
La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature nella propria terra, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano.
In particolare, la soluzione a due Stati permane la prospettiva istituzionale che viene incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, mentre si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra.

Viva preoccupazione desta anche l’acuirsi delle tensioni nel Mar dei Caraibi e lungo le coste americane del Pacifico.
Desidero rinnovare un pressante appello a cercare soluzioni politiche pacifiche alla presente situazione, avendo a cuore il bene comune delle popolazioni e non la difesa di interessi di parte.

Ciò vale in particolare per il Venezuela, in seguito ai recenti sviluppi.
Rinnovo, al riguardo, l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia, trovando ispirazione nell’esempio dei suoi due figli che ho avuto la gioia di canonizzare nell’ottobre scorso, José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles, per costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni.

Altre crisi costellano il panorama mondiale.
Mi riferisco anzitutto alla drammatica situazione ad Haiti, segnata da ogni genere di violenza, dalla tratta di esseri umani, a esili forzati e sequestri.
Al riguardo, esprimo l’auspicio che, con il necessario e concreto sostegno della Comunità internazionale, il Paese possa quanto prima compiere i passi necessari per ristabilire l’ordine democratico, porre fine alla violenza e raggiungere la riconciliazione e la pace.

Né possiamo dimenticare la situazione che interessa da decenni la regione africana dei Grandi Laghi, in preda a violenze che hanno mietuto numerose vittime.
Incoraggio le parti in causa a ricercare una soluzione definitiva, giusta e duratura, che ponga fine ad un conflitto durato ormai da troppo tempo.
Allo stesso modo penso alla situazione in Sudan, trasformato in un esteso campo di battaglia, e alla perdurante instabilità politica nel Sud Sudan, il Paese più giovane in seno alla famiglia delle nazioni, sorto in seguito al referendum di quindici anni fa.

Non possiamo tralasciare di menzionare anche l’intensificarsi dei segnali di tensione nell’Asia orientale, esprimendo l’auspicio che tutte le parti coinvolte adottino un approccio pacifico e dialogante di fronte alle questioni contese che sono fonte di potenziale conflitto.

Un pensiero particolare rivolgo alla grave crisi umanitaria e di sicurezza che affligge il Myanmar, ulteriormente aggravata dal devastante terremoto del marzo scorso.
Con rinnovata intensità rivolgo il mio appello affinché si scelgano con coraggio le vie della pace e del dialogo inclusivo, garantendo a tutti un accesso giusto e tempestivo agli aiuti umanitari.
I percorsi democratici, per essere autentici, devono accompagnarsi alla volontà politica di perseguire il bene comune, di rafforzare la coesione sociale e di promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona.

In molti di questi scenari, notiamo, come rileva lo stesso Agostino, che al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza.
D’altronde, la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza.
Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari.
In particolare, penso all’importante seguito da dare al Trattato New START, in scadenza il prossimo mese di febbraio.
Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale.
Quest’ultima è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana.

Cari Ambasciatori

Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile.
Essa, come ricorda Agostino, «è il fine del nostro bene», [15] poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena.
Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio.
L’umiltà della verità e il coraggio del perdono.
Nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto.

E a ben vedere, non mancano neanche nel nostro tempo segni di coraggiosa speranza, che devono essere costantemente sostenuti.
Penso ad esempio agli Accordi di Dayton, che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina e che, nonostante le difficoltà e le tensioni, hanno aperto la possibilità ad un futuro più prospero e armonioso.
Penso pure alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti.
Per analogia penso all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese.
Sono tutti germogli di pace, che necessitano di essere coltivati.

Il prossimo mese di ottobre, ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica.
La sua vita è luminosa perché animata dal coraggio della verità e dalla consapevolezza che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile, proteso alla città celeste.
Un cuore umile e costruttore di pace è quanto auguro a ciascuno di noi e ad ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno.

Grazie.
 


 


[1] Benedetto XVI, Catechesi (20 febbraio 2008).

[2]  Ibid.

[3] Cfr Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze (10 novembre 2015).

[4] S.
Paolo VI, Lett.
enc.
Populorum progressio (26 marzo 1967), 76: AAS 59 (1967), 294-295.

[5] S.
Agostino,  De Civ.
Dei
, XIX, 12.
1.

[6] S.
Agostino, De Civ.
Dei
, XIX, 7.

[7] Benedetto XVI, Discorso in occasione della presentazione degli auguri al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2012.

[8]  Catechesi (29 ottobre 2025).

[9] Cfr Francesco, Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 “Spes non confundit” (9 maggio 2024), 10: AAS 116 (2024), 654-655.

[10] S.
Giovanni Paolo II, Esort.
ap.
Familiaris consortio (22 novembre 1981), 11: AAS 74 (1982), 91.

[11] Cfr S.
Agostino, De Civ.
Dei
, XIX, 13.

[12]  Ibid.
, XIV, 28.

[13]  Ibid.
, XIX, 4.
4.

[14]  Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace (8 dicembre 2025).

[15] S.
Agostino, De Civ.
Dei
, XIX, 11.

Feria del Tempo di Natale: Concistoro Straordinario – Santa Messa (8 gennaio 2026)

Data: Thu, 08 Jan 2026 19:30:00 +0100 leggi alla fonte

«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7).
La Liturgia ci propone questa esortazione mentre celebriamo il Concistoro straordinario: momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa.

Come sappiamo, la parola Concistoro, Consistorium, “assemblea”, può essere letta alla luce della radice del verbo consistere, cioè “fermarsi”.
E in effetti tutti noi ci siamo “fermati” per essere qui: abbiamo sospeso per un certo tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo.
Questo è già in sé un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo.
Ricorda infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa, per non rischiare di correre alla cieca o di battere l’aria invano, come ammonisce l’apostolo Paolo (cfr 1Cor 9,26).
Noi non siamo infatti qui a promuovere “agende” – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera «quanto il cielo sovrasta la terra» (Is 55,9) e che può venire solo dal Signore.

Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo ogni nostro desiderio e pensiero sull’Altare, assieme al dono della nostra vita, offrendolo al Padre in unione al Sacrificio di Cristo, per riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato, per grazia, in un unico Pane.
Solo così, infatti, sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti.

Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è infatti chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto.

Del resto, l’Amore di Dio di cui siamo discepoli e apostoli è Amore “trinitario”, “relazionale”, fonte di quella spiritualità di comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuol essere casa e scuola (cfr Lett.
ap.
Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, 43).
San Giovanni Paolo II, auspicandone la crescita agli inizi del terzo millennio, la definiva come uno «sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto» (ibid.
).

Il nostro “fermarci”, allora, è anzitutto un grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del mondo.
Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio (cfr Mt 25,14-30).

San Leone Magno insegnava che «è cosa grande e molto preziosa al cospetto del Signore quando tutto il popolo di Cristo si applica insieme agli stessi doveri, e tutti i gradi e tutti gli ordini […] collaborano con un medesimo spirito […].
Allora – diceva – si nutrono gli affamati, si vestono gli ignudi, si visitano gli infermi, e nessuno cerca i propri interessi, ma quelli altrui» (Sermoni, 88, 4).
Questo è lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti (cfr Ef 4,11-13), svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui (cfr S.
Leone Magno, Sermoni, 88,5).

Da due millenni la Chiesa incarna questo mistero nella sua poliedrica bellezza (cfr Francesco, Lett.
enc.
Fratelli tutti, 280).
Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di grazia e di fede che ci raccoglie e affratella.

Certo anche noi, davanti alla “grande folla” di una umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità, alle parole del Maestro: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), possiamo sentirci come i discepoli: inadeguati e privi di mezzi.
Gesù, però, torna a ripeterci: «Quanti pani avete? Andate a vedere» (Mc 6,38), e questo possiamo farlo insieme.
Non sempre, infatti, riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare.
Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario (cfr Mc 6,42).

Carissimi, ciò che offrite alla Chiesa nel vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è grave e onerosa.

Per questo vi ringrazio di cuore, e vorrei concludere affidando i nostri lavori e la nostra missione al Signore con le parole di Sant’Agostino: «Molte grazie accordi alle nostre preghiere; anche quelle che abbiamo ricevute prima di pregare sono un dono tuo, ed anche il riconoscerle dopo averle ricevute è un dono tuo […].
Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l’uomo» (Confessiones, 10, 31, 45).
Perciò ti diciamo: «Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi» (ibid.
).

Conclusione del Concistoro straordinario (8 gennaio 2026)

Data: Thu, 08 Jan 2026 19:00:00 +0100 leggi alla fonte

Quando ciascuno di noi è stato eletto Cardinale, il Santo Padre lo ha incaricato di essere “intrepido testimone di Cristo e del suo Vangelo nella Città di Roma e nelle regioni più lontane” (cfr Rito per la creazione dei Cardinali).
Tale missione è davvero il nucleo, l’essenza di ciò che tutti noi ci impegniamo a fare.
Questo Concistoro ha rappresentato un momento privilegiato per esprimere la missione della Chiesa e per farlo insieme, in comunione.
Nel corso di questo ultimo giorno e mezzo, lo Spirito Santo ha manifestamente elargito con generosità i suoi doni multiformi.
Sono profondamente grato per la vostra presenza e per la vostra partecipazione, tutte orientate a sostenermi nel mio servizio di successore di Pietro.
Sono grato ai più anziani tra voi, che hanno fatto lo sforzo di venire: la loro testimonianza è davvero preziosa! Al tempo stesso sono vicino anche, e in modo particolare, ai Cardinali di varie parti del mondo che, per diverse ragioni, non sono potuti venire.
Siamo con voi e vi sentiamo vicini!

Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave.
Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno.
Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio.
Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio.
Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi.
Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni.
E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri.

Riprenderò più concretamente, alla fine di questo intervento, qualche idea su come potremmo continuare.
Ma prima vorrei riprendere alcuni degli spunti che sono emersi in queste giornate.
Forse cominciando da parole che sono state dette più volte anche in questa ultima sessione.

Trovare Cristo al centro della nostra missione.
Proclamare il Vangelo, tutti lo sappiamo bene: Gesù Cristo è al centro.
Vogliamo annunciare la sua Parola, e quindi l’importanza di vivere davvero anche noi stessi una vita spirituale autentica che può essere testimonianza nel mondo di oggi.

I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio.
Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio.
Vi incoraggio a farlo.
Ho scelto questo tema, come sapete – i documenti e l’esperienza del Concilio –, per le udienze pubbliche di quest’anno.
E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa.
 Evangelii gaudium e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino.

E vorrei dire anche che, allo stesso tempo, gli altri due temi che sono stati proposti, ma non necessariamente centrali in questi due giorni di lavoro, sono fortemente connessi agli altri temi e al Concilio.
Non sono stati dimenticati e non saranno dimenticati.
Il Cardinal Semeraro ha ben ricordato il legame tra sinodalità ed Eucaristia.
Tra l’altro, un gruppo di studio legato all’Assemblea sinodale sta proprio approfondendo questo tema.
Il Card.
Castillo ha ora parlato dell’Assemblea del 2028.
Certamente il lavoro in corso con la Segreteria del Sinodo continua con i gruppi di studio.

Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare.
Per questo i legami tra noi sono importanti.
Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali.
Anche queste però non devono diventare riunioni “in più” da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria.

Poi ci ricolleghiamo con l’altro tema: il lavoro dei Dicasteri nello spirito di Praedicate Evangelium, con il loro servizio al Santo Padre e alle Chiese particolari.
 La Praedicate Evangelium mette in evidenza l’esigenza di «meglio armonizzare l’esercizio odierno del servizio della Curia col cammino di evangelizzazione, che la Chiesa, soprattutto in questa stagione, sta vivendo» (I, 3).
In questa prospettiva, vi ribadisco il mio impegno a fare la mia parte e offrire a voi e alla Chiesa intera una struttura di relazioni e di servizio, capace di supportare e appoggiare voi e le Chiese locali, per affrontare insieme con maggiore pertinenza e incisività le attuali sfide della missione.

Avete parlato, per proseguire questo cammino, dell’importanza della formazione.
Formazione all’ascolto, formazione a una spiritualità dell’ascolto.
In particolare – avete sottolineato – nei seminari, ma anche per i Vescovi!

Qui – anche se non è stato un tema di dialogo specifico del nostro incontro – voglio menzionare il problema, che ancora oggi è veramente una ferita nella vita della Chiesa in tanti luoghi, che è precisamente la crisi a causa degli abusi sessuali.
Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori.
Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate.
L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori.
Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla.
E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante.

La formazione di tutti.
La formazione nei seminari, dei sacerdoti, dei vescovi, dei laici collaboratori dev’essere radicata nella vita ordinaria e concreta della Chiesa locale, delle parrocchie e di tanti altri luoghi significativi dove si incontrano le persone, in particolare quelle che soffrono.
Come avete visto qui, non bastano uno o due giorni e neppure una settimana per entrare a fondo in un tema così da viverlo.
Sarebbe importante quindi che il nostro modo ordinario di lavorare insieme sia occasione di formazione e crescita per coloro con cui lavoriamo, a tutti i livelli, da quello parrocchiale alla Curia Romana.
Un esempio di dove si può crescere ordinariamente in uno stile sinodale sono le visite pastorali; e anche tutti gli organismi di partecipazione sono da rivitalizzare.

Ma tutto questo è collegato al cammino di implementazione del Sinodo, che prosegue e avrà una tappa fondamentale nell’Assemblea ecclesiale programmata per il 2028.
Vi incoraggio ad essere fermento di questo cammino.
È un cammino per la missione della Chiesa, un cammino al servizio dell’annuncio del Vangelo di Cristo.

Ecco, cari Confratelli.
Queste però sono solo prime risonanze a quanto ho sentito da voi.
Il confronto è destinato a proseguire.
Vi invito di nuovo a trasmettere per iscritto le vostre valutazioni su tutti e quattro i temi, sul Concistoro nel suo insieme e sul rapporto dei Cardinali con il Santo Padre e con la Curia Romana.
Anch’io mi riservo di leggere con calma relazioni e messaggi personali e poi, più avanti, darvi un feedback, una risposta e continuare il dialogo.

Vorrei già proporre che la nostra prossima occasione per il Concistoro possa essere in prossimità della Solennità dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno.
 E vorrei suggerire così che, per quest’anno, facciamo una seconda volta due giorni, pensando poi per il futuro di continuare gli incontri, però forse di più giorni, una volta all’anno: tre o quattro giorni, come qualche gruppo ha suggerito.
Un primo giorno di riflessione, di preghiera, di incontro, poi due o tre giorni di lavoro.
Però per quest’anno continueremmo in questo modo.

Per continuare, in ordine all’aiuto che sinceramente credo che voi potete offrire, pensiamo al prossimo Concistoro di giugno.
Qui voglio aggiungere, se ci sono alcuni di voi che hanno difficoltà a motivo, diciamo, delle risorse economiche, parlate.
E penso che anch’io, anche noi, possiamo vivere un po’ di solidarietà gli uni con gli altri, e ci saranno maniere, con persone generose che aiuteranno.

