Data: Thu, 14 May 2026 11:30:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo
Saluto finale a braccio davanti al Rettorato
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Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!
Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore.
Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede.
Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.
Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa.
E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi.
Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.
Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.
[Benedizione]
Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!
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Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:
Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi.
E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza.
Auguri a voi e ci vediamo dopo!
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Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!
Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma.
La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra.
Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza.
È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare.
Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.
I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti.
Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare.
Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi.
Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.
Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza.
A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare.
Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.
Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male.
Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai.
Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni.
È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia.
Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto.
Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.
A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna.
“Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli.
Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.
Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”.
Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra.
Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale.
La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria.
In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato.
Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.
Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune.
Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti.
Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento.
Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia.
Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n.
23).
Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.
In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia.
Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare.
Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.
C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia.
Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo.
Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.
La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico.
In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante.
È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse.
Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?
Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata.
Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni.
Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità.
Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è.
Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.
Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta.
Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore.
Grazie!
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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato
Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo.
Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!
Data: Wed, 13 May 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione dogmatica Lumen gentium.
9.
La Vergine Maria, modello della Chiesa
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Il Concilio Vaticano II ha voluto dedicare l’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa alla Vergine Maria (cfr Lumen gentium, 52-69).
Ella «è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità» (n.
53).
Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale.
Lasciandosi plasmare dall’opera della Grazia, venuta a compiersi in Lei, e accogliendo il dono dell’Altissimo con la sua fede e il suo amore verginale, Maria è modello perfetto di ciò che la Chiesa tutta è chiamata ad essere, creatura della Parola del Signore e madre dei figli di Dio generati nella docilità all’azione dello Spirito Santo.
In quanto, poi, è la credente per antonomasia, in cui ci è offerta la forma perfetta dell’incondizionata apertura al mistero divino nella comunione del popolo santo di Dio, Maria è membro eccellente della comunità ecclesiale.
In quanto, infine, genera figli nel Figlio, amati nell’eterno Amato venuto fra noi, Maria è madre della Chiesa tutta, che a Lei può rivolgersi con confidenza filiale, nella certezza di essere ascoltata, custodita e amata.
Si potrebbe esprimere l’insieme di queste caratteristiche della Vergine Maria parlando di Lei come della donna icona del Mistero.
Con il termine donna si evidenzia la concretezza storica di questa giovane figlia d’Israele, cui è stato dato di vivere la straordinaria esperienza di diventare la madre del Messia.
Con l’espressione icona si sottolinea che in Lei si realizza il duplice movimento di discesa e di ascesa: in Lei risplendono tanto l’elezione gratuita da parte di Dio, quanto il libero consenso della fede in Lui.
Maria è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo.
Il Concilio ci ha lasciato un chiaro insegnamento sul posto singolare riservato alla Vergine Maria nell’opera della Redenzione (cfr Lumen gentium, 60-62).
Ha ricordato che unico Mediatore di salvezza è Gesù Cristo (cfr 1 Tm 2,5-6) e che la sua Madre Santissima «in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia» (LG, 60).
Al tempo stesso, «la beata Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, […] cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime.
Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia» (ibid.
, 61).
Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria.
Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell’alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere.
Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa e a servire in essa il compimento del Regno di Dio che viene e che pienamente si realizzerà nella gloria.
Lasciamoci allora interpellare da tale sublime modello che è Maria, Vergine e Madre, e chiediamo a Lei di aiutarci con la sua intercessione a rispondere a quanto ci viene domandato attraverso il suo esempio: vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?
Sorelle e fratelli, lo Spirito Santo, disceso su Maria e invocato da noi con umiltà e fiducia, ci doni di vivere pienamente queste stupende realtà.
E, dopo aver approfondito la Costituzione Lumen gentium, chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono: cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa.
Così sia!
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Saluti
Je salue cordialement les fidèles de langue française, en particulier les jeunes et les pèlerins venus de Belgique et de France.
Demandons au Seigneur d’envoyer son Esprit-Saint sur chacun de nous, afin qu’il nous vivifie de plus en plus et nous rende conscient d’être membre de l’Église, responsables de sa mission.
Demandons-lui la grâce de déployer tous nos talents aux services de nos frères qui attendent de trouver en nous l’image de Jésus-Christ.
Que Dieu vous bénisse !
[Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese, in particolare i giovani e i pellegrini provenienti dal Belgio e dalla Francia.
Chiediamo al Signore di mandare il suo Spirito Santo su ciascuno di noi, affinché ci ravvivi sempre più e ci renda consapevoli di essere membri della Chiesa, responsabili della sua missione.
Chiediamogli la grazia di mettere tutti i nostri talenti al servizio dei nostri fratelli, che attendono di trovare in noi l’immagine di Gesù Cristo.
Dio vi benedica!]
I greet the English speaking pilgrims and visitors taking part in today’s audience, in particular the groups from England, Ireland, Tanzania, India, Indonesia, Canada and the United States of America.
Today we remember the memorial of Our Lady of Fatima.
On this day, forty-five years ago, an attempt was made on the life of Pope John Paul II, and for these reasons, I dedicated my catechesis today to the Blessed Virgin Mary.
At the same time, we will soon celebrate the Lord’s Ascension, which marks the entrance of his humanity into heaven.
As we await Jesus’ second coming in glory, may we, like the Apostles, entrust ourselves to the Blessed Virgin.