Bene.
Al termine di questo Concistoro, desidero ribadire quanto affermato nell’omelia dell’Epifania: «Dio si rivela e nulla può restare fermo.
Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9).
È questa la speranza che ci viene donata.

Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo.
E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo.
Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante tante Chiese locali.
E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro.
Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra.

Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano.

È la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso.
È veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!

E ora preghiamo gli uni per gli altri, come il Santo Padre ha pregato per noi nel giorno in cui ci ha creato Cardinali: “Concedi con la tua grazia ciò che la debolezza umana non può raggiungere, affinché questi tuoi servi, edificando continuamente la tua Chiesa, risplendano per integrità di fede e purezza di spirito” (cfr Rito della creazione di nuovi Cardinali).
E possa San Pietro intercedere per noi, mentre, in spirito collegiale, cerchiamo di servire la sua Barca, la Chiesa!

Concistoro straordinario (7 gennaio 2026)

Data: Wed, 07 Jan 2026 16:00:00 +0100 leggi alla fonte

Discorso del Santo Padre

Parole a braccio del Santo Padre alla fine della prima sessione del Concistoro Straordinario

_____________________________

Carissimi Fratelli,

sono molto lieto di accogliervi e di darvi il benvenuto.
Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo.

Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero.

Nella Liturgia è risuonato l’appello sempre commovente del profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te.
Perché, ecco, la tenebra ricopra la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,1-3).

Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II.
Leggo per intero il primo paragrafo: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa.
E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale.
Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo» (Lumen gentium, 1).

Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa – e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo.
Ciò che Isaia annunciava “in figura”, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti.

I pontificati di San Paolo VI e quello di San Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza.

I Papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola: attrazione.
Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: «La Chiesa non fa proselitismo.
Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore».
Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti.

Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi.
E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione.
In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.
È significativo che Papa Francesco, che ha iniziato con Evangelii gaudium «sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale», abbia concluso con Dilexit nos «sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo».

San Paolo scrive: « Caritas Christi urget nos» ( 2Cor 5,14).
Il verbo sunechei dice che l’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince.
Ecco la forza che attrae tutti a Cristo, come Lui stesso profetizzò: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» ( Gv 12,32).
Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi.
Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede.
[1]

L’unità attrae, la divisione disperde.
Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo.
Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».
E aggiunge: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35).
Commenta Sant’Agostino: «Per questo ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda.
Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo» (Omelia 65 sul Vangelo di Giovanni, 2).

Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere.
Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali.
Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa.
Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità.

Oggi, in un certo senso, continuiamo il memorabile incontro che insieme a molti di voi ho potuto avere subito dopo il Conclave, con «un momento di comunione e di fraternità, di riflessione e di condivisione, volto a sostenere e consigliare il Papa nella gravosa responsabilità del governo della Chiesa universale» (Lettera di convocazione del Concistoro straordinario, 12 dicembre 2025).

In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: Evangelii gaudium, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; Praedicate Evangelium, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana.
Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica.

Tutti i 21 gruppi contribuiranno alla scelta che faremo, ma, poiché per me è più facile chiedere consiglio a coloro che lavorano nella Curia e vivono a Roma, i gruppi che riferiranno saranno i 9 provenienti dalle Chiese locali.

Sono qui per ascoltare.
Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto.
Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità.
«Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione.
Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, Discorso nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015).

Questa nostra giornata e mezza insieme sarà una prefigurazione del nostro cammino futuro.
Non dobbiamo arrivare a un testo, ma portare avanti una conversazione che mi aiuti nel mio servizio per la missione della Chiesa tutta.

Domani tratteremo i due argomenti scelti, con la seguente domanda-guida:

Guardando al cammino dei prossimi uno o due anni, quali attenzioni e priorità potrebbero orientare l’azione del Santo Padre e della Curia sulla questione?

Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere.
I saggi antichi romani dicevano: Non multa sed multum! E in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato.
Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro.

Carissimi, fin da ora rendo grazie a Dio per la vostra presenza e i vostri contributi.
Ci assista sempre la Vergine Maria, Madre della Chiesa.

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[1] Cfr H.
U.
von Balthasar, Glaubhaft ist nur Liebe, Johannes Verlag, Einsiedeln 1963.

_____________________


Parole “a braccio” del Santo Padre al termine della prima sessione del Concistoro straordinario

Di nuovo buonasera, e tante grazie per tutto il lavoro svolto già in questa prima sessione.

Vorrei cominciare solo ripetendo le parole di uno dei segretari, il primo che ha parlato, che ha suggerito che il cammino è stato tanto importante quanto la conclusione del lavoro al tavolo.
Vorrei partire da lì per dire per prima cosa grazie di essere qui! Penso che sia molto importante la partecipazione di tutti voi a questa esperienza come Collegio dei Cardinali della Chiesa, che offre non solo a noi – non è per noi –, offre alla Chiesa e al mondo una certa testimonianza della volontà, del desiderio, riconoscendo il valore di trovarci insieme, di fare il sacrificio di un viaggio – per alcuni di voi molto lungo –, per venire a stare insieme e poter cercare insieme ciò che lo Spirito Santo vuole per la Chiesa oggi e domani.
Quindi per questo veramente penso che sia importante, anche se è un tempo brevissimo, però è un tempo molto importante anche per me, perché sento, sperimento la necessità di poter contare su di voi: siete voi che avete chiamato questo servitore a questa missione! Allora, vorrei dire, penso che sia importante che lavoriamo insieme, che discerniamo insieme, che cerchiamo ciò che lo Spirito ci chiede.

Se mi permettete, ripeto alcune parole dell’omelia di ieri nella festa dell’Epifania.
Molti di voi eravate presenti, però lo dico di nuovo.
«Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa?».
Io sono convinto di sì, certamente.
Questi mesi, se non l’avessi vissuto prima, certamente ho avuto tantissime belle esperienze della vita della Chiesa.
Però la domanda è lì: c’è vita nella nostra Chiesa? «C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?».
Non possiamo chiuderci e dire: “Tutto è già fatto, finito, fate come sempre abbiamo fatto”.
C’è veramente un cammino e con il lavoro di questi giorni stiamo camminando insieme.

«Nel racconto Erode teme per il suo trono; si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo, prova ad approfittare del desiderio dei Magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio».
Erode «è pronto a mentire, è disposto a tutto.
La paura, infatti, accieca.
La gioia del Vangelo, invece, libera.
Rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse».
Questo [incontro] per me è una delle tante espressioni in cui possiamo veramente vivere un’esperienza della novità della Chiesa.
Lo Spirito Santo è vivo e presente anche fra di noi.
Quanto è bello trovarci insieme nella barca! Quell’immagine che il Cardinale Radcliffe ci ha offerto nella sua riflessione questo pomeriggio, come per dire: stiamo insieme.
Ci può essere qualcosa che ci fa paura; c‘è il dubbio: ma dove andiamo?, come andremo a finire? Però se mettiamo la fiducia nel Signore, nella sua presenza, possiamo fare tanto.

Grazie per le scelte.
È abbastanza chiara, penso, la scelta di tutti i tavoli per grande maggioranza.
E mi sembra molto importante anche, dagli altri commenti fatti, che non si può separare un tema dall’altro.
Infatti c’è molto che potremo vedere insieme.
Però vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri.
La ragion d’essere della Chiesa non è per i cardinali né per i vescovi né per il clero.
La ragion d’essere è annunciare il Vangelo.
E quindi questi due temi: Sinodo e sinodalità, come espressione del cercare come essere una Chiesa missionaria nel mondo di oggi, ed Evangelii Gaudium, annunciare il kerygma, il Vangelo con Cristo al centro.
Questa è la nostra missione.

E quindi vi ringrazio.
Questo ci aiuterà a organizzarci per il lavoro di domani nelle due sessioni.
Gli altri temi non vanno perduti.
Ci sono questioni molto concrete, specifiche, che ancora dobbiamo vedere.
Spero che ognuno di voi si senta veramente libero di comunicare con me o con altri, e continueremo questo processo di dialogo e discernimento.

Allora, nient’altro.
Grazie per questo servizio.
Non so se ho superato i tre minuti.
È stato molto cortese il moderatore! Buona serata e ci vediamo domani mattina.

Udienza Generale del 7 gennaio 2026 - Catechesi. Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti. Catechesi introduttiva

Data: Wed, 07 Jan 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Catechesi.
Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti.
Catechesi introduttiva
 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dopo l’Anno giubilare, durante il quale ci siamo soffermati sui misteri della vita di Gesù, iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti.
Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale.
San Giovanni Paolo II, alla fine del Giubileo del 2000, affermava così: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX» (Lett.
ap.
Novo millennio ineunte, 57).

Insieme all’anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025 abbiamo ricordato i sessant’anni dal Concilio Vaticano II.
Anche se il tempo che ci separa da questo evento non è tantissimo, è altrettanto vero che la generazione di Vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c’è più.
Pertanto, mentre avvertiamo la chiamata di non spegnerne la profezia e di cercare ancora vie e modi per attuarne le intuizioni, sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto.
Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa.
Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» (Primo messaggio dopo la Messa con i Cardinali elettori, 20 aprile 2005).

Quando il Papa San Giovanni XXIII aprì l’assise conciliare, l’11 ottobre del 1962, ne parlò come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa.
Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalla Chiese di tutti i continenti, in effetti spianò la strada per una nuova stagione ecclesiale.
Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama  a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio.
Al tempo stesso, ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna.

Grazie al Concilio Vaticano II, «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (S.
Paolo VI, Lett.
enc.
Ecclesiam suam, 67), impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà.

Questo spirito, questo atteggiamento interiore, deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l’azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace.
Mons.
Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, da Vescovo di Vittorio Veneto, all’inizio del Concilio scrisse profeticamente: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa.
[…] Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse».
[1] Riscoprire il Concilio, dunque, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a «ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati» ( Omelia nel 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 2022).

Fratelli e sorelle, quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento; egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro: «Il passato: perché è qui riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi.
[.
.
.
] Il presente: perché noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù.
[.
.
.
] L’avvenire, infine, è là, nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro» (S.
Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965).

Anche per noi è così.
Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace.

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[1] A.
Luciani – Giovanni Paolo I, Note sul Concilio, in Opera omnia, vol.
II, Vittorio Veneto 1959-1962.
Discorsi, scritti, articoli
, Padova 1988, 451-453.

_________________________

Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, particulièrement les pèlerins provenant de Côte d’Ivoire et de France.
En cette fin de d’année jubilaire, conscients d’avoir vécu un temps de grâce, ne laissons pas s’éteindre l’espérance qui nous habite, mais qu’elle nous porte à la rencontre de tous les hommes pour leur annoncer la bonne nouvelle du Salut.
Que Dieu vous bénisse !

[Rivolgo un cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalla Costa d’Avorio e dalla Francia.
Alla fine dell’anno giubilare, consapevoli di aver vissuto un tempo di grazia, non lasciamo che la speranza che ci ha animato si spenga, ma rimanga sempre un criterio di orientamento che ci guiderà all’incontro con l’umanità per portarle la buona novella del Vangelo.
Dio vi benedica!
]

I extend a warm welcome this morning to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Ireland, Australia, Canada and the United States of America.
To all of you and your families, I offer my prayerful good wishes for a blessed Christmas season and a new year filled with joy and peace.
God bless you all!  

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, nachdem das Heilige Jahr gestern mit der Schließung der Heiligen Pforte zu Ende gegangen ist, wollen wir dem Herrn für die Gnaden danken, die er uns in dieser besonderen Zeit geschenkt hat.
Sie mögen uns helfen, auch im neuen Jahr hoffnungsvoll unseren Glaubensweg zu gehen.

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, avendo ieri concluso l’Anno Giubilare con la chiusura della Porta Santa, ringraziamo il Signore per le grazie che ci ha elargito in questo periodo privilegiato.
Ci aiutino a progredire anche nell’anno nuovo con speranza nel nostro cammino di fede
.
]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Los invito a redescubrir juntos el Magisterio del Concilio Vaticano II para valorar su profecía y actualidad; para acoger la rica tradición de la vida de la Iglesia; para interrogarnos sobre el presente y para renovar la alegría de llevar al mundo el Evangelio del Reino de Dios, que es un Reino de amor, de justicia y de paz.
Que el Señor los bendiga.
Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿新的一年为你们和你们的家庭带来平安与安祥,我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, l’Anno Nuovo porti pace e serenità a voi e alle vostre famiglie.
Vi benedico di cuore
.
]

Dirijo uma saudação cordial a todos os peregrinos de língua portuguesa, especialmente aos provedores das Santas Casas de Misericórdia da Diocese de Bragança-Miranda, em Portugal.
Queridos irmãos e irmãs, rezemos ao Senhor para que os frutos espirituais do Jubileu recentemente concluído sustentem o testemunho dos cristãos, chamados a ser promotores da justiça e da paz na santidade.
Deus vos abençoe!

[Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, specialmente ai responsabili delle Sante Case di Misericordia provenienti dalla Diocesi di Bragança-Miranda, in Portogallo.
Cari fratelli e sorelle, preghiamo il Signore affinché i frutti spirituali del Giubileo appena concluso sostengano la testimonianza dei cristiani, chiamati a essere promotori di giustizia e di pace nella santità.
Dio vi benedica!
]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
المسيحيُّ مدعوٌّ إلى أنْ يَنطَلِقَ بِفَرَحٍ لِحَملِ إنجيلِ ملكوتِ الله، ملكوتِ المحبَّةِ والعدلِ والسَّلام، إلى كلِّ العالَم.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.
Il cristiano è chiamato a partire con gioia per portare il Vangelo del Regno di Dio, Regno di amore, di giustizia e di pace, a tutto il mondo.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!
]

Serdecznie pozdrawiam Polaków! Wczoraj, zamykając Drzwi Święte, zakończyliśmy Rok Jubileuszowy.
Niech drzwi waszych serc i domów pozostaną otwarte na Chrystusa.
Łączę się w modlitwie z kapłanami niosącymi Boże błogosławieństwo do waszych domów, do rodzin, do chorych i osób samotnych.
Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi! Ieri, con la chiusura della Porta Santa, abbiamo concluso l’Anno Giubilare.
Le porte dei vostri cuori e delle vostre case rimangano aperte a Cristo.
Mi unisco nella preghiera ai sacerdoti che portano la benedizione di Dio nelle vostre case, alle famiglie, ai malati e alle persone sole.
A tutti la mia benedizione!
]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.
In particolare, saluto i Seminaristi della Congregazione della Missione, il gruppo “I nostri Angeli in Paradiso” di Agrigento, la scuola Caduti per la Patria, di Pomigliano d’Arco e i dirigenti ed artisti del Circo Zoppis.

Saluto, poi, i giovani, i malati e gli sposi novelli.
Gesù, che contempliamo nel mistero del Natale, sia per tutti guida sicura nel nuovo anno, da poco iniziato.

A tutti la mia benedizione!

___________________________________________

Saluto di Papa Leone XIV ai fedeli presenti al Petriano al termine dell'Udienza Generale in Aula Paolo VI

Buongiorno a tutti.
Buongiorno! La pace sia con voi.
Tanti auguri! Grazie per essere qui.
Dio benedice tutti coloro che lo cercano con il cuore aperto.
La benedizione di Dio vi accompagni sempre in questa bellissima giornata, durante questo nuovo anno.
Tanti, tanti auguri! E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre.
Dio vi benedica!

Lettera del Santo Padre Leone XIV ai Ministri Generali della Conferenza della Famiglia Francescana in occasione dell'apertura dell'VIII Centenario della morte di S. Francesco d'Assisi [Assisi, 10 gennaio 2026] (7 gennaio 2026)

Data: Wed, 07 Jan 2026 08:00:00 +0100 leggi alla fonte

Ai Ministri Generali
della Conferenza della Famiglia Francescana

«Nostra sorella morte», esclamava San Francesco il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, mentre le andava incontro come un uomo finalmente pacificato.
Sono trascorsi otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo.

Nel ricordare la significativa ricorrenza dell’VIII Centenario del suo Transito, desidero unirmi spiritualmente all’intera Famiglia Francescana e a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative, auspicando che il messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società.
 

All’inizio della sua vita evangelica, aveva ascoltato una chiamata: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia pace”» [1].
Con queste parole essenziali, consegna ai suoi Frati e a ogni credente lo stupore interiore che il Vangelo aveva portato nella sua esistenza: la pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto.
Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane! E tuttavia è un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno [2].

È lo stesso saluto che la sera di Pasqua il Signore risorto rivolge ai suoi discepoli, spaventati e chiusi nel cenacolo: «Pace a voi» [3].
Non è una formula di cortesia, ma l’annuncio certo della vittoria di Cristo sulla morte.
Come la voce degli Angeli nella notte di Natale – «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» [4] – così la pace che il Padre Serafico annuncia è quella che Cristo stesso ha fatto risuonare fra cielo e terra.

In quest’epoca, segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare.
Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace.

La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato.
Francesco, che chiama il sole «fratello» e la luna «sorella», che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato.
Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento.
La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale.

Cari fratelli, possa l’esempio e l’eredità spirituale di questo Santo, forte nella fede, fermo nella speranza e ardente nella carità operosa verso il prossimo, suscitare in tutti l’importanza di confidare nel Signore, di spendersi in una esistenza fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e azione della vita.

In questo Anno di grazia, desidero consegnarvi una preghiera affinché San Francesco d’Assisi continui a infondere in tutti noi la perfetta letizia e la concordia:

San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono
andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato,
intercedi per noi presso il Signore.

Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera,
insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione
che abbatte ogni muro.

Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra
e di incomprensione,
donaci il coraggio di costruire ponti
dove il mondo erige confini,

In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,
intercedi perché diventiamo operatori di pace:
testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo.

Amen

Con tali sentimenti, esprimo fervidi voti di bene specialmente per tutti voi che seguite il carisma del Poverello d’Assisi e per quanti ne ricorderanno in diversi modi la ricorrenza del dies natalis, mentre di cuore invio la desiderata Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 7 gennaio 2026

LEO PP.
XIV

__________________________________

[1] Testamento 23.

[2] Cfr.
Papa Leone XIV, Discorso al Corpo Diplomatico, 16 maggio 2025.

[3] Gv 20,19.

[4] Lc 2,14.

Angelus, 6 gennaio 2026, Solennità dell'Epifania del Signore

Data: Tue, 06 Jan 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo periodo abbiamo vissuto diversi giorni festivi e la solennità dell’Epifania, già nel suo nome, ci suggerisce che cosa rende possibile la gioia anche in tempi difficili.
Come sapete, infatti, la parola “epifania” significa “manifestazione”, e la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto.
Si è svelata la vita di Dio: molte volte e in diversi modi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, anche fra molte tribolazioni, di poter sperare.
“Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha un altro nome.
Viene da Dio ed è epifania di Dio solo ciò che libera e salva.

Inginocchiarsi come i Magi davanti al Bambino di Betlemme significa, anche per noi, confessare di avere trovato la vera umanità, in cui risplende la gloria di Dio.
In Gesù è apparsa la vera vita, l’uomo vivente, ossia quel non esistere per sé stessi, ma aperti e in comunione, che ci fa dire: «come in cielo così in terra» (Mt 6,10).
Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace.
È una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?

Nel racconto evangelico e nei nostri presepi, i Magi presentano al Bambino Gesù dei doni preziosi: oro, incenso e mirra (cfr Mt 2,11).
Non sembrano cose utili a un bambino, ma esprimono una volontà che ci fa molto pensare, giunti al termine dell’Anno giubilare.
Dona molto chi dona tutto.
Ricordiamo quella povera vedova, notata da Gesù, che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monetine, tutto quello che aveva (cfr Lc 21,1-4).
Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile.
E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri.

Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova.
Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi.
Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace.
Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada (cfr Mt 2,12).

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Nella festa dell’Epifania, che è la Giornata Missionaria dei Ragazzi, voglio salutare e ringraziare tutti i bambini e i ragazzi che, in tante parti del mondo, pregano per i missionari e si impegnano ad aiutare i loro coetanei più svantaggiati.
Grazie, cari amici!

Il mio pensiero va poi alle comunità ecclesiali dell’Oriente, che domani celebreranno il Santo Natale, secondo il calendario giuliano.
Cari fratelli e sorelle, il Signore Gesù doni a voi e alle vostre famiglie serenità e pace!

Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da diversi Paesi, in particolare i membri del Consiglio di Presidenza della International Rural Catholic Association, con i migliori auguri per il loro impegno.

Saluto i fedeli di Lampedusa con il Parroco, i giovani del Movimento “Tra Noi”, e i partecipanti al tradizionale Corteo storico-folcloristico sui valori dell’Epifania, che quest’anno ha come protagonista la Sicilia.

Saluto i pellegrini polacchi e anche i numerosi partecipanti al “Corteo dei Re Magi” che oggi si svolge a Varsavia e in tante città della Polonia, e anche a Roma!

A tutti auguro ogni bene per il nuovo anno nella luce di Cristo Risorto.

Auguri a tutti, buona festa!

Solennità dell'Epifania del Signore – Chiusura della Porta Santa e Santa Messa (6 gennaio 2026)

Data: Tue, 06 Jan 2026 09:30:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo (cfr Mt 2,1-12) ci ha descritto la grandissima gioia dei Magi nel rivedere la stella (cfr v.
10), ma anche il turbamento provato da Erode e da tutta Gerusalemme davanti alla loro ricerca (cfr v.
3).
Ogni volta che si tratta delle manifestazioni di Dio, la Sacra Scrittura non nasconde questo tipo di contrasti: gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio.
Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima.
Questo è l’inizio della speranza.
Dio si rivela e nulla può restare fermo.
Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9).
Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro, come annuncia il Profeta: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Is 60,1).

Sorprende il fatto che ad essere turbata sia proprio Gerusalemme, città testimone di tanti nuovi inizi.
Al suo interno, proprio chi studia le Scritture e pensa di avere tutte le risposte sembra aver perso la capacità di porsi domande e di coltivare desideri.
Anzi, la città è spaventata da chi viene ad essa da lontano, mosso dalla speranza, al punto da avvertire una minaccia in ciò che dovrebbe al contrario darle molta gioia.
Questa reazione interpella anche noi, come Chiesa.

La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova (cfr Ap 21,25).
Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere.
Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa.
Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora.
Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare.

Homo viator, dicevano gli antichi.
Siamo vite in cammino.
Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita.
È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono.
Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato.

Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?

Nel racconto, Erode teme per il suo trono, si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo.
Prova ad approfittare del desiderio dei Magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio.
È pronto a mentire, è disposto a tutto; la paura, infatti, accieca.
La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse.

I Magi portano a Gerusalemme una domanda semplice ed essenziale: «Dov’è Colui che è nato?» (Mt 2,2).
Quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi è appena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita! Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi.
Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia.
Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo.

Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate! Vanno però sottratte alle intenzioni di Erode, a paure sempre pronte a trasformarsi in aggressione.
«Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12).
Questa misteriosa espressione di Gesù, riportata nel Vangelo di Matteo, non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti.
Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino.
Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto.
Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare.
Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?

Il modo in cui Gesù ha incontrato tutti e da tutti si è lasciato avvicinare ci insegna a stimare il segreto dei cuori che Lui solo sa leggere.
Con lui impariamo a cogliere i segni dei tempi (cfr Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
past.
 Gaudium et spes, 4).
Nessuno può venderci questo.
Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura.
È l’Epifania della gratuità.
Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili.
«E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda» (Mt 2,6).
Quante città, quante comunità hanno bisogno di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”.
Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare.
Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle.
Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!

Per questo, cari fratelli e sorelle, è bello diventare pellegrini di speranza.
Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora.
Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora.
Maria, Stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne.

Angelus, 4 gennaio 2026

Data: Sun, 04 Jan 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

In questa seconda domenica dopo il Natale del Signore, desidero anzitutto rinnovare i miei auguri a tutti voi.
Dopodomani, con la chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, concluderemo il Giubileo della speranza, e proprio il Mistero del Natale, in cui siamo immersi, ci ricorda che il fondamento della nostra speranza è l’incarnazione di Dio.
Il Prologo di Giovanni, che la Liturgia ci propone anche oggi, ce lo ricorda: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita.
Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi.

La venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo.

Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta.
Perciò, dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno.

Verso l’uomo, il nostro impegno dev’essere altrettanto coerente.
Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri.
Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli.
Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana.

Fratelli e sorelle, la gioia del Natale ci incoraggi a proseguire nel nostro cammino, mentre chiediamo alla Vergine Maria di renderci sempre più pronti a servire Dio e il prossimo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero esprimere nuovamente la mia vicinanza a quanti sono nel dolore a causa della tragedia avvenuta a Crans-Montana in Svizzera.
Assicuro la preghiera per i giovani defunti, per i feriti e per i loro familiari.

Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela.
Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica.
Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles.

Saluto con affetto voi tutti, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare quelli provenienti dalla Slovacchia e da Zagabria, i ministranti della Cattedrale di Gozo a Malta, e la comunità del Seminario diocesano di Fréjus-Toulon, in Francia.

Saluto il gruppo dell’Oratorio di Pugliano in Ercolano, le famiglie e gli operatori pastorali di Postomia e Porcellengo, i fedeli di Sant’Antonio Abate, Torano Nuovo e Collepasso; come pure i docenti dell’Istituto Rocco-Cinquegrana di Sant’Arpino, gli scout della provincia di Modena e di Roccella Jonica, i cresimandi di Ula Tirso e Neoneli e quelli di Trescore Balneario.

Carissimi, continuiamo ad avere fede nel Dio della pace: preghiamo e siamo solidali con le popolazioni che soffrono a causa delle guerre.
Auguro a tutti una buona domenica!

Concerto della Cappella Musicale Sistina (3 gennaio 2026)

Data: Sat, 03 Jan 2026 19:00:00 +0100 leggi alla fonte

Eminenze, Eccellenze,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Desidero ringraziare la Cappella musicale Sistina, che in questo concerto ci ha fatto meditare il mistero del Natale con il linguaggio della musica e del canto, linguaggio capace di parlare, oltre che alla mente, anche al cuore.
Mi congratulo con il Maestro Direttore Monsignor Marcos Pavan e con il Maestro dei Pueri Michele Marinelli.

Non c’è Natale senza canti.
Dovunque nel mondo, in ogni lingua e nazione, l’Avvenimento di Betlemme è celebrato con la musica e il canto.
E non può essere altrimenti, dal momento che il Vangelo stesso racconta che, quando la Vergine Maria diede alla luce il Salvatore, gli angeli in cielo cantavano “Gloria a Dio e pace in terra” (cfr Lc 2,13-14).

Chi furono gli spettatori e i testimoni di quel primo “concerto di Natale”? Furono – lo sappiamo – alcuni pastori di Betlemme, i quali, dopo aver visto il Bambino nella mangiatoia, con Maria e Giuseppe, se ne tornarono lodando e ringraziando Dio (cfr Lc 2,20).
E mi piace pensare che l’abbiano fatto anche cantando e magari suonando qualche flauto rudimentale.

Ma c’è un altro luogo dove la musica celeste è risuonata in quella notte santa.
Un luogo silenzioso, raccolto, sensibilissimo: parlo naturalmente del cuore di Maria, la donna prescelta da Dio per essere la Madre del Verbo incarnato.
Impariamo da lei ad ascoltare nel silenzio la voce del Signore, per seguire fedelmente la parte che Lui ci affida nello spartito della vita.

Carissimi, vorrei dedicare questo Concerto ai bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace.
Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Maria, giustizia e pace.

Ancora grazie alla Cappella Sistina e tanti auguri di buon anno a tutti voi!

[Applausi]

Oso invitare tutti noi a cantare in questa bellissima Cappella Sistina il Pater Noster.

[Canto e benedizione]

Tanti auguri a tutti!

Videomessaggio del Santo Padre ai partecipanti alle Conferenze SEEK26 [Columbus (Ohio), Denver (Colorado) e Fort Worth (Texas), 1-5 gennaio 2026] (2 gennaio 2026)

Data: Fri, 02 Jan 2026 09:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari amici,

è un piacere per me salutare tutti voi che partecipate alle Conferenze SEEK26 che si stanno svolgendo a Columbus, Denver e Fort Worth.
Siete riuniti nel tempo di Natale, quando alcune delle letture del Vangelo della messa sono tratte dal primo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Verso la fine di questo capitolo ci viene detto qualcosa sui primi due discepoli di Gesù, uno dei quali era Andrea.
Erano discepoli di Giovanni il Battista, e quando Giovanni riferendosi a Gesù lo chiamò Agnello di Dio, iniziarono subito a seguire Gesù (cfr.
v.
36).
Quando Gesù li vide, si voltò e pronunciò le prime parole riportate nel Vangelo di Giovanni: «Che cosa cercate?» (v.
38).

Gesù rivolge questa domanda ai discepoli perché conosce i loro cuori.
Erano inquieti, in senso buono.
Non volevano accontentarsi della normale routine della vita.
Erano aperti a Dio e desideravano fortemente trovare un significato.
Oggi Gesù rivolge la stessa domanda a ognuno di voi.
Cari giovani, che cosa cercate? Perché siete qui a questa conferenza? Forse anche i vostri cuori sono inquieti, alla ricerca di significato e realizzazione, di un orientamento nella vita.
La risposta la si trova in una persona.
Solo il Signore Gesù ci porta vera pace e gioia e realizza ognuno dei nostri desideri più profondi.