Upon you and your families, I willingly invoke the joy and peace of Christ the Lord.
God bless you!
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, Maria, die »Bild und Anfang der in der kommenden Weltzeit zu vollendenden Kirche ist« (LG 68), helfe uns, Christus und die Kirche immer mehr zu lieben und so der Vollendung des kommenden Reiches Gottes zu dienen.
Heilige Maria, Mutter der Kirche, bitte für uns.
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, Maria «l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura« (LG 68), ci aiuti ad amare sempre più Cristo e la Santa Chiesa e a servire in essa il compimento del Regno di Dio che verrà.
Santa Maria, Madre della Chiesa, prega per noi.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Pidamos a nuestra Madre Santísima que interceda por nosotros para que, como ella, vivamos con fe humilde, obediente y operante nuestra pertenencia a la Iglesia.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,我笃定献上我的祈祷,好使你们作为基督徒的信仰见证,能在天主恩宠的助佑下,始终结出丰硕的果实。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, assicuro la mia preghiera affinchè la vostra testimonianza cristiana, sostenuta dalla grazia di Dio, sia sempre più feconda.
Vi benedico di cuore.
]
Saúdo os fiéis de língua portuguesa: Neste dia, festa litúrgica da Virgem Santa Maria de Fátima, dirigimos o nosso olhar para o Santuário, onde Nossa Senhora entregou aos três Pastorinhos uma mensagem de paz.
Naquele lugar, tão querido a todos os cristãos, encontram-se hoje numerosos peregrinos, oriundos dos cinco Continentes: a sua presença é sinal da necessidade de consolação, unidade e esperança dos homens do nosso tempo.
Confiemos ao Imaculado Coração de Maria o clamor de paz e concórdia que se eleva de todas as partes do mundo, especialmente dos povos afligidos pela guerra.
Para todos vós, a minha bênção!
[Saluto i fedeli di lingua portoghese.
Oggi, festa liturgica della Beata Vergine Maria di Fatima, volgiamo lo sguardo al Santuario, dove la Madonna ha consegnato ai tre Pastorelli un messaggio di pace.
In quel luogo, così caro alla cristianità, si ritrovano oggi, provenienti dai cinque Continenti, numerosi pellegrini: la loro presenza è segno del bisogno di consolazione, di unità e di speranza degli uomini del nostro tempo.
Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra.
A tutti la mia benedizione!]
أُحَيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ بِاللُّغَةِ العَرَبِيَّة.
لِنُجَدِّدْ مَعًا قَولَنا ”نَعَم“ للهِ ولِمَشِيئَتِه، واثِقِين بِه، مِثلَ مَريَم، أنَّه سَيَمنَحُنا حياةً جَدِيدَة.
باركَكُم الرّبُّ جَمِيعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
Rinnoviamo insieme il nostro ‘si’ al Signore e alla sua volontà, fidandoci di lui, come Maria, che ci donerà una nuova vita.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
W tych dniach dzieci w Polsce przystępują po raz pierwszy do sakramentu pojednania i do Pierwszej Komunii Świętej.
Niech rodzice, katecheci i wychowawcy będą dla nich przykładem częstego korzystania z łask sakramentalnych.
Polecajmy ich modlitwie, wzywając wstawiennictwa Maryi, Matki Kościoła, którą czcicie śpiewem Litanii Loretańskiej.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
In questi giorni, in Polonia, i bambini si accostano per la prima volta al Sacramento della Riconciliazione e alla Prima Comunione.
I genitori, i catechisti e gli educatori siano per loro un esempio nel ricorrere spesso alla grazia dei Sacramenti.
Accompagniamoli con la preghiera, invocando l’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, che venerate con il canto delle Litanie Lauretane.
A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto i Membri del Comitato di Coordinamento della Commissione mista internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, presenti a Roma per il loro incontro di studio e programmazione, ed auspico che si possa continuare la strada iniziata più di vent'anni fa.
Saluto poi i fedeli dell’Arcidiocesi di Otranto, con l’Arcivescovo Mons.
Francesco Neri; le parrocchie di San Giuseppe Moscati, in Triggiano e Santa Maria Assunta, in Sarconi; i militari del 232° Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano e la Capitaneria di Porto di San Benedetto del Tronto, con l’Arcivescovo Mons.
Gianpiero Palmieri.
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
Vi ringrazio per la vostra presenza e invoco su di voi e sui vostri familiari i doni dello Spirito Santo per un impegno cristiano sempre coerente nelle diverse chiamate e situazioni che la Provvidenza riserva a ciascuno.
A tutti la mia benedizione!
Data: Mon, 11 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Eminenza,
Presidente del Governatorato,
Cari amici,
Cari fratelli e sorelle,
Sono profondamente grato di incontrarvi, membri della Vatican Observatory Foundation, e vi ringrazio per il vostro fedele e generoso sostegno al lavoro della Specola Vaticana, un’istituzione molto cara allo Stato della Città del Vaticano, al servizio della Santa Sede e della Chiesa universale.
Centotrentacinque anni fa, il mio predecessore Papa Leone XIII rifondò la Specola Vaticana, di modo che “tutti possano vedere chiaramente che la Chiesa e i suoi Pastori non sono contrari alla scienza vera e solida, sia essa umana o divina, ma che l’abbracciano, l’incoraggiano e la promuovono con la massima dedizione possibile” (cfr.