I discepoli rispondono domandandogli dove dimora.
Non bastava che qualcun altro dicesse loro che Gesù era l’Agnello di Dio; volevano conoscerlo personalmente trascorrendo del tempo con lui.
Durante questa conferenza anche voi avrete l’opportunità di trascorre del tempo con il Signore.
Come per Andrea, forse per alcuni di voi questo potrebbe essere il primo vero incontro con Cristo.
Per altri di voi questo fine settimana sarà un’occasione per approfondire la vostra relazione con lui oltre che la vostra comprensione della fede cattolica.
Siate aperti a ciò che il Signore ha in serbo per voi!

I due discepoli inizialmente rimasero con Gesù solo per poche ore, ma quell’incontro cambiò la loro vita per sempre.
La prima cosa che fece Andrea fu di andare a dire a suo fratello Simone «Abbiamo trovato il Messia» (v.
41), in altre parole, «Abbiamo trovato colui che stavamo cercando!».
È la risposta che tutti noi possiamo dare una volta che impariamo a conoscere il Signore.
Questo passo, dunque, ci dice che cosa significa essere missionari.
Dopo aver incontrato Gesù, Andrea non poté fare a meno di condividere con il fratello ciò che aveva trovato.
Di fatto, lo zelo missionario nasce da un incontro con Cristo.
Desideriamo condividere con gli altri ciò che abbiamo ricevuto, di modo che anche loro possano conoscere la pienezza di amore e di verità che si trova solo in lui.
Prego affinché, quando lascerete questa conferenza, tutti voi siate spinti da questo stesso zelo missionario a condividere con le persone intorno a voi la gioia che avete ricevuto da un incontro autentico con il Signore.

Cari giovani, mentre vi avvicinate a Gesù attraverso questo fine settimana, attraverso l’amicizia, i sacramenti e l’Adorazione Eucaristica, non abbiate paura di domandargli a che cosa vi sta chiamando.
Alcuni di voi, come Andrea e Simon Pietro, potrebbero essere chiamati al sacerdozio, a servire il popolo di Dio attraverso la celebrazione dei sacramenti, attraverso la predicazione della parola di Dio, camminando con il popolo di Dio.
Altri potrebbero essere chiamati alla vita religiosa, a donarsi interamente a Dio; altri ancora possono essere chiamati al matrimonio e alla vita familiare.
Se sentite che il Signore vi chiama, non abbiate paura.
Ancora una volta, lasciatemi sottolineare che solo Lui conosce i desideri più profondi, forse nascosti, del vostro cuore e il cammino che vi condurrà alla vera pienezza.
Lasciatevi condurre e guidare da Lui!

Poiché questa conferenza inizia nella solennità di Maria, Madre di Dio, chiediamole di condurci verso Gesù Cristo, suo Figlio, affinché possiamo davvero conoscerlo, conoscere il suo amore per noi e il disegno meraviglioso che ha per ognuna delle nostre vite.
In tal modo, i nostri cuori troveranno veramente pace in colui che stiamo cercando.

Affidando ognuno di voi all’intercessione materna di Nostra Signora, invoco volentieri su tutti voi e sulle vostre famiglie le divine benedizioni di questo tempo di Natale.

Vi benedica tutti Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Amen.

__________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
I, venerdì 2 gennaio 2026, p.
6.

Angelus, 1° gennaio 2026, Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio

Data: Thu, 01 Jan 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buon anno!

Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli.
Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende.

Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone.
È con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù.
Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce.

A questo proposito, la festa del Natale porta oggi il nostro sguardo su Maria, che fu la prima a sentir battere il cuore di Cristo.
Nel silenzio del suo grembo verginale, il Verbo della vita si annuncia come palpito di grazia.

Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore.
Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna.
Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode.
Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.

Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo.

In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore.
Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, radunati in Piazza San Pietro in questo primo giorno dell’anno.
Tanti auguri di pace e di ogni bene! Con viva riconoscenza li ricambio al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.

Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace.
Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: «La pace sia con tutti voi!».
Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità.

Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza.

Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo.
In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio.

Saluto inoltre il gruppo di studenti e insegnanti di Richland, New Jersey, e tutti i romani e i pellegrini presenti.

All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: «Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace».

La Santa Madre di Dio ci guidi nel cammino del nuovo anno.
Tanti auguri a tutti!

Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio – Santa Messa (1° gennaio 2026)

Data: Thu, 01 Jan 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle,

oggi, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, inizio del nuovo anno civile, la Liturgia ci offre il testo di una bellissima benedizione: «Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).

Essa segue, nel libro dei Numeri, le indicazioni circa la consacrazione dei Nazirei, a sottolineare, nel rapporto tra Dio e il popolo d’Israele, la dimensione sacra e feconda del dono.
L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo (cfr Gen 1,31).

Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè.
Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze – il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità –, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno (cfr Es 5,6-7).
Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita.

Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà.
Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo “sì” ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma.

Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo (cfr Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
past.
Gaudium et spes, 41).
Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Sant’Agostino insegnava che in Maria «il creatore dell’uomo è diventato uomo: perché, pur essendo l’ordinatore delle stelle, potesse succhiare da un seno di donna; pur essendo il pane (cfr Gv 6,35), potesse aver fame (cfr Mt 4,2); […] per liberare noi anche se eravamo indegni» (Sermo 191, 1.
1).
Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi – come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace – “disarmato e disarmante”, nudo, indifeso come un neonato nella culla.
E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita.
È il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione.
Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.

Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

San Giovanni Paolo II, meditando su questo mistero, invitava a guardare ciò che i pastori hanno trovato a Betlemme: «La disarmante tenerezza del Bambino, la sorprendente povertà in cui Egli si trova, l’umile semplicità di Maria e Giuseppe» hanno trasformato la loro vita, rendendoli «messaggeri di salvezza» (Omelia nella Messa di Maria SS.
ma Madre di Dio, XXXIV
Giornata Mondiale della Pace
, 1° gennaio 2001).

Lo diceva al termine del grande Giubileo del 2000, con parole che possono far riflettere anche noi: «Quanti doni – affermava –, quante occasioni straordinarie ha offerto ai credenti il Grande Giubileo! Nell’esperienza del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri, nell’ascolto del grido dei poveri del mondo […] anche noi abbiamo scorto la presenza salvifica di Dio nella storia.
Abbiamo come toccato con mano il suo amore che rinnova la faccia della terra» (ibid.
), e concludeva: «Come ai pastori accorsi ad adorarlo, Cristo chiede ai credenti, ai quali ha offerto la gioia di incontrarlo, una coraggiosa disponibilità a ripartire per annunciare il suo Vangelo antico e sempre nuovo.
Li invia a vivificare la storia e le culture degli uomini con il suo messaggio salvifico» (ibid.
).

Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito.
Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

Maria santissima Madre di Dio – Primi Vespri e Te Deum in ringraziamento per l’anno trascorso (31 dicembre 2025)

Data: Wed, 31 Dec 2025 17:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle!

La liturgia dei primi Vespri della Madre di Dio è di una ricchezza singolare, che le deriva sia dal vertiginoso mistero che celebra, sia dalla collocazione proprio alla fine dell’anno solare.
Le antifone dei salmi e del Magnificat insistono sull’evento paradossale di un Dio che nasce da una vergine, o, detto a rovescio, della maternità divina di Maria.
E al tempo stesso questa solennità, che conclude l’Ottava del Natale, ricopre il passaggio da un anno all’altro e stende su di esso la benedizione di Colui «che era, che è e che viene» (Ap 1,8).
Per di più, oggi la celebriamo sul finire del Giubileo, nel cuore di Roma, presso la Tomba di Pietro, e allora il Te Deum che risuonerà tra poco in questa Basilica vorrà come dilatarsi per dar voce a tutti i cuori e i volti che sono passati sotto queste volte e per le strade di questa città.

Abbiamo ascoltato nella Lettura biblica una delle stupefacenti sintesi dell’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).
Questo modo di presentare il mistero di Cristo fa pensare a un disegno, un disegno grande sulla storia umana.
Un disegno misterioso ma con un centro chiaro, come un alto monte illuminato dal sole in mezzo a una fitta foresta: questo centro è la «pienezza del tempo».

E proprio questa parola – “disegno” – è riecheggiata nel cantico della Lettera agli Efesini: «Il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose / quelle del cielo come quelle della terra.
/ Nella sua benevolenza lo aveva in lui prestabilito / per realizzarlo nella pienezza dei tempi» (Ef 1,9-10).

Sorelle, fratelli, in questo nostro tempo sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso.
Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele, come quello che la Vergine Maria proclamò nel suo cantico di lode: «Di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono» (Lc 1,50).

Altri disegni, però, oggi come ieri, avvolgono il mondo.
Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza.
Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi.

Ma la Santa Madre di Dio, la più piccola e la più alta tra le creature, vede le cose con lo sguardo di Dio: vede che con la potenza del suo braccio l’Altissimo disperde le trame dei superbi, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, riempie di beni le mani degli affamati e svuota quelle dei ricchi (cfr Lc 1,51-53).

La Madre di Gesù è la donna con la quale Dio, nella pienezza del tempo, ha scritto la Parola che rivela il mistero.
Non l’ha imposta: l’ha proposta prima al suo cuore e, ricevuto il suo “sì”, l’ha scritta con ineffabile amore nella sua carne.
Così la speranza di Dio si è intrecciata con la speranza di Maria, discendente di Abramo secondo la carne e soprattutto secondo la fede.

Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza.
Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza.
E in effetti il mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto credono in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande.

Una di queste persone era Simone, un pescatore di Galilea, che Gesù ha chiamato Pietro.
Dio Padre gli ha donato una fede così schietta e generosa che il Signore ha potuto costruirci sopra la sua comunità (cfr Mt 16,18).
E noi siamo ancora oggi qui a pregare presso la sua tomba, dove pellegrini di ogni parte del mondo vengono a rinnovare la loro fede in Gesù Cristo Figlio di Dio.
Ciò è accaduto in modo speciale durante l’Anno Santo che sta per concludersi.

Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio.
E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma.
Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri.
Per questo Roma è la città del Giubileo.

Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli.
Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa.

Oggi, carissimi, ringraziamo Dio per il dono del Giubileo, che è stato un grande segno del suo disegno di speranza sull’uomo e sul mondo.
E ringraziamo tutti coloro che nei mesi e nei giorni del 2025 hanno lavorato al servizio dei pellegrini e per rendere Roma più accogliente.
Questo era stato, un anno fa, l’auspicio dell’amato Papa Francesco.
Vorrei che lo fosse ancora, e direi ancora di più dopo questo tempo di grazia.
Che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana.
Ce l’ottenga l’intercessione della Santa Madre di Dio, Salus Populi Romani.

Udienza Generale del 31 dicembre 2025. Catechesi del Santo Padre Leone XIV nell’Udienza generale

Data: Wed, 31 Dec 2025 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Catechesi del Santo Padre Leone XIV nell’Udienza generale
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale.

L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto Papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta.
Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia.

È in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti.
Canteremo: «Noi ti lodiamo, Dio», «Tu sei la nostra speranza», «Sia sempre con noi la tua misericordia».
In proposito, osservava Papa Francesco che mentre «la gratitudine mondana, la speranza mondana sono apparenti, […] appiattite sull’io, sui suoi interessi, […] in questa Liturgia si respira tutta un’altra atmosfera: quella della lode, dello stupore, della riconoscenza» (Omelia dei Primi Vespri della Solennità di Maria SS.
ma Madre di Dio
, 31 dicembre 2023).

Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato (cfr Mt 25,14-30).

Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del “cammino” e della “meta”.
Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo.
Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1024).
Chiederemo anche questo nella preghiera del Te Deum, quando diremo: «Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi».
Non a caso San Paolo VI definiva il Giubileo un grande atto di fede in «attesa di futuri destini […] che fin d’ora noi pregustiamo, e […] prepariamo» (Udienza generale, 17 dicembre 1975).

E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari.
Esso esprime il nostro “sì” a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo, infiammata dall’«amore a quel prossimo, nella cui definizione [è … ] racchiuso ogni uomo, […] bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso e ostile, ma insignito dall’incomparabile dignità di fratello» (S.
Paolo VI, Omelia in occasione della chiusura dell’Anno santo, 25 dicembre 1975; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1826-1827).
È il nostro “sì” a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità.

Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale.
San Leone Magno, in proposito, vedeva nella festa della Nascita di Gesù l’annuncio di una gioia che è per tutti: «Esulti il santo – esclamava –, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita» (Primo discorso per il Natale del Signore, 1).

Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta (cfr Gv 1,14).

Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui San Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: “amore”.
E aggiungeva: «Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile, di cui il Giubileo, con la sua pedagogia, con la sua indulgenza, col suo perdono e finalmente con la sua pace, piena di lacrime e di gioia, ci ha voluto riempire lo spirito oggi, e sempre la vita domani: Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l’ho ritrovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è la vita!» (Udienza generale, 17 dicembre 1975).
Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita.

_______________________

Saluti

Je salue les pèlerins français venus de Paris, Lannion, Neuilly-sur-Seine et Montpellier, en particulier les élèves de l’École Saint Jean-Paul II.
Demandons à la Vierge Marie de nous inspirer une véritable action de grâce pour tous les bienfaits reçus de Dieu en cette année qui s’achève, et demandons-lui de guider notre marche à la suite de Jésus pour celle qui commence.
Que Dieu vous bénisse.

[Saluto i pellegrini francesi, provenienti da Parigi, Lannion, Neuilly-sur-Seine e Montpellier, in particolare gli studenti della Scuola San Giovanni Paolo II.
Chiediamo alla Vergine Maria di ispirarci la vera gratitudine per tutti i benefici ricevuti da Dio durante l’anno che finisce, e chiediamole di guidare il nostro cammino alla sequela di Gesù in questo nuovo anno che inizia.
Dio vi benedica
.
]

I extend a warm welcome this morning to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from Australia, China, Palestine, the Philippines and the United States of America.
As we prepare for tomorrow’s celebration of the Solemnity of Mary, Mother of God, let us entrust the coming year to her maternal intercession.
To all of you and your families, I offer my prayerful good wishes for a blessed Christmas season and a new year filled with joy and peace.
God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, ich wünsche euch, dass ihr im Rückblick auf das vergangene Jahr in eurem Leben die Nähe und das Wirken Gottes erkennen dürft und dass euch diese Erfahrung Kraft und Zuversicht gibt für die Zukunft!

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, vi auguro che, ripercorrendo l’anno appena trascorso, possiate riconoscere nella vostra vita la vicinanza e l’opera di Dio.
Questa esperienza vi dia forza e fiducia per il futuro!
]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Los animo a poner el pasado en manos de Dios, para poder vivir el presente con la esperanza de un futuro lleno del gozo que podemos encontrar únicamente en su santa presencia.
Que el Señor los bendiga.
Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿圣诞的光芒照亮你们的生活,愿天主的降福临于你们的家庭。

Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, la luce del Natale illumini la vostra vita, e la benedizione di Dio entri nelle vostre famiglie.

Dirijo uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa.
Desejo a todos que a passagem do ano velho para o novo seja marcada por uma firme decisão de conformar cada vez mais a vida ao Evangelho de Jesus.
Assim se concretizarão os votos trocados nestas festas de Natal.
Feliz Ano Novo, na paz de Cristo.

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese.
Auguro a tutti che il passaggio tra il vecchio e il nuovo anno sia segnato da una ferma decisione di rendere ancora di più la vita conforme al Vangelo di Gesù.
Così troveranno compimento gli auguri scambiati in queste feste di Natale.
Buon Anno Nuovo, nella pace di Cristo
.
]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً شبابَ الأرضِ المقدَّسة، القادِمينَ مِن بَطرِيَركِيَّةِ القُدس للاتِين.
لِنَشكُرِ اللهَ على كلِّ عطيَّةٍ أعطانا إيَّاها، ولْنَتَكِلْ عليه دائمًا.
أتَمَنَّى لَكُم جَميعًا سنةً جديدةً مباركة!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare i giovani della Terra Santa, provenienti dal Patriarcato Latino di Gerusalemme.
Ringraziamo Dio per ogni dono che ci ha elargito e affidiamoci sempre a Lui.
Auguro a tutti voi Buon Nuovo Anno
.
]

Pozdrawiam serdecznie Polaków.
W ostatnim dniu roku powróćcie pamięcią do znaków, które Bóg czynił w Roku Świętym w życiu każdego z was, w waszych wspólnotach i w waszym narodzie.
Śpiewając w tym czasie kolędy, proście, by tajemnica Narodzenia Chrystusa jaśniała szczególnie w rodzinach.
Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi.
In questo ultimo giorno dell’anno, ricordate i segni che Dio ha compiuto durante l’Anno Santo nella vita di ciascuno di voi, nelle vostre comunità e nel vostro popolo.
Cantando in questo tempo i canti natalizi, pregate affinché il mistero del Natale di Cristo risplenda, in modo particolare, nelle famiglie.
Vi benedico tutti!
]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

In particolare, saluto i Sacerdoti e i Seminaristi del Movimento dei focolari, e le Ancelle del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante che celebrano il Capitolo Generale: auspico che la vostra azione apostolica sia sostenuta da intensa preghiera.

Saluto poi i giovani, i malati e gli sposi novelli.
Incoraggio ciascuno a camminare sempre nella via dell’umiltà, che il Figlio di Dio ha scelto per Sé venendo nel mondo.

A tutti la mia benedizione!

Ai Membri dell'Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) (29 dicembre 2025)

Data: Mon, 29 Dec 2025 10:30:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!
 

Eminenza,
cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti.

Sono lieto di incontrare tutti voi che rappresentate l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.
Viviamo questo appuntamento nel tempo di Natale e a conclusione di un anno giubilare: la grazia di questi giorni illumina certamente anche il vostro servizio e le vostre responsabilità.

L’incarnazione del Figlio di Dio ci fa incontrare un bambino, la cui mite fragilità si scontra con la prepotenza del re Erode.
In particolare, l’uccisione degli innocenti da lui ordinata non significa solo perdita di futuro per la società, ma è manifestazione di un potere disumano, che non conosce la bellezza dell’amore perché ignora la dignità della vita umana.

Al contrario, la nascita del Signore rivela l’aspetto più autentico di ogni potere, che è anzitutto responsabilità e servizio.
Perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione.
Nel vostro impegno pubblico, in particolare, siete consapevoli di quanto sia importante l’ascolto, come dinamica sociale che attiva queste virtù.
Si tratta, infatti, di porre attenzione alle necessità delle famiglie e delle persone, avendo cura specialmente dei più fragili, per il bene di tutti.

La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti.
Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi.
In questo lavoro, si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili.

In proposito, vi sia d’esempio il venerabile Giorgio La Pira, il quale, in un discorso ai Consiglieri comunali di Firenze, affermava: «Voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: Signor Sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (gli sfrattati), senza assistenza (i vecchi, i malati, i bambini).
È mio dovere fondamentale.
Se c’è uno che soffre, io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi, con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita.
Altra norma di condotta per un sindaco in genere e per un sindaco cristiano in specie non c’è» (Scritti, VI, p.
83).

La coesione sociale e l’armonia civica richiedono in primo luogo l’ascolto dei più piccoli e dei poveri: senza quest’impegno «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino» (Francesco, Discorso, 5 novembre 2016).
Sia davanti alle difficoltà sia rispetto alle occasioni di sviluppo, vi esorto a diventare maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza.

Al termine del Giubileo condivido volentieri con voi questo importante tema, che il mio amato predecessore, Papa Francesco, indicò nella Bolla di indizione.
Tutti, scriveva, «hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere, perché l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26), non può accontentarsi di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali.
Ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti» (Spes non confundit, 9).

Le nostre città conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate.
Vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie.
Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni.
Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale.
Non possiamo dimenticare anche altre forme di solitudine di cui soffrono molte persone: disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale.
Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza.
Per testimoniarla efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane tra i cittadini promuovendo la pace sociale.

Don Primo Mazzolari, prete attento alla vita del suo popolo, scriveva che «il Paese non ha soltanto bisogno di fognature, di case, di strade, di acquedotti, di marciapiedi.
Il Paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi» (Discorsi, Bologna 2006, 470).
L’attività amministrativa trova così la sua piena realizzazione, perché fa crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e spirituale alle città.

Carissimi, abbiate dunque il coraggio di offrire speranza alla gente, progettando insieme il miglior futuro per le vostre terre, nella logica di un’integrale promozione umana.
Mentre vi ringrazio per la vostra disponibilità a servire la comunità, vi accompagno nella preghiera, affinché con l’aiuto di Dio possiate affrontare efficacemente le vostre responsabilità condividendo l’impegno con i vostri collaboratori e concittadini.
A voi e alle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica e porgo i migliori auguri per l’anno nuovo.
Grazie!

Preghiamo insieme: Padre Nostro…

[Benedizione]

Tanti auguri e buon anno nuovo! E buon pellegrinaggio!

Ai Pellegrini della Parrocchia "Santo Tomás de Villanueva" di Alcalá de Henares (Spagna) (29 dicembre 2025)

Data: Mon, 29 Dec 2025 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.


Buongiorno.
Benvenuti.

Buone feste!

Sono lieto di incontrarvi tutti in questo giorno dell’ottava di Natale, e vi do il benvenuto.
Come comunità parrocchiale avete preparato con grande impegno questo pellegrinaggio giubilare e, durante questo anno così particolare per la Chiesa, avete accompagnato il Successore di Pietro con le vostre preghiere e la vostra generosità.
Vi ringrazio per questo gesto di comunione e di vicinanza.

La vostra parrocchia ha come patrono san Tommaso da Villanova, un religioso agostiniano spagnolo che era aperto all’azione di Dio nella sua vita, e la cui disponibilità lo ha portato a fare molto bene alla Chiesa e alla società del suo tempo.
Conoscete bene la sua biografia e la città di Alcalá de Henares, dove vivete, conserva tracce significative del suo passaggio terreno.

Rendendo grazie per la testimonianza di dedizione e fedeltà di questo santo vescovo, vorrei condividere con voi alcune delle sue caratteristiche distintive, che possono aiutarci a riflettere a livello personale, familiare e comunitario.
Nella sua vita e nei suoi scritti, egli ci rivela una ricerca incessante della preghiera continua, cioè a dire una santa inquietudine di essere alla presenza di Dio in ogni momento.
Questo implica una profonda interiorità e lo svuotarsi di se stessi per ascoltare e per lasciare agire il Signore.

Oltre che per la sua vita spirituale, san Tommaso da Villanova si distingue per la sua laboriosità.
 Questo aspetto, in un mondo che sembra offrirci tutto in modo sempre più rapido, più facile, ci interpella.
La sua sobrietà e semplicità, la sua abnegazione nel lavoro — soprattutto in ambito universitario — e il suo zelo apostolico ci portano a pensare che dobbiamo riconoscere i talenti che abbiamo ricevuto e metterli al servizio della comunità, con impegno e dedizione, affinché si moltiplichino a beneficio di tutti.

Infine, vorrei sottolineare il suo amore per i poveri, che gli è valso il titolo di «elemosiniere di Dio».
Mi hanno detto che nella vostra parrocchia questo aspetto è molto presente, in gesti e opere concrete — il vescovo dopo potrà dirmi se è vero o no —.
Vi ringrazio per questa sensibilità, perché «il povero non è solo una persona da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore» (Esortazione apostolica Dilexi te, n.
44).

Cari pellegrini, vi incoraggio ad andare avanti seguendo le orme di Cristo; la testimonianza dei santi ci incoraggia e ci stimola in questo appassionante cammino.
Che Dio vi benedica e che Nostra Signora del Val vi accompagni sempre.
Grazie mille.

Preghiamo insieme: Padre nostro….

Benedizione Apostolica del Santo Padre

Tanti complimenti, buon pellegrinaggio e felice Anno Nuovo!

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXV n.
296, lunedì 29 dicembre 2025, p.
2.

Angelus, 28 dicembre 2025, Festa della Santa Famiglia di Nazareth

Data: Sun, 28 Dec 2025 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto” (cfr Mt 2,13-15.
19-23).

È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe.
Sul quadro luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere spodestato.
Egli, quando apprende dai Magi che è nato il “re dei Giudei” (cfr Mt 2,2), sentendosi minacciato nel suo potere, decreta l’uccisione di tutti i bambini di età corrispondente a quella di Gesù.
Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi.
A Betlemme c’è luce, c’è gioia: alcuni pastori hanno ricevuto l’annuncio celeste e davanti al Presepe hanno glorificato Dio (cfr Lc 2,8-20), ma di tutto ciò niente riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca.

Proprio questa durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese.
E il gesto di Giuseppe che, obbediente alla voce del Signore, porta in salvo la Sposa e il Bambino, si manifesta qui in tutto il suo significato redentivo.
In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero.

Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può venire alla società in cui viviamo.
Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi “Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine, disperazione, divisioni e conflitti.
Non lasciamo che questi miraggi soffochino la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane.
Al contrario, custodiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno.
Ciò le renderà luce di speranza per gli ambienti in cui viviamo, scuola d’amore e strumento di salvezza nelle mani di Dio (cfr Francesco, Omelia nella Messa per il X Incontro mondiale delle famiglie, 25 giugno 2022).

Chiediamo allora al Padre dei Cieli, per intercessione di Maria e di San Giuseppe, di benedire le nostre famiglie e tutte le famiglie del mondo, perché, crescendo sul modello di quella del suo Figlio fatto uomo, siano per tutti segno efficace della sua presenza e della sua carità senza fine.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo il mio caloroso saluto a tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi.

In particolare, saluto i ragazzi di Clusone, Gerenzano e San Bartolomeo in Bosco, i cresimandi di Adrara San Martino, i giovani e i ministranti di Brescia, i partecipanti al pellegrinaggio dei preadolescenti dell’Unità Pastorale di Sarezzo e gli Scout di Treviso.

Saluto inoltre gli educatori dell’Azione Cattolica di Limena e quelli di Morciano di Romagna, gli animatori dell’Oratorio San Pio X di Portogruaro, il gruppo di volontari di Borgomanero, i fedeli di San Cataldo e Serradifalco e i membri della Pro Loco di Sant’Egidio del Monte Albino.

Nella luce del Natale del Signore, continuiamo a pregare per la pace.
Oggi, in particolare, preghiamo per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani, le persone più fragili.
Affidiamoci insieme all’intercessione della Santa Famiglia di Nazaret.

Auguro a tutti buona domenica!

Angelus, 26 dicembre 2025, Festa di Santo Stefano Protomartire

Data: Fri, 26 Dec 2025 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi è il “natale” di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola.
Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio.
Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di “venire alla luce”, di scegliere la luce.
Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole.
È scritto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo» (At 6,15).
È il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore.
Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre.

Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori.
Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori (cfr Lc 2,35).
Nessuna potenza, però, fino a oggi, può prevalere sull’opera di Dio.
Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso.
Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto.

Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia.
Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici.
Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende.
Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio.
Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi.
È una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento.
Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!

Preghiamo ora Maria e la contempliamo, benedetta fra tutte le donne che servono la vita e oppongono la cura alla prepotenza, la fede alla sfiducia.
Maria ci porti nella sua stessa gioia, una gioia che dissolve ogni paura e ogni minaccia come si scioglie la neve al sole.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovo di cuore gli auguri di pace e di serenità nella luce del Natale del Signore.

Saluto voi tutti fedeli di Roma e pellegrini venuti da tanti Paesi.

Nel ricordo di Santo Stefano primo Martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana.

Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace.

A tutti auguro una buona festa!

Natale del Signore – Benedizione «Urbi et Orbi» (25 dicembre 2025)

Data: Thu, 25 Dec 2025 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Messaggio del Santo Padre e Benedizione “Urbi et Orbi” nella Solennità del Natale

Auguri del Santo Padre ai Popoli e alle Nazioni in Occasione del Santo Natale
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Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

«Rallegriamoci tutti nel Signore: il nostro Salvatore è nato nel mondo.
Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo» (Antifona d’ingresso alla Messa della notte di Natale).
Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte.
Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio.
Per questo «il Natale del Signore è il Natale della pace» (S.
Leone Magno, Sermone 26).

Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio.
Appena nato, sua mamma Maria «lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia» (cfr Lc 2,7).
Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali.

Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così.
Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso.

Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico.
Questo, solo Lui poteva farlo.
Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità.
Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi (cfr S.
Agostino, Discorso 169, 11.
13), cioè senza la nostra libera volontà di amare.
Chi non ama non si salva, è perduto.
E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede (cfr 1Gv 4,20).

Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità.
Se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe.

Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.
Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace.
Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato.
Lui è il Salvatore.
Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione.

In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico.
Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.
Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: «Abbiate pace in me.
Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: «Praticare la giustizia darà pace.
Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32,17).

Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno.
Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso.

Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo.
Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione.

Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte.

Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani.

A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni.
Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre.

Cari fratelli e sorelle,

nel buio della notte, «veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ma «i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).
Non lasciamoci vincere dall’indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie.

 Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane.

Al cuore di Dio giunge l’invocazione di pace che sale da ogni terra, come scrive un poeta:

«Non la pace di un cessate-il-fuoco,
nemmeno la visione del lupo e dell’agnello,
ma piuttosto
come nel cuore quando l’eccitazione è finita
e si può parlare solo di una grande stanchezza.

[…]
Che venga
come i fiori selvatici,
all’improvviso, perché il campo
ne ha bisogno: pace selvatica».
[1]

In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore.
Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare.
Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina.
È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso.
In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace.
«Il Natale del Signore è il Natale della pace».

A tutti auguro di cuore un sereno santo Natale!



[1] Y.
Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.

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Auguri del Santo Padre ai Popoli e alle Nazioni in Occasione del Santo Natale

 

Ed ora rivolgo un cordiale augurio in alcune espressioni linguistiche:

Italiano

Buon Natale! La pace di Cristo regni nei vostri cuori e nelle vostre famiglie.