Ut mysticam, 14 marzo 1891).
A quel tempo, la scienza veniva sempre più presentata come fonte di verità in contrapposizione con la religione, quindi la Chiesa sentiva il bisogno urgente di contrastare la crescente percezione che fede e scienza fossero nemiche.
Oggi, tuttavia, sia la scienza sia la religione affrontano una minaccia diversa e forse più insidiosa: quella di quanti negano l’esistenza stessa della verità oggettiva.
Troppe persone nel nostro mondo rifiutano di riconoscere ciò che la scienza e la Chiesa insegnano chiaramente: che abbiamo la solenne responsabilità di custodire il nostro pianeta e di garantire il benessere di coloro che lo abitano, specialmente i più vulnerabili, la cui vita è messa a repentaglio dallo sfruttamento sconsiderato sia delle persone sia del mondo naturale.
È proprio per questo che l’adesione della Chiesa a una scienza rigorosa e onesta rimane non solo preziosa, ma anche essenziale.
L’astronomia occupa un posto speciale in questa missione.
La capacità di guardare con stupore il sole, la luna e le stelle è un dono concesso a ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione sociale o dalle circostanze.
Suscita in noi sia soggezione sia un sano senso della misura.
Contemplare il cielo ci invita a vedere le nostre paure e le nostre mancanze alla luce dell’immensità di Dio.
Il cielo notturno è un tesoro di bellezza aperto a tutti — poveri e ricchi — e in un mondo così dolorosamente diviso rimane una delle ultime fonti di gioia davvero universali.
Purtroppo, anche questo dono ora è minacciato.
Parafrasando Papa Benedetto, abbiamo riempito i nostri cieli di una luce fatta dagli uomini che ci rende ciechi alle luci che Dio vi ha posto: un’immagine calzante, ha suggerito, del peccato stesso (cfr.
Omelia, 7 aprile 2012).
È in questo contesto che esprimo la mia profonda gratitudine per il lavoro della Fondazione.
Il vostro impegno consente agli scienziati del Vaticano di impegnarsi in modo costruttivo con il grande pubblico e con la comunità scientifica mondiale.
La vostra generosità permette alla Specola Vaticana di condividere la meraviglia dell’astronomia con studenti di tutto il mondo e di proporre laboratori e scuole estive a quanti lavorano in scuole cattoliche e parrocchie.
Ed è, in definitiva, la vostra dedizione a far sì che i telescopi e i laboratori dell’Osservatorio rimangano ciò che sono sempre stati destinati a essere: luoghi in cui s’incontra la gloria del creato di Dio con riverenza, con profondità e gioia.
Non dobbiamo mai perdere di vista la visione teologica che anima tutto ciò.
La nostra è una religione dell’Incarnazione.
La Scrittura ci insegna che sin dal principio Dio si è fatto conoscere attraverso le cose che ha creato (cfr.
Rm 1, 20), e che Dio ha tanto amato il suo creato da mandare suo Figlio perché vi entrasse e lo salvasse (cfr.
Gv 3, 16).
Non sorprende, quindi, che persone dalla fede profonda si sentano spinte a esplorare le origini e il funzionamento dell’universo.
Il forte desiderio di comprendere il creato più a fondo non è altro che il riflesso di quel desiderio inquieto di Dio che dimora nel profondo di ogni animo.
Nell’esprimere ancora una volta la mia gratitudine per il vostro sostegno, invoco volentieri su di voi e sulle vostre famiglie le abbondanti benedizioni di Dio Onnipotente.
Grazie!
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
107, lunedì 11 maggio 2026, p.
2.
Data: Mon, 11 May 2026 11:30:00 +0200 leggi alla fonte
La pace sia con voi.
Benvenuti.
Sua Altezza Reale Principe Hasan bin Talal,
Cari fratelli e sorelle,
Sono lieto di salutare tutti voi e grato per la vostra presenza qui in occasione di questo ottavo colloquio, organizzato congiuntamente dal Dicastero per il Dialogo interreligioso e il Royal Institute for Inter-Faith Studies.
Il tema che avete scelto quest’anno, “Human Compassion and Empathy in Modern Times” è particolarmente opportuno per il nostro mondo attuale.
Di fatto, questi non sono sentimenti marginali, ma piuttosto atteggiamenti fondamentali di entrambe le nostre tradizioni religiose e aspetti importanti di ciò che significa vivere una vita autenticamente umana.
La tradizione musulmana associa la compassione, ra’fa, con la misericordia quale dono posto da Dio nel cuore dei credenti, e uno dei nomi divini, al-Ra’uf, ci ricorda che la compassione ha sempre origine in Dio stesso.
Similmente, nella tradizione cristiana, la Sacra Scrittura rivela un Dio che non rimane indifferente alla sofferenza, ma dice a Mosè: “Ho osservato la miseria del mio popolo […] e ho udito il suo grido” (Es 3, 7).
In Gesù Cristo questa compassione divina diventa visibile e tangibile.
Dio va oltre il vedere e l’ascoltare, assumendo la nostra natura umana al fine di diventare l’incarnazione vivente della compassione.
Seguendo l’esempio di Gesù, la compassione cristiana diventa un partecipare o “soffrire con” gli altri, specialmente con i più svantaggiati.