Francese

Joyeux Noël ! Que la paix du Christ règne dans vos cœurs et dans vos familles.

Inglese

Merry Christmas!  May the peace of Christ reign in your hearts and in your families.

Tedesco

Frohe Weihnachten! Der Friede Christi herrsche in euren Herzen und in euren Familien.

Spagnolo

¡Feliz Navidad! Que la paz de Cristo reine en sus corazones y en sus familias.

Portoghese

Feliz Natal! Que a paz de Cristo reine nos vossos corações e nas vossas famílias.

Polacco

Błogosławionych Świąt Bożego Narodzenia!

Arabo

ميلاد مجيد! ليملك سلامُ المسيحِ في قلوبِكم وفي أسرِكم

Cinese

圣 诞 快 乐!

Latino

Felix sit vobis Domini Nativitas! Pax Christi in vestris cordibus vestrisque familiis regnet.

Natale del Signore – Santa Messa del giorno (25 dicembre 2025)

Data: Thu, 25 Dec 2025 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Sorelle e fratelli carissimi!

«Prorompete insieme in canti di gioia» (Is 52,9), grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire.
Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli – scrive il profeta (cfr Is 52,7) – perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce.
È un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27).
Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto.
Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia.
Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti.

Anche il prologo del quarto Vangelo è un inno e ha per protagonista il Verbo di Dio.
Il “verbo” è una parola che agisce.
Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto.
A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati.
Sì, le parole agiscono.
Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
«Si fece carne» (Gv 1,14) e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza.
«Carne» è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio.
La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11).
Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione.
Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza.
È un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole.

Come scrisse l’amato Papa Francesco, per richiamarci alla gioia del Vangelo: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore.
Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri.
Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza» (Esort.
ap.
 Evangelii gaudium, 270).

Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci.
Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda.
E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte.
Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.

Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace.
La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia.
Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma.
«Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3).
Questo mistero ci interpella dai presepi che abbiamo costruito, ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, «molte volte e in diversi modi» (cfr Eb 1,1), e ancora ci chiama a conversione.

Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli.
Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono.
Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato.
Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio.

Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro.
In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa.
È il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene.
Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi.
Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione.
Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui.
La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace.
In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta.

Natale del Signore – Santa Messa nella notte (24 dicembre 2025)

Data: Wed, 24 Dec 2025 22:00:00 +0100 leggi alla fonte

Parole di saluto del Santo Padre ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Buonasera.
Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome!

The Basilica of Saint Peter is a very large Basilica, it is very large, but unfortunately not large enough to receive all of you.
I admire and respect and thank you for your courage and your willingness to be here this evening.

Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima.
Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale.
Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio.

Tanti auguri a tutti voi.
Seguite la celebrazione negli schermi.
Dio vi protegga e benedica tutte le vostre famiglie.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Tanti auguri a tutti!

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Cari fratelli e sorelle,

per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case.
Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli.
In questa notte, invece, «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).

Ecco l’astro che sorprende il mondo, una scintilla appena accesa e divampante di vita: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11).
Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai.
Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte.
Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna.

È il Natale di Gesù, l’Emmanuele.
Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, «per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14).
Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto.

Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12).
Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce.
È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli.
La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente.

Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo.
Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora «non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri» (Benedetto XVI, Omelia nella notte di Natale, 24 dicembre 2012).
Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro.
Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza.

Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale.
Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti.
Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge.
Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo.
Come notava Sant’Agostino, «la superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina» (Sermo in Natale Domini 188, III, 3).
Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona.
Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù.
Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?

La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù.
Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste» (Lc 2,13).
Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra (cfr v.
14): nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature.

Perciò, esattamente un anno fa, Papa Francesco affermava che il Natale di Gesù ravviva in noi «il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta», perché «con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude» (Omelia nella notte di Natale, 24 dicembre 2024).
Con queste parole iniziava l’Anno Santo.
Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione.
Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo.
Come canta il Salmista: «Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
/ In mezzo alle genti narrate la sua gloria, / a tutti i popoli dite le sue meraviglie» (Sal 96,2-3).

Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza.
È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine.
È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna.
È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace.
Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo.

Auguri dei Dipendenti della Curia Romana, del Governatorato SCV e del Vicariato di Roma, con i familiari (22 dicembre 2025)

Data: Mon, 22 Dec 2025 11:30:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!
 

Cari fratelli e sorelle,

grazie del vostro caloroso saluto e soprattutto grazie di essere venuti a questo appuntamento natalizio.
Come sapete per me è il primo, ed è la prima volta che vi incontro tutti insieme, anche con molti vostri familiari, e questo mi fa molto piacere!

Oggi non dobbiamo parlare di lavoro, però voglio approfittare di questa occasione per ringraziare ciascuno di voi per il lavoro che svolge.
Sto imparando a conoscere il Vaticano come un grande mosaico di uffici e di servizi, e piano piano, con l’aiuto di Dio, penso che potrò anche incontrarvi visitando i vari ambienti di lavoro.

Ma oggi sono contento di questo momento familiare ormai quasi alla vigilia del Natale.
Lo viviamo davanti al presepe, che in effetti è presente anche qui, in questa scena della Natività donata dal Costa Rica.
Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta.
E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via.
Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati.
Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe.
Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo.

È come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti.
La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio.
Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani.
Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere.
Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno.
A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche – per voi laici – con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore.

Carissimi, impariamo dal Natale di Gesù lo stile della semplicità, dell’umiltà e facciamo in modo, tutti insieme, che questo sia sempre più lo stile della Chiesa, in ogni sua espressione.
Vi prego di portare il mio saluto anche ai vostri cari a casa; specialmente alle persone anziane o ammalate dite che il Papa prega per loro.

Vi auguro un santo Natale, nella letizia e nella serenità che Gesù ci dona.
Grazie!

Auguri della Curia Romana (22 dicembre 2025)

Data: Mon, 22 Dec 2025 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Signori Cardinali,
venerati fratelli nell’episcopato e nel presbiterato,
cari fratelli e sorelle!

La luce del Natale ci viene incontro, invitandoci a riscoprire la novità che, dall’umile grotta di Betlemme, percorre la storia umana.
Attratti da questa novità, che abbraccia l’intera creazione, camminiamo nella letizia e nella speranza, perché è nato per noi il Salvatore (cfr Lc 2,11): Dio si è fatto carne, è diventato nostro fratello e rimane per sempre il Dio-con-noi.

Con tale letizia nel cuore, e con senso di profonda gratitudine, possiamo guardare agli eventi che si susseguono, anche nella vita della Chiesa.
Così, ormai quasi alla vigilia delle Feste natalizie, mentre saluto cordialmente tutti voi e ringrazio il Cardinale Decano per le sue parole – sempre piene di entusiasmo: oggi il Salmo ci dice che sono settanta i nostri anni, ottanta per i più robusti, e allora celebriamo anche con voi –, desidero anzitutto ricordare il mio amato predecessore Papa Francesco, che in questo anno ha concluso la sua vita terrena.
La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri.

Proprio prendendo spunto dalla sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, vorrei ritornare su due aspetti fondamentali della vita della Chiesa: la missione e la comunione.

La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria.
Essa ha ricevuto da Cristo il dono dello Spirito per portare a tutti la buona notizia dell’amore di Dio.
Segno vivo di questo amore divino per l’umanità, la Chiesa esiste per invitare, chiamare, radunare al banchetto festoso che il Signore imbandisce per noi, perché ciascuno possa scoprirsi figlio amato, fratello del prossimo, uomo nuovo a immagine del Cristo e, perciò, testimone di verità, di giustizia e di pace.

Evangelii gaudium ci incoraggia a progredire nella trasformazione missionaria della Chiesa, che trova la sua inesauribile forza nel mandato di Cristo Risorto.
«In questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria» (EG, 20).
Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare.
La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché «chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
Il primo grande “esodo”, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro.
Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo (cfr S.
Agostino, La Trinità, IV, 20.
28).

Così, la missione di Gesù sulla terra, prolungata nello Spirito Santo in quella della Chiesa, diventa criterio di discernimento per la nostra vita, per il nostro cammino di fede, per le prassi ecclesiali, come pure per il servizio che svolgiamo nella Curia Romana.
Le strutture, infatti, non devono appesantire, rallentare la corsa del Vangelo o impedire il dinamismo dell’evangelizzazione; al contrario, dobbiamo «fare in modo che esse diventino tutte più missionarie» (Evangelii gaudium, 27).

Nello spirito della corresponsabilità battesimale, perciò, tutti siamo chiamati a partecipare alla missione di Cristo.
Anche il lavoro della Curia dev’essere animato da questo spirito e promuovere la sollecitudine pastorale al servizio delle Chiese particolari e dei loro pastori.
Abbiamo bisogno di una Curia Romana sempre più missionaria, dove le istituzioni, gli uffici e le mansioni siano pensati guardando alle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali di oggi e non solo per garantire l’ordinaria amministrazione.

Allo stesso tempo, nella vita della Chiesa la missione è strettamente congiunta alla comunione.
Il mistero del Natale, infatti, mentre celebra la missione del Figlio di Dio in mezzo a noi, ne contempla anche il fine: Dio ha riconciliato a sé il mondo per mezzo di Cristo (cfr 2Cor 5,19) e, in Lui, ci ha resi suoi figli.
Il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi.
L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca.

Questo è un compito quanto mai urgente ad intra e ad extra.

Lo è ad intra, perché la comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci chiama alla conversione.
Talvolta, dietro un’apparente tranquillità, si agitano i fantasmi della divisione.
E questi ci fanno cadere nella tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista piuttosto che cercare la comunione.
Così, nelle relazioni interpersonali, nelle dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che riguardano la fede, la liturgia, la morale o altro ancora, si rischia di cadere vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne conseguono.

Noi, però, siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo.
Siamo fratelli e sorelle in Lui.
E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”.

Siamo chiamati, anche e soprattutto qui nella Curia, ad essere costruttori della comunione di Cristo, che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale, dove tutti collaborano e cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il ruolo ricevuto.
Ma questo si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano, anche nell’ambito lavorativo.
Mi piace ricordare quanto scriveva Sant’Agostino nella Lettera a Proba: «In tutte le cose umane nulla è caro all’uomo senza un amico».
Egli però, si chiedeva con una punta di amarezza: «Ma quanti se ne trovano di così fedeli, da poterci fidare con sicurezza riguardo all’animo e alla condotta in questa vita?» (Lettera a Proba, 130, 2.
4).

Questa amarezza a volte si fa strada anche tra di noi quando, magari dopo tanti anni spesi al servizio della Curia, notiamo con delusione che alcune dinamiche legate all’esercizio del potere, alla smania del primeggiare, alla cura dei propri interessi, stentano a cambiare.
E ci si chiede: è possibile essere amici nella Curia Romana? Avere rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando ci si aiuta a vicenda, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori.
C’è una conversione personale che dobbiamo desiderare e perseguire, perché nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli.

Questo diventa un segno anche ad extra, in un mondo ferito da discordie, violenze, conflitti, in cui assistiamo anche a una crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate dal mondo digitale come dalla politica.
Il Natale del Signore reca con sé il dono della pace e ci invita a diventarne segno profetico in un contesto umano e culturale troppo frammentato.
Il lavoro della Curia e quello della Chiesa in generale va pensato anche in questo orizzonte ampio: non siamo piccoli giardinieri intenti a curare il proprio orto, ma siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura.
E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la luce della comunione.

Carissimi, la missione e la comunione sono possibili se rimettiamo Cristo al centro.
Il Giubileo di questo anno ci ha ricordato che solo Lui è la speranza che non viene meno.
E, proprio durante l’Anno Santo, importanti ricorrenze ci hanno fatto ricordare altri due eventi: il Concilio di Nicea, che ci riconduce alle radici della nostra fede, e il Concilio Vaticano II, che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi (cfr Gaudium et spes, 1).

Permettetemi infine di ricordare che cinquant’anni fa, nel giorno dell’Immacolata Concezione, veniva promulgata da San Paolo VI l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, scritta dopo la terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Essa sottolinea, tra l’altro, due realtà che qui possiamo richiamare: il fatto che «tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto» (n.
15); e, allo stesso tempo, la convinzione che «la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione» (n.
41).

Ricordiamo questo, anche nel nostro servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire.

Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, il Signore discende dal cielo e si abbassa verso di noi.
Come scriveva Bonhoeffer, meditando sul mistero del Natale, «Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro.
[…] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto» (D.
Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia 2004, 12).
Possa il Signore donarci questa sua stessa condiscendenza, la sua stessa compassione, il suo amore, perché ne diventiamo discepoli e testimoni ogni giorno.

Auguro di cuore un Santo Natale a tutti voi.
Che il Signore ci porti la sua luce e dia al mondo la pace!

Angelus, 21 dicembre 2025

Data: Sun, 21 Dec 2025 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, quarta Domenica di Avvento, la Liturgia ci invita a meditare sulla figura di San Giuseppe.
Ce lo presenta, in particolare, nel momento in cui Dio gli rivela, in sogno, la sua missione (cfr Mt 1,18-24).
Ci propone così una pagina molto bella della storia della salvezza, il cui protagonista è un uomo fragile e fallibile, come noi, e al tempo stesso coraggioso e forte nella fede.

L’Evangelista Matteo lo chiama “uomo giusto” (cfr Mt 1,19), e ciò lo connota come un pio israelita, che osserva la Legge e frequenta la sinagoga.
Oltre a ciò, però, Giuseppe di Nazaret ci appare anche come una persona estremamente sensibile e umana.

Lo vediamo quando, prima ancora che l’Angelo gli riveli il mistero che si sta compiendo in Maria, di fronte a una situazione difficile da comprendere e da accettare, egli non sceglie, nei confronti della sua futura sposa, la via dello scandalo e della pubblica condanna, ma quella discreta e benevola del ripudio segreto (cfr Mt 1,19).
E così mostra di cogliere il senso più profondo della sua stessa osservanza religiosa: quello della misericordia.

La purezza e la nobiltà dei suoi sentimenti, però, diventano ancora più evidenti quando il Signore, in sogno, gli rivela il suo piano di salvezza, indicandogli il ruolo inaspettato che egli dovrà assumervi: essere lo sposo della Vergine Madre del Messia.
Qui infatti Giuseppe, con un grande atto di fede, lascia anche l’ultima spiaggia delle sue sicurezze e prende il largo verso un futuro che è ormai totalmente nelle mani di Dio.
Sant’Agostino descrive così il suo assenso: «Alla pietà e alla carità di Giuseppe nacque dalla vergine Maria un figlio, e proprio il Figlio di Dio» (Sermo 51, 20.
30).

Pietà e carità, misericordia e abbandono: ecco le virtù dell’uomo di Nazaret che la Liturgia oggi ci propone, affinché ci accompagnino in questi ultimi giorni di Avvento, verso il Santo Natale.
Sono atteggiamenti importanti, che educano il cuore all’incontro con Cristo e con i fratelli, e che possono aiutarci ad essere, gli uni per gli altri, presepe accogliente, casa ospitale, segno della presenza di Dio.
In questo tempo di grazia, non perdiamo occasione per praticarli: perdonando, incoraggiando, dando un po’ di speranza alle persone con cui viviamo e a quelle che incontriamo; e rinnovando nella preghiera il nostro filiale abbandono al Signore e alla sua Provvidenza, affidandogli tutto con fiducia.

Ci aiutino in questo la Vergine Maria e San Giuseppe, che per primi, con fede e amore grande, hanno accolto Gesù, il Salvatore del mondo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di altre parti del mondo, in particolare quelli venuti da Jumilla, in Spagna, e il gruppo di insegnanti dell’Our Lady College, di Hong Kong.
Saluto inoltre i fedeli di Chieti Scalo e di Voghera, i docenti e gli alunni del Liceo Scientifico “Banzi Bazoli” di Lecce e i membri della “Fondazione Agostiniani nel Mondo”, in occasione del suo anniversario.

Oggi rivolgo un saluto speciale ai bambini e ai ragazzi di Roma! Carissimi, siete venuti con i vostri familiari e con i catechisti per la benedizione delle statuette di Gesù Bambino, da collocare nel presepio delle vostre case, delle scuole e degli oratori.
Ringrazio il Centro Oratori Romani che ha organizzato questo evento e benedico di cuore tutti i Bambinelli.
Cari ragazzi, davanti al presepe, pregate Gesù anche per le intenzioni del Papa.
In particolare, preghiamo insieme perché tutti i bambini del mondo possano vivere nella pace.
Vi ringrazio di cuore!

E con i Bambinelli e tutte le espressioni della nostra fede nel Bambino Gesù vi benedica sempre il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

A tutti auguro una buona domenica e un santo e sereno Natale!

Udienza Giubilare. Catechesi. 11. Sperare è generare. Maria, speranza nostra (20 dicembre 2025)

Data: Sat, 20 Dec 2025 10:30:00 +0100 leggi alla fonte

Catechesi.
 11.
 Sperare è generare.
Maria, speranza nostra
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Quando il Natale è alle porte, possiamo dire: il Signore è vicino! Senza Gesù, questa affermazione – il Signore è vicino – potrebbe suonare quasi come una minaccia.
In Gesù, invece, noi scopriamo che, come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia.
Gesù Bambino ci rivela che Dio ha viscere di misericordia, attraverso le quali genera sempre.
In Lui non c’è minaccia, ma perdono.

Carissimi, quella di oggi è l’ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate lo scorso gennaio da Papa Francesco.
Il Giubileo volge al termine, non finisce però la speranza che questo Anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza! Abbiamo ascoltato da San Paolo: «Nella speranza, infatti, siamo stati salvati» (Rm 8,24).
Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce.
La speranza è generativa.
Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere.
Questa è vera forza.
Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente.
La forza di Dio fa nascere.
Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare.

San Paolo scrive ai cristiani di Roma qualcosa che ci fa pensare: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22).
È un’immagine molto forte.
Ci aiuta ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra e il grido dei poveri.
“Tutta insieme” la creazione è un grido.
Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata – ingiustamente – nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri.
Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino.
Il nostro compito è generare, non derubare.
Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto.
Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con Lui, nella speranza.
La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui.
Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera.

Sorelle e fratelli, se la preghiera cristiana è così profondamente mariana, è perché in Maria di Nazaret vediamo una di noi che genera.
Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre.
È Madre di Dio e nostra.
“Speranza nostra”, diciamo nella Salve Regina.
Somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei.
E noi somigliamo a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio.
Le somigliamo, perché possiamo generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido che ascoltiamo in un parto.
Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce.
Ecco il parto che la creazione attende.

Sperare è generare.
Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova.
Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza.

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Saluti

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from the United States of America.
In these final days before our celebration of the Lord’s birth at Christmas, I invoke upon all of you and your families, the joy and peace of the Lord Jesus Christ, son of God and Prince of Peace.
God bless you!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Pidamos a María, Madre de la Esperanza, que nos acompañe siempre en nuestro camino de configuración con Cristo, su Hijo, el Verbo hecho carne que puso su morada entre nosotros.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.

Pozdrawiam serdecznie Polaków.
Niech Dzieciątko Jezus napełnia pokojem wasze serca, rodziny, wspólnoty i całe społeczeństwo.
Zawierzam Mu szczególnie ludzi młodych, aby z odwagą i pełni nadziei doceniali znaczenie sakramentalnego małżeństwa i byli otwarci na nowe życie.
Błogosławionych Świąt Bożego Narodzenia!

[Saluto cordialmente i polacchi.
Il Bambino Gesù riempia di pace i vostri cuori, le vostre famiglie, le vostre comunità e l’intera società.
Affido a Lui in modo particolare i giovani, affinché con coraggio e pieni di speranza comprendano l’importanza del matrimonio sacramentale e siano aperti alla nuova vita.
Buone Feste del Santo Natale!
]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto i fedeli di Trani, Fisciano, Casoli, Macchia Val Fortore, come pure la Delegazione dell’ANAS.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
Accostatevi al mistero di Betlemme con gli stessi sentimenti di fede e di umiltà che furono di Maria, per divenire ricchi di speranza e di letizia.

A tutti la mia benedizione!

Ai Ragazzi dell'Azione Cattolica Italiana (19 dicembre 2025)

Data: Fri, 19 Dec 2025 11:45:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

 

Eccellenza,
cari ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle tutti!

Che bello incontrarci a pochi giorni dal Natale del Signore! Saluto con affetto tutti voi, il Presidente nazionale, l’Assistente ecclesiastico generale, insieme all’équipe nazionale dell’ACR, agli educatori e ai collaboratori che vi accompagnano.
Vi ringrazio molto sinceramente per l’entusiasmo che esprimete e che condividete con noi altri - molto bello, veramente - testimoniando la bellezza della fede e la bellezza dell’Azione Cattolica.
Il nome della vostra associazione dice bene la sua identità: siete discepoli di Gesù, testimoni del suo Vangelo e compagni di viaggio insieme con tutta la Chiesa.

Durante l’Avvento avete certamente preparato il presepio nelle case, nelle scuole, in parrocchia.
Mentre guardate San Giuseppe e la Madonna, i pastori, l’asino e il bue, vedete realizzato il titolo del vostro percorso associativo di quest’anno: “C’è spazio per tutti”.
Sì, attorno al Signore, che si fa uomo per salvarci, c’è spazio per tutti! Egli fa posto ad ogni persona, ad ogni bambino, ragazzo, giovane e anziano.
Quando il Figlio di Dio viene nel mondo non trova spazio in una casa, ma bussa al nostro cuore proprio mentre apre il suo per accogliere tutti con amore.

Perciò, quando pregate davanti al presepio, chiedete di poter essere come quegli angeli che annunciano la gloria di Dio e la pace agli uomini.
Questa pace è l’impegno di ogni persona di buona volontà, e soprattutto di noi cristiani, che siamo chiamati non solo a essere buoni, ma a diventare migliori ogni giorno.
A diventare santi, come Pier Giorgio Frassati – che faceva parte dell’Azione Cattolica – e come Carlo Acutis: vi incoraggio a imitare la loro passione per il Vangelo e le loro opere, sempre animate dalla carità.
Agendo come loro, il vostro annuncio di pace sarà luminoso, perché in compagnia di Gesù sarete davvero liberi e felici, pronti a tendere la mano al prossimo, soprattutto a chi è in difficoltà.

Carissimi, la nascita del Principe della pace (cfr Is 9,6) ci rivela il senso autentico di questa parola, pace, che non è soltanto un’assenza di guerre, ma un’amicizia fra i popoli fondata sulla giustizia.
Tutti noi desideriamo questa pace per le nazioni ferite dai conflitti, ma ricordiamoci che la concordia e il rispetto iniziano dalle nostre relazioni quotidiane, dai gesti e dalle parole che scambiamo in casa, in parrocchia, con i compagni di scuola, nello sport.
Perciò, prima della santa notte di Natale, pensate a una persona con la quale fare pace: sarà un regalo più prezioso di quelli che si possono comprare nei negozi, perché la pace è un dono che si trova, davvero, solo nel cuore.

Fare pace è un’“azione cattolica” per eccellenza, perché è il gesto che ci rende testimoni di Gesù, il Redentore del mondo.
Nel suo nome faccio i migliori auguri a voi e ai vostri cari, e di cuore vi benedico insieme a tutti i ragazzi e le ragazze dell’Azione Cattolica.

Ai Consulenti del Lavoro (18 dicembre 2025)

Data: Thu, 18 Dec 2025 12:00:00 +0100 leggi alla fonte

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti.

Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro.
Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia.
Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza.

Circa il primo, vorrei riprendere un’espressione che ho, per così dire, “ereditato” da Papa Francesco: «Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti» (Esort.
ap.
Dilexi te, 115).
Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale.
Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa (cfr S.
Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Centesimus annus, 3; 5), va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali.

Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati.
Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli.
Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne.

Questo ci porta al secondo aspetto su cui vorrei riflettere: la mediazione.
Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera.
Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti.
In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà.
Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale (cfr Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium218-219).

Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante.
San Giovanni, nella sua Prima Lettera, scrive: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17).
Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi.
Questo è un grande atto di giustizia e di carità.

Ma c’è ancora un ultimo tema su cui vorrei soffermarmi: la promozione della sicurezza.
In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori.
Si tratta di un servizio alla loro stessa vita.
Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le “morti bianche” che si consumano nei luoghi di lavoro.
Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita – in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie – frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione.
Per questo vorrei ricordarvi che «la sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!» (Francesco, Discorso all’Associazione Nazionale Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, 11 settembre 2023).
Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi.

Cari amici, voi avete un compito importante.
Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative.
Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica.
E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale.

Udienza Generale del 17 dicembre 2025 - Udienza Generale del 17 dicembre 2025 - Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. IV. La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale. 8. La Pasqua come approdo del cuore inquieto

Data: Wed, 17 Dec 2025 10:00:00 +0100 leggi alla fonte

Udienza Generale del 17 dicembre 2025 - Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025.
Gesù Cristo nostra speranza.
IV.
La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale.
8.
La Pasqua come approdo del cuore inquieto

 

Saluto del Santo Padre ai malati in Aula Paolo VI prima dell’Udienza Generale 

Buongiorno a tutti! Good morning! Welcome!

Faccio un breve saluto, una benedizione per ognuno di voi.

In questa giornata volevamo difendervi un po’ dagli elementi, dal freddo soprattutto.
.
.
Non sta piovendo, però così forse state un po’ più comodi.
Dopo potrete seguire l’Udienza sullo schermo, o se volete potete anche uscire, però approfittiamo di questo piccolo incontro un po’ più personale, così, per salutarvi, per offrirvi la benedizione del Signore, e anche un augurio.
Siamo già vicino alla festa di Natale e vogliamo chiedere al Signore che la gioia di questo tempo di Natale vi accompagni tutti: le vostre famiglie, i vostri cari, e che siate sempre nelle mani del Signore con la fiducia, con l’amore che solo Dio ci può dare.
 

Do la benedizione a tutti adesso, poi passo a salutarvi.

Benedizione

_____________________ 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire.
Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguire risultati ottimali negli ambiti più svariati.
In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo? La fede ci dice: sì, riposeremo.
Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia.
Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora?

Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti.
Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete.
Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche.
Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine.
Eppure, percepiamo spesso quanto il troppo fare, invece di darci pienezza, diventi un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita.
Ci sentiamo allora stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza.
A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti.
Perché? Perché noi non siamo macchine, abbiamo un “cuore”, anzi, possiamo dire, siamo un cuore.

Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone.
L’evangelista Matteo ci invita a riflettere sull’importanza del cuore, nel riportare questa bellissima frase di Gesù: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).

È dunque nel cuore che si conserva il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio.

È importante riflettere su questi aspetti, perché nei numerosi impegni che di continuo affrontiamo, sempre più affiora il rischio della dispersione, talvolta della disperazione, della mancanza di significato, persino in persone apparentemente di successo.
Invece, leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l’accesso all’essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum.
Con questo aggettivo “inquieto”, Sant’Agostino ci fa comprendere lo slancio dell’essere umano proteso al suo pieno compimento.
La frase integrale rimanda all’inizio delle Confessioni, dove Agostino scrive: «Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te» (I, 1,1).

L’inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del “ritorno a casa”.
E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguire ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore.
Questo tesoro, però, lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: i fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi e a donarsi.
Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione.

Carissimi, ecco il segreto del movimento del cuore umano: tornare alla sorgente del suo essere, godere della gioia che non viene meno, che non delude.
Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente, oltre ciò che passa.
Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza.

Gesù Cristo, con la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione ha dato fondamento solido a questa speranza.
Il cuore inquieto non sarà deluso, se entra nel dinamismo dell’amore per cui è creato.
L’approdo è certo, la vita ha vinto e in Cristo continuerà a vincere in ogni morte del quotidiano.
Questa è la speranza cristiana: benediciamo e ringraziamo sempre il Signore che ce l’ha donata!

___________

Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les paroisses et les jeunes venus de France.
Alors que Noël approche, prenons garde de ne pas nous laisser prendre par un activisme effréné dans les préparatifs de la fête, que nous vivrions finalement qu’en superficialité et qui laisserait place à la déception.
Prenons le temps au contraire de rendre notre cœur attentif et vigilant dans l’attente de Jésus afin que sa présence aimante devienne durablement le trésor de notre vie et de notre cœur.
Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente le persone di lingua francese, in particolare le parrocchie e i giovani venuti dalla Francia.
Con l'avvicinarsi del Natale, facciamo attenzione a non lasciarci prendere da un frenetico attivismo nei preparativi della festa, che finiremmo per vivere in modo superficiale e che lascerebbe spazio alla delusione.
Prendiamoci invece il tempo di rendere il nostro cuore attento e vigile nell'attesa di Gesù, affinché la sua presenza amorevole diventi per sempre il tesoro della nostra vita e del nostro cuore.
Dio vi benedica!
]

I extend a warm welcome this morning to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from Nigeria, Indonesia and the United States of America.
I pray that each of you, and your families, may experience a blessed Advent in preparation for the coming of the new born Jesus, Son of God and Savior of the world.
God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, der Advent lädt uns zur Vorbereitung auf Weihnachten ein, indem wir uns vorbehaltlos für Jesus öffnen.
Er ist unsere Hoffnung.
Erwarten wir das Fest seiner Geburt voll Freude und beten wir mit Vertrauen: „Komm, Herr Jesus!“

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, l’Avvento ci invita a preparaci a Natale, accogliendo Gesù senza riserve.
Egli è la nostra speranza.
Pertanto, attendiamo con gioia la festa della sua nascita e preghiamo insieme, pieni di fiducia: “Vieni, Signore Gesù”
.
]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Pidamos al Señor que nos enseñe a decir con san Agustín: «Nos has hecho para ti y nuestro corazón está inquieto hasta que descanse en ti», y con ese deseo entremos en el dinamismo del amor para el que fuimos creados, caminando hacia Cristo, la esperanza que no defrauda.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,在这将临期,请你们敞开心扉,迎接前来赏赐平安与喜乐恩典的主耶稣。我降福大家!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, in questo tempo di Avvento, aprite i vostri cuori al Signore che viene a portare i doni della pace e della gioia.
A tutti la mia benedizione!
]

Queridos peregrinos de língua portuguesa, bem-vindos! Estamos na novena de Natal que, rica de tradições em algumas das vossas comunidades, se torna para todos uma renovada oportunidade de aliviar o coração, preparando-o ao iminente nascimento do Filho de Deus.
Que Nossa Senhora da Esperança vos acompanhe neste empenho espiritual e vos proteja sempre, a vós e às vossas famílias.
O Senhor vos abençoe!