Per questo, “l’amore a coloro che sono poveri — in qualunque forma si manifesti tale povertà — è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio” (Dilexi te, n.
103).
Per le nostre tradizioni, la compassione umana e l’empatia non sono un qualcosa in più o qualcosa di facoltativo, bensì una chiamata di Dio a riflettere la sua bontà nella nostra vita quotidiana.
Questa convinzione, pertanto, ha implicazioni sociali.
Papa Leone XIII ha insegnato che i poveri e gli emarginati meritano un’attenzione e un aiuto speciale da parte della società e dello Stato (cfr.
Rerum novarum, n.
37).
A tale riguardo, desidero esprimere il mio apprezzamento per i generosi sforzi del Regno Hashemita di Giordania nell’accogliere rifugiati e assistere i bisognosi in circostanze difficili.
Cari amici, purtroppo la compassione e l’empatia oggi rischiano di scomparire.
I progressi tecnologici ci hanno resi più connessi che mai, ma possono portare anche all’indifferenza.
Il flusso costante di immagini e video delle difficoltà degli altri può rendere i nostri cuori insensibili piuttosto che commuoverli.
Papa Francesco ci ha avvisati che “Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, [pensando che] non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro” (Omelia, Lampedusa, 8 luglio 2013).
Questo genere di apatia sta diventando una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo.
In questo contesto, cristiani e musulmani, attingendo alla ricchezza delle rispettive tradizioni, sono chiamati a una missione comune: ravvivare l’umanità laddove si è raffreddata, dare voce a coloro che soffrono e trasformare l’indifferenza in solidarietà.
La compassione e l’empatia possono essere i nostri strumenti, poiché hanno il potere di ripristinare la dignità dell’altro.
È mia speranza che la Giordania continui ad essere una testimonianza vivente di questo tipo di compassione, nonché un segno di dialogo, solidarietà e speranza in una regione che è segnata da prove.
Possa la nostra collaborazione dare frutto in concreti gesti di pace, empatia e fratellanza.
Grazie!
E, poiché nelle nostre tradizioni ricerchiamo la pace come una delle benedizioni più importanti di Dio, chiedo la benedizione di Dio su tutti voi.
Il Signore sia con voi.
Che la Benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.
Amen.
Grazie.
____________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
107, lunedì 11 maggio 2026, p.
3.
Data: Sun, 10 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Oggi nel Vangelo abbiamo ascoltato alcune parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena.
Mentre fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore, Cristo dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).
Quest’affermazione ci libera da un equivoco, cioè dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio.
Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia.
Osserviamo davvero i comandamenti, secondo la volontà di Dio, se riconosciamo il suo amore per noi, così come Cristo lo rivela al mondo.
Le parole di Gesù sono allora un invito alla relazione, non un ricatto o una sospensione dubbiosa.
Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato (cfr Gv 13,34): è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore.
Cristo stesso è il criterio, il canone dell’amore vero: quello fedele per sempre, puro e incondizionato.
Quello che non conosce né “ma” né “forse”, quello che si dona senza voler possedere, quello che dà vita senza prendere nulla in cambio.
Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi.
Accade come per la vita: solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare.
I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.
Proprio perché ci ama, il Signore non ci lascia soli nelle prove della vita: ci promette il Paraclito, cioè l’Avvocato difensore, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17).
È un dono che «il mondo non può ricevere» (ibid.
), finché si ostina nel male che opprime il povero, esclude il debole, uccide l’innocente.
Chi invece corrisponde all’amore che Gesù ha verso tutti, trova nello Spirito Santo un alleato che mai viene meno: «Voi lo conoscete – dice Gesù – perché Egli rimane presso di voi e sarà in voi» (ibid.
).
Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.
Offrendoci l’amore vero ed eterno, Gesù condivide con noi la sua identità di Figlio amato: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v.
20).
Questa coinvolgente comunione di vita smentisce l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore.
Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è «padre della menzogna» (Gv 8,44), che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.
Carissimi, pieni di gratitudine per questo dono, affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, Madre del Divino Amore.
_____________________
Dopo il Regina Caeli
Cari fratelli e sorelle,
ho appreso con preoccupazione le notizie sull’aumento delle violenze nella Regione del Sahel, in particolare in Ciad e in Mali, colpiti da recenti attacchi terroristici.
Assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono.
Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggio ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra.
Il 10 maggio, ogni anno, si celebra la “Giornata dell’amicizia copto-cattolica”.
Rivolgo un saluto fraterno a Sua Santità Papa Tawadros II e assicuro la mia preghiera a tutta l’amata Chiesa copta, nella speranza che il nostro cammino di amicizia ci conduca all’unità perfetta in Cristo, che ci ha chiamato “amici” (cfr Gv 15,15).
Ed ora rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi! In particolare, saluto il gruppo “Guardie d’onore al Sacro Cuore di Gesù”, da varie città d’Italia, e i “Volontari per l’evangelizzazione” legati alla famiglia di Radio Maria; come pure l’Associazione di volontariato “Komen Italia”, impegnata per la prevenzione dei tumori al seno.
Desidero ringraziare per l’accoglienza che caratterizza il popolo delle Isole Canarie, per aver permesso l’arrivo della nave da crociera “Hondius” con i malati di hantavirus.
Sono contento di potermi incontrare con voi il mese prossimo nella mia visita alle Isole.
E un pensiero speciale va oggi a tutte le mamme! Per intercessione di Maria, la Madre di Gesù e nostra, preghiamo con affetto e gratitudine per ogni mamma, specialmente per quelle che vivono in condizioni più difficili.
Grazie! Che Dio vi benedica!
E a tutti auguro una buona domenica.
Data: Sat, 09 May 2026 12:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per questo incontro, come per tutto quello che fate per la tutela, l’assistenza e la cura dei malati di sclerosi laterale amiotrofica.
Siete un’associazione che unisce persone che vivono la malattia, familiari e “curanti”, in un’alleanza terapeutica di forte vicinanza e prossimità che ben incarna lo stile stesso di Gesù nei confronti di chi soffre (cfr Lc 4,38-39).
Il primo apporto di questo “patto”, che voglio sottolineare, è quello di chi è affetto da S.
L.
A.
, e ogni giorno, con impegno, fede e coraggio, testimonia che la bontà e il valore della vita sono più grandi della malattia e che, anzi, le sfide stesse che questa comporta si possono affrontare insieme, trasformandole in occasioni speciali e privilegiate per dare e ricevere amore.
Grazie per questo! Voi, come profeti, insegnate a tutti il valore vero della vita, e il nostro mondo ha tanto bisogno di questo messaggio!
L’Associazione sostiene poi la ricerca scientifica, la formazione, l’informazione e l’assistenza, svolgendo pure un importante ruolo di rappresentanza e di advocacy, e sensibilizzando i singoli, le comunità e le Istituzioni, anche a livello civile, là dove si rende necessario tutelare i diritti di chi ha bisogno di aiuto.
Un altro aspetto del vostro stile di lavoro è poi la prossimità, a partire dalla vicinanza territoriale, che vi vuole presenti presso le abitazioni dei sofferenti.
Pure questo è molto importante, perché la cura della salute, oltre che organizzazione e competenza, richiede presenza, anche fisica, per il bene della persona nelle sue diverse dimensioni: biologica, psichica e spirituale.
La Chiesa sente molto il valore di questo “stare vicino”: di affiancare le persone, là dove si trovano, presso le loro case, per offrire un accompagnamento, oltre che assistenziale, anche spirituale, specialmente con attenzione alle domande di senso che il dolore suscita e che non possono restare inascoltate.
Nelle varie situazioni della vita, soprattutto in quelle difficili, nessuno mai dev’essere lasciato solo, e il volontariato, unendovi nella gratuità, realizza potentemente questo valore, mettendo in circolo solidarietà e rispetto, e rispondendo con gesti di cura alla cultura dello scarto e della morte (cfr Francesco, Esort.
Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 53).
Cari fratelli e sorelle, Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, che è passato per città e villaggi «guarendo ogni malattia e ogni infermità» (Mt 9,35), ha voluto vivere a sua volta la passione, la sua Via crucis, come tempo di prova, di dolore fisico e di sofferenza spirituale.
È stato solidale con noi fino in fondo, mostrandoci però, con la sua croce e risurrezione, che il dolore e la sofferenza non possono fermare l’amore e annullare la potenza di Dio (cfr Fil 2,5-11).
Per questo tutti noi, figli della sua Pasqua, siamo il popolo della speranza, che non si arrende davanti alle difficoltà, ma unito e solidale, con l’aiuto di Dio, continua a camminare, senza arrendersi mai, senza arrendersi.
E in questo io vi ringrazio di cuore per il vostro coraggio: non arrendetevi, camminate con questo coraggio e la speranza nel Signore!
Grazie per ciò che fate! Vi accompagno con la mia preghiera e, affidandovi a Maria e a tanti santi eroi della carità, vi benedico di cuore.
Data: Sat, 09 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eminenza,
Cari fratelli e sorelle,
Sono lieto di salutare tutti voi durante il vostro pellegrinaggio a Roma.
In particolare vi ringrazio della vostra decisione di onorare in questo modo l’anniversario della mia elezione alla Sede dell’Apostolo Pietro e per il vostro sostegno orante al mio ministero.
Mi avete gentilmente fatto — o mi farete — dono di alcuni prodotti del birrificio a Monaco che, sono lieto di dire, ho visitato.
Questo premuroso gesto di vicinanza, del quale sono grato, mi offre l’opportunità di proporre due punti di riflessione.
Il primo è il vostro collegamento con l’Ordine Agostiniano, che naturalmente ha avuto un impatto molto significativo sulla mia vita.
Come ho già avuto modo di dire, Sant’Agostino ricorda “a tutti noi che possediamo doti e talenti donati da Dio e che il nostro scopo, la nostra realizzazione e la nostra gioia derivano dal restituirli nell’amorevole servizio a Dio e nel servizio al nostro prossimo” (Videomessaggio alla Provincia agostiniana di San Tommaso da Villanova, 29 agosto 2025).
Pertanto, è mia speranza che il vostro pellegrinaggio non solo vi rafforzi nella fede, ma vi ispiri anche a continuare a servire i vostri fratelli e le vostre sorelle, specialmente quelli più bisognosi.
Il secondo punto deriva dalla Lettera enciclica Laudato si’ — sulla cura della nostra casa comune — scritta, come sapete, da Papa Francesco, il cui primo anniversario della morte abbiamo commemorato recentemente.
In quell’importante documento ha parlato in maniera eloquente della grandezza di tutto il creato donata da Dio, che include sia gli animali sia il cibo e le bevande che ci sostengono.
Ha sottolineato che ogni elemento e ogni creatura è un riflesso dell’amore sconfinato di Dio e che “tutto è carezza di Dio” (n.
84).
Questa consapevolezza ci chiama alla grande responsabilità non solo di prenderci cura del creato, ma anche di assicurare che le sue risorse siano usate sempre con saggezza e con un occhio alla giustizia, che è una condizione indispensabile per la pace.
Vi incoraggio pertanto, quando ritornerete a casa, a continuare a fare la vostra parte nel promuovere un approccio giusto ed efficace alla cura del creato, sia professionalmente sia personalmente, nell’interesse del bene comune.
Con queste brevi ma sentite riflessioni, affido voi e le vostre famiglie all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e imparto volentieri la mia benedizione.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
106, sabato 9 maggio 2026, p.
9.
Data: Sat, 09 May 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Eccellenze, illustri Membri
del Consiglio di Amministrazione,
Reverenda Suora, Reverendi Padri, fratelli e sorelle,
la pace sia con voi!
Questo antichissimo saluto, ancora oggi in uso in molte culture, ha trovato tutta la sua forza la sera di Pasqua sulle labbra di Gesù Risorto.
«La pace ha il respiro dell’eterno».
Sant’Agostino avvalora questa affermazione esortando i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, possano irradiarne tutto intorno il luminoso calore (cfr.
Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026).
È con questo desiderio di pace per il nostro mondo che mi rallegro per questa udienza, la quale mi offre l’opportunità di incontrarvi per la prima volta, come membri del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel.
Desidero innanzitutto ringraziare Sua Eccellenza, monsignor Hassa Florent Koné, per aver svolto con zelo il mandato di Delegato pontificio affidatogli dal mio predecessore, Papa Francesco, lavorando in modo sinodale con l’insieme degli amministratori, e anche con la Curia Romana — il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, la Segreteria di Stato, la Segreteria per l’Economia tra gli altri — al fine di accompagnare insieme la Fondazione verso un nuovo inizio.
Vi ringrazio tutti e vi incoraggio a segnare, con la grazia di Dio, un rinnovamento nella missione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel.
Cari fratelli,
dopo quarant’anni di cammino, la Fondazione è arrivata a una svolta caratterizzata anche da sfide esogene legate alle crisi economiche multidimensionali a livello internazionale.
È in questo contesto che la rivitalizzazione della sua missione, in conformità con le normative vigenti della Santa Sede, è diventata indispensabile.
È in questo spirito che la riunione del Consiglio di Amministrazione dello scorso febbraio a Dakar è stato segnata dall’adozione dei nuovi Statuti, dall’elezione del nuovo Presidente e dalla designazione dei nuovi Membri del Consiglio di Amministrazione.
Vi ringrazio tutti per il vostro contributo costruttivo a tale processo.
Con questi nuovi Statuti, la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel assume una nuova veste nella continuità della sua missione, come segno efficace dell’amore della Chiesa per i suoi figli e le sue figlie dell’Africa occidentale, nello spirito dell’appello solenne lanciato a Ouagadougou dal suo santo fondatore, Papa Giovanni Paolo II, nel 1980.
Cari fratelli,
in un mondo che deve affrontare sfide complesse quali le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze, le guerre, i problemi legati all’insicurezza, al terrorismo, all’instabilità politica ed economica, le crisi climatiche — tra le cui conseguenze ci sono, tra l’altro, i flussi migratori — la pertinenza della missione di questa fondazione appare più evidente che mai! Attraverso il suo fine principale, contribuisce all’opera di Dio, alla tutela della “casa comune”, e mette in evidenza la vostra responsabilità sociale.
Soccorrere le vittime di una calamità naturale o le persone vulnerabili è, in effetti, una questione di giustizia prima ancora che di carità.
È in questa dinamica che plaudo alla vostra decisione unanime di conservare la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel come una Fondazione Pontificia, secondo lo spirito del suo santo fondatore, e alla luce dei suoi nuovi Statuti.
In quanto persona giuridica strumentale del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, auspico e vi esorto affinché, nello spirito di sussidiarietà, la vostra collaborazione nella sinodalità con questo Dicastero e con le altre istituzioni della Santa Sede, contribuisca al rispetto e alla promozione dell’inalienabile dignità umana delle popolazioni del Sahel, attraverso progetti di sviluppo umano integrale.
Sono certo che questo nuovo percorso della Fondazione vi porrà di fronte a un ignoto caratterizzato da sfide.
Come diceva Papa Francesco, queste sfide sono enormi, ma insieme andremo avanti in spirito sinodale con rinnovato impegno e senza perdere la speranza.
Vi affido tutti alla protezione materna della Beatissima Vergine Maria e all’intercessione di san Giovanni Paolo II, e vi benedico di cuore.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
106, sabato 9 maggio 2026, p.
8.
Data: Sat, 09 May 2026 10:30:00 +0200 leggi alla fonte
Eccellenze,
cari fratelli, care sorelle,
la pace sia con voi!
Sono lieto di accogliervi, voi che rappresentate i confratelli e le comunità musulmane del Senegal, accanto ai rappresentanti della Chiesa cattolica di questo Paese.
Il presente incontro è un’espressione significativa della nostra amicizia e del nostro impegno comune a promuovere una società inclusiva, pacifica e fraterna.
Venite dal Senegal, Paese della “teranga ” — l’ospitalità e la solidarietà —, terra di legami familiari vivi, di convivialità e di coesistenza pacifica tra cristiani, musulmani e credenti di altre tradizioni.
Questa realtà costituisce il fondamento di un dialogo tra popoli diversi per la loro appartenenza religiosa e la loro origine etnica.
Tale tesoro di fraternità, che va custodito con cura, è un bene prezioso non solo per la vostra nazione, ma anche per l’intera umanità.
Purtroppo, nel continente africano persistono conflitti armati, che generano gravi carenze umanitarie, profonde disuguaglianze che ogni giorno mettono alla prova intere popolazioni, senza dimenticare l’inquietante aumento dell’estremismo violento.
A ciò si aggiungono flussi crescenti di migranti e di rifugiati, discorsi di odio che avvelenano il tessuto sociale, l’indebolimento del legame familiare e l’erosione dei riferimenti etici e spirituali, in particolare tra i giovani.
In questo contesto, i valori incarnati dallo spirito della “teranga ” e il dialogo interreligioso sono uno strumento prezioso per allentare le tensioni e costruire una pace duratura.
«Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco» (Discorso nell’incontro con le autorità, con la società civile e con il Corpo diplomatico, Yaoundé, 15 aprile 2026).
Oggi il mondo ha bisogno di una diplomazia e di un dialogo religioso fondati sulla pace, sulla giustizia e sulla verità.
Cristiani e musulmani, crediamo insieme che ogni essere umano sia modellato dalle mani di Dio, e quindi rivestito di una dignità che nessuna legge né alcun potere umano hanno il diritto di confiscare (cfr.
Gn 1, 27).
Le nazioni del mondo l’hanno così proclamato: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti».
È su questo fondamento di fraternità, nell’origine dell’umanità e nella fede che assumiamo insieme la nostra responsabilità comune: condannare ogni forma di discriminazione e di persecuzione fondata sulla razza, la religione o l’origine; rifiutare ogni strumentalizzazione del nome di Dio a fini militari, economici o politici: alzare la nostra voce a favore di ogni minoranza che soffre.
Come ho detto a Bamenda in Camerun: “Guai [.
.
.
] a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi [.
.
.
], trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso” (Discorso nell’incontro per la pace, Bamenda, 16 aprile 2026)
Prego affinché Dio, l’Onnipotente, faccia rinascere il desiderio di comprenderci meglio reciprocamente, di ascoltarci gli uni gli altri e di vivere insieme nel rispetto e nella fraternità.
Che Egli vi conceda il coraggio di percorrere la via del dialogo, di rispondere ai conflitti con gesti di fraternità e di aprire il vostro cuore agli altri, senza temere le differenze.
Infine prego affinché il vostro impegno a favore della pace, della giustizia e della fraternità rechi numerosi frutti, portando a una collaborazione sempre più profonda tra le diverse parti per il bene dell’umanità.
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
106, sabato 9 maggio 2026, p.
8.
Data: Sat, 09 May 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti, benvenuti e auguri!
Cari fratelli e sorelle,
benvenuti e complimenti a tutta la squadra, ai dirigenti, ai tecnici e ai tanti tifosi e sostenitori per il traguardo raggiunto.
Questo è certamente, per tutti voi, un momento di grande gioia, di cui sono felice di essere reso partecipe.
È una meta raggiunta grazie a molto impegno, gioco di squadra, disciplina e costanza, che avete saputo mantenere sia nei momenti esaltanti - come l’ultima partita, quando avete già festeggiato! - e anche in quelli difficili, senza scoraggiarvi né arrendervi.
Per questo, mentre mi felicito con voi, vi invito a riflettere sull’esperienza vissuta, per farvi portatori, in questo momento di successo, di un messaggio utile specialmente alla crescita dei giovani.
Molti di loro, in questi giorni, guardano a voi come ai loro “eroi”, come a modelli da imitare, e questo vi investe di una responsabilità che va oltre la prestazione e che vi vuole, come sportivi, testimoni di valori.
Questo vorrei veramente sottolinearlo, perché i giovani oggi veramente hanno bisogno di modelli e quello che fate voi ha un impatto che può essere positivo o negativo sulla vita dei giovani.
E pensare allora a questa grande responsabilità che avete è qualcosa che vorrei veramente lasciarvi.
San Giovanni Paolo II, circa trentacinque anni fa, parlava di questo durante un incontro tenuto proprio con alcuni rappresentanti della vostra Società.
Dopo averne ricordato il ruolo significativo nella storia calcistica italiana, aggiungeva, rivolgendosi a calciatori e dirigenti: «Fate sì che molti possano riconoscere in voi e nel vostro comportamento autenticità e rettitudine a tutta prova» (Discorso ai Dirigenti e ai Giocatori dell’“Inter Calcio”, 16 febbraio 1991).
Sono parole che mi sento di ripetervi anch’io, rinnovandovi le mie congratulazioni.
Benedico di cuore voi e le vostre famiglie e vi auguro ogni bene.
Data: Fri, 08 May 2026 18:00:00 +0200 leggi alla fonte
Fratelli e sorelle, grazie per la vostra bella accoglienza!
Questo abbraccio, di questa piazza, è un po’ come il Colonnato di San Pietro a Roma: voi sapete accogliere con questo calore! Grazie davvero!
Ringrazio il Signor Sindaco per le parole che mi ha rivolto, saluto tutte le Autorità civili e militari presenti, mentre rinnovo la mia gratitudine a Sua Eminenza l’Arcivescovo e a quanti siete qui convenuti.
Sullo sfondo della scena evangelica dei discepoli di Emmaus, si sono alternate alcune voci che ci hanno introdotto a questo nostro bellissimo incontro.
Sono le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure.
Queste voci raccontano di una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù; voci di un popolo che, ancora oggi, avverte la necessità di fermarsi per chiedersi: che cosa conta davvero?
Fratelli, sorelle, in questa città scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione.
Per questo è necessario che – non da soli, ma insieme – ci domandiamo: che cosa conta davvero? Che cosa è necessario e importante per riprendere il cammino nello slancio dell’impegno invece che nella stanchezza del disinteresse, nel coraggio del bene invece che nella paura del male, nella cura delle ferite invece che nell’indifferenza?
Napoli vive oggi un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale.
La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico.
In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone.
Dinanzi a queste realtà, che talvolta assumono dimensioni preoccupanti, la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata.
In questo contesto, sono tanti i napoletani che coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite.
Spesso si tratta di veri e proprio eroi del sociale, donne e uomini che si prodigano ogni giorno con dedizione, talvolta anche solo col portare avanti fedelmente il proprio dovere, senza apparire, perché la giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni.
Queste persone non devono restare isolate, e perché il loro impegno pervada il tessuto profondo della città, c’è bisogno di creare una connessione, di lavorare in rete, di fare comunità.
Sono felice di poter dire che la Chiesa a Napoli è un “collante” che contribuisce notevolmente a questo lavoro di rete, per tenere insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti.
Lo ha fatto promuovendo un Patto Educativo, che ha trovato una risposta generosa nelle Istituzioni – il Comune, la Regione, il Governo – e anche in tante realtà ecclesiali e del Terzo settore.
Vorrei perciò lanciare un appello a tutti voi: non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio, non perda il suo colore questo sogno che state realizzando per una Napoli migliore e più bella! Continuate a portare avanti questo Patto, radunate le forze, lavorate insieme, camminate uniti – Istituzioni, Chiesa e società civile – per sollevare la città, preservare i vostri figli dalle insidie del disagio e del male, per restituire a Napoli la sua chiamata ad essere capitale di umanità e di speranza.
Desidero poi ricordare il cammino intrapreso, da parte di questa città, per riscoprire la propria vocazione millenaria: essere ponte naturale tra le sponde del Mediterraneo.
Napoli non deve restare una semplice “cartolina” per i visitatori, ma deve diventare un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone.
La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo.
Per questo sentiamo urgente lavorare anzitutto dentro la città stessa.
Qui la pace si costruisce promuovendo una cultura alternativa alla violenza, attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia.
Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità.
È in questa prospettiva che nascono e si sviluppano esperienze come la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto.
Inoltre insieme, comunità ecclesiale e comunità civile, vi state impegnando a rendere Napoli una “piattaforma” di dialogo interculturale e interreligioso.
Attraverso convegni, premi internazionali e percorsi di accoglienza, anche di giovani provenienti da contesti di conflitto – come Gaza –, voi potete continuare a dare voce, dal basso, a una cultura della pace, contrastando la logica dello scontro e della forza delle armi come presunta soluzione dei conflitti.
In questo senso, Napoli continua a rivelare il suo cuore profondo nell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, vissuta non come emergenza ma come opportunità di incontro e di arricchimento reciproco.
E questo è possibile soprattutto grazie al lavoro della Caritas diocesana, che ha anche trasformato il Porto di Napoli da semplice luogo di approdo a segno vivo di accoglienza, integrazione e speranza.
Fratelli e sorelle, Napoli ha bisogno di questo sussulto, di questa dirompente energia del bene, del coraggio evangelico che ci rende capaci di rinnovare ogni cosa.
Che sia un impegno di tutti: assumetelo e portatelo avanti tutti insieme! Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento.
Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene.
In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente.
Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili.
Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane.
Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità.
Queste esperienze non sono marginali: sono già segni concreti di una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi.
Sono certo che non mancherete di continuare a coltivarli con audacia, con la passione e con l’entusiasmo che vi contraddistingue.
Vi ringrazio, carissimi, per l’accoglienza e affido tutti voi all’intercessione di Maria Santissima e di San Gennaro.
Il Signore vi renda sempre fedeli al Vangelo e benedica la città di Napoli!
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Saluto finale di Papa Leone XIV prima di lasciare Piazza del Plebiscito
Allora prima di andare via facciamo il nostro ringraziamento al coro e a tutti i musicisti di questa sera.
Grazie! E grazie a tutti i malati che ci hanno accompagnato questa sera: una benedizione speciale per voi! Grazie, grazie… Grazie