[Cari pellegrini di lingua portoghese, benvenuti! Siamo alla novena di Natale che, ricca di tradizioni in alcune delle vostre comunità, diventa per tutti una rinnovata opportunità per alleggerire il cuore, preparandolo all’imminente nascita del Figlio di Dio.
La Madonna della Speranza vi accompagni in questo impegno spirituale, e custodisca sempre voi e le vostre famiglie.
Il Signore vi benedica!
]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
المسيحيُّ مدعوٌّ إلى أنْ يفتحَ قلبَه لمحبَّةِ اللهِ والقريب، حتَّى يَمتَلِئَ بالسَّلامِ والفرحِ الحَقِيقِيَين.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.
Il cristiano è chiamato ad aprire il suo cuore all’amore di Dio e del prossimo, affinché possa essere riempito di vera pace e gioia.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków! Niech ostatnie dni Adwentu będą dla Was czasem zamyślenia i modlitwy.
Przygotujcie się na przyjście Jezusa, zwłaszcza poprzez sakrament pokuty i rekolekcje, dzięki którym doświadczycie prawdziwego pokoju, radości i sensu życia.
Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi! Gli ultimi giorni dell’Avvento siano per voi un tempo di riflessione e preghiera.
Preparatevi alla venuta di Gesù, soprattutto attraverso il sacramento della penitenza e i ritiri spirituali, grazie ai quali sperimenterete la vera pace, la gioia e il senso della vita.
A tutti la mia benedizione!
]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.
In particolare, saluto i fedeli di Torino di Sangro; Teramo; San Marco Argentano, con il Vescovo Mons.
Stefano Rega; Fermo Centro, con l’Arcivescovo Mons.
Rocco Pennacchio.
Accolgo con affetto la Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo e il 72° Corso allievi Guardie di Pubblica sicurezza della Polizia di Stato.

Saluto, infine, i malati, gli sposi novelli e i giovani, specialmente gli studenti dell’Istituto Cicerone di Sala Consilina e quelli dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto.
Tra non molti giorni sarà Natale e immagino che nelle vostre case si stia ultimando o è già ultimato l’allestimento del presepe, suggestiva rappresentazione del Mistero della Natività di Cristo.
Auspico che un elemento così importante, non solo della nostra fede, ma anche della cultura e dell’arte cristiana, continui a far parte del Natale per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto “ad abitare in mezzo a noi”.

A tutti la mia benedizione!

Giovanni Paolo II
G.P.II: VEGLIA DI PREGHIERA GMG XV


PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE
XV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
GIOVANNI PAOLO II

Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000

1. "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).

Carissimi giovani e ragazze, con grande gioia mi incontro nuovamente con voi in occasione di questa Veglia di preghiera, durante la quale vogliamo metterci insieme in ascolto di Cristo, che sentiamo presente tra noi. E' Lui che ci parla.

"Voi chi dite che io sia?". Gesù pone questa domanda ai suoi discepoli, nei pressi di Cesarea di Filippo. Risponde Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). A sua volta il Maestro gli rivolge le sorprendenti parole: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 17).

Qual è il significato di questo dialogo? Perché Gesù vuole sentire ciò che gli uomini pensano di Lui? Perché vuol sapere che cosa pensano di Lui i suoi discepoli?

Gesù vuole che i discepoli si rendano conto di ciò che è nascosto nelle loro menti e nei loro cuori e che esprimano la loro convinzione. Allo stesso tempo, tuttavia, egli sa che il giudizio che manifesteranno non sarà soltanto loro, perché vi si rivelerà ciò che Dio ha versato nei loro cuori con la grazia della fede.

Questo evento nei pressi di Cesarea di Filippo ci introduce in un certo senso nel "laboratorio della fede". Vi si svela il mistero dell'inizio e della maturazione della fede. Prima c'è la grazia della rivelazione: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all'uomo. Segue poi la chiamata a dare una risposta. Infine, c'è la risposta dell'uomo, una risposta che d'ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita.

Ecco che cosa è la fede! E' la risposta dell'uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente. Le domande che Cristo pone, le risposte che vengono date dagli Apostoli, e infine da Simon Pietro, costituiscono quasi una verifica della maturità della fede di coloro che sono più vicini a Cristo.

2. Il colloquio presso Cesarea di Filippo ebbe luogo nel periodo prepasquale, cioè prima della passione e della resurrezione di Cristo. Bisognerebbe richiamare ancora un altro evento, durante il quale Cristo, ormai risorto, verificò la maturità della fede dei suoi Apostoli. Si tratta dell'incontro con Tommaso apostolo. Era l'unico assente quando, dopo la resurrezione, Cristo venne per la prima volta nel Cenacolo. Quando gli altri discepoli gli dissero di aver visto il Signore, egli non volle credere. Diceva: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò" (Gv 20, 25). Dopo otto giorni i discepoli si trovarono nuovamente radunati e Tommaso era con loro. Venne Gesù attraverso la porta chiusa, salutò gli Apostoli con le parole: "Pace a voi!" (Gv 20, 26) e subito dopo si rivolse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!" (Gv 20, 27). E allora Tommaso rispose: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28).

Anche il Cenacolo di Gerusalemme fu per gli Apostoli una sorta di "laboratorio della fede". Tuttavia quanto lì avvenne con Tommaso va, in un certo senso, oltre quello che successe nei pressi di Cesarea di Filippo. Nel Cenacolo ci troviamo di fronte ad una dialettica della fede e dell'incredulità più radicale e, allo stesso tempo, di fronte ad una ancor più profonda confessione della verità su Cristo. Non era davvero facile credere che fosse nuovamente vivo Colui che avevano deposto nel sepolcro tre giorni prima.

Il Maestro divino aveva più volte preannunciato che sarebbe risuscitato dai morti e più volte aveva dato le prove di essere il Signore della vita. E tuttavia l'esperienza della sua morte era stata così forte, che tutti avevano bisogno di un incontro diretto con Lui, per credere nella sua resurrezione: gli Apostoli nel Cenacolo, i discepoli sulla via per Emmaus, le pie donne accanto al sepolcro... Ne aveva bisogno anche Tommaso. Ma quando la sua incredulità si incontrò con l'esperienza diretta della presenza di Cristo, l'Apostolo dubbioso pronunciò quelle parole in cui si esprime il nucleo più intimo della fede: Se è così, se Tu davvero sei vivo pur essendo stato ucciso, vuol dire che sei "il mio Signore e il mio Dio".

Con la vicenda di Tommaso, il "laboratorio della fede" si è arricchito di un nuovo elemento. La Rivelazione divina, la domanda di Cristo e la risposta dell'uomo si sono completate nell'incontro personale del discepolo col Cristo vivente, con il Risorto. Quell'incontro divenne l'inizio di una nuova relazione tra l'uomo e Cristo, una relazione in cui l'uomo riconosce esistenzialmente che Cristo è Signore e Dio; non soltanto Signore e Dio del mondo e dell'umanità, ma Signore e Dio di questa mia concreta esistenza umana. Un giorno san Paolo scriverà: "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo" (Rm 10, 8-9).

3. Nelle Letture dell'odierna Liturgia troviamo descritti gli elementi di cui si compone quel "laboratorio della fede", dal quale gli Apostoli uscirono come uomini pienamente consapevoli della verità che Dio aveva rivelato in Gesù Cristo, verità che avrebbe modellato la loro vita personale e quella della Chiesa nel corso della storia. L'odierno incontro romano, carissimi giovani, è anch'esso una sorta di "laboratorio della fede" per voi, discepoli di oggi, per i confessori di Cristo alla soglia del terzo millennio.

Ognuno di voi può ritrovare in se stesso la dialettica di domande e risposte che abbiamo sopra rilevato. Ognuno può vagliare le proprie difficoltà a credere e sperimentare anche la tentazione dell'incredulità. Al tempo stesso, però, può anche sperimentare una graduale maturazione nella consapevolezza e nella convinzione della propria adesione di fede. Sempre, infatti, in questo mirabile laboratorio dello spirito umano, il laboratorio appunto della fede, s'incontrano tra loro Dio e l'uomo. Sempre il Cristo risorto entra nel cenacolo della nostra vita e permette a ciascuno di sperimentare la sua presenza e di confessare: Tu, o Cristo, sei "il mio Signore e il mio Dio".

Cristo disse a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Ogni essere umano ha dentro di sé qualcosa dell'apostolo Tommaso. E' tentato dall'incredulità e pone le domande di fondo: E' vero che c'è Dio? E' vero che il mondo è stato creato da Lui? E' vero che il Figlio di Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto? La risposta si impone insieme con l'esperienza che la persona fa della Sua presenza. Occorre aprire gli occhi e il cuore alla luce dello Spirito Santo. Allora parleranno a ciascuno le ferite aperte di Cristo risorto: "Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno".

4. Carissimi amici, anche oggi credere in Gesù, seguire Gesù sulle orme di Pietro, di Tommaso, dei primi apostoli e testimoni, comporta una presa di posizione per Lui e non di rado quasi un nuovo martirio: il martirio di chi, oggi come ieri, è chiamato ad andare contro corrente per seguire il Maestro divino, per seguire "l'Agnello dovunque va" (Ap 14,4). Non per caso, carissimi giovani, ho voluto che durante l'Anno Santo fossero ricordati presso il Colosseo i testimoni della fede del ventesimo secolo.

Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno: penso ai fidanzati ed alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell'attesa del matrimonio. Penso alle giovani coppie e alle prove a cui è esposto il loro impegno di reciproca fedeltà. Penso ai rapporti tra amici e alla tentazione della slealtà che può insinuarsi tra loro.

Penso anche a chi ha intrapreso un cammino di speciale consacrazione ed alla fatica che deve a volte affrontare per perseverare nella dedizione a Dio e ai fratelli. Penso ancora a chi vuol vivere rapporti di solidarietà e di amore in un mondo dove sembra valere soltanto la logica del profitto e dell'interesse personale o di gruppo.

Penso altresì a chi opera per la pace e vede nascere e svilupparsi in varie parti del mondo nuovi focolai di guerra; penso a chi opera per la libertà dell'uomo e lo vede ancora schiavo di se stesso e degli altri; penso a chi lotta per far amare e rispettare la vita umana e deve assistere a frequenti attentati contro di essa, contro il rispetto ad essa dovuto.

5. Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel Duemila è difficile credere? Sì! E' difficile. Non è il caso di nasconderlo. E' difficile, ma con l'aiuto della grazia è possibile, come Gesù spiegò a Pietro: "Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17).

Questa sera vi consegnerò il Vangelo. E' il dono che il Papa vi lascia in questa veglia indimenticabile. La parola contenuta in esso è la parola di Gesù. Se l'ascolterete nel silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete Cristo e lo seguirete, impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui!

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.

Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!

6. Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

A tutti ed a ciascuno offro con affetto la mia Benedizione.

Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

G.P.II: Ho aspettato tanto
Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

G.P.II: Preghiera per i giovani nel mondo.

Dio, nostro Padre, Ti affidiamo i giovani e le giovani del mondo, con i loro problemi, aspirazioni e speranze. Ferma su di loro il tuo sguardo d'amore e rendili operatori di pace e costruttori della civiltà dell'amore. Chiamali a seguire Gesù, tuo Figlio. Fa' loro comprendere che vale la pena di donare interamente la vita per Te e per l'umanità. Concedi generosità e prontezza nella risposta. Accogli, Signore, la nostra lode e la nostra preghiera anche per i giovani che, sull'esempio di Maria, Madre della Chiesa, hanno creduto alla tua parola e si stanno preparando ai sacri Ordini, alla professione dei consigli evangelici, all'impegno missionario. Aiutali a comprendere che la chiamata che Tu hai dato loro è sempre attuale e urgente. Amen!

G.P.II: Le sentinelle del mattino
Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

G.P.II: Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo

Spalancate le porte a Cristo.
Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla Sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa! Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete a Cristo di parlare all'uomo. Solo Lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

G.P.II: Preghiere per i giovani alla Madonna Nera

Preghiera con i Giovani.
Madonna Nera della «Chiara Montagna», volgi il tuo sguardo materno ai giovani di tutto il mondo, a chi già crede nel tuo Figlio e a chi non l'ha ancora incontrato sul suo cammino. Ascolta, o Maria, le loro aspirazioni, chiarisci i loro dubbi, da' vigore ai loro propositi, fa' che vivano in se stessi i sentimenti di un vero «spirito da figli», per contribuire efficacemente all'edificazione di un mondo più giusto. Tu vedi la loro disponibilità, tu conosci il loro cuore. Tu sei Madre di tutti! In questa collina di luce, dove forte è l'invito alla fede e alla conversione del cuore, Maria vi accoglie con Materna premura. Madonna «dal dolce volto», ella distende da questo antico Santuario il suo sguardo vigile e provvidente su tutti i popoli del mondo, desideroso di pace. Di questo mondo voi, giovani, siete l'avvenire e la speranza. Proprio per questo Cristo ha bisogno di voi: per far giungere in ogni angolo della terra il Vangelo della salvezza. Siate disposti e pronti a compiere tale missione con vero «spirito di figli». Siate gli apostoli, siate i messaggeri generosi della soprannaturale speranza che dà nuovo slancio al cammino dell'uomo
G.P.II: Il senso della vita
G.P.II
Pensieri per la gioventù.
Certamente è un periodo della vita, in cui ciascuno di noi scopre molto. Era ancora un'età tranquilla, ma già si avvicinava un grande cataclisma europeo. Ora tutto questo appartiene alla storia del nostro secolo. E questa storia io l'ho vissuta negli anni giovanili. Tanti miei amici hanno perso la vita, nelle guerre, nella II guerra mondiale, in diversi fronti, hanno dato, donato la vita, in campi di concentramento... Ho imparato attraverso queste sofferenze a vedere la realtà del mondo in modo più profondo. Si è dovuto cercare più profondamente una luce. In queste tenebre c'era la luce. La luce era il Vangelo, la luce era Cristo. Io vorrei augurarvi di trovare questa luce con cui si può camminare.

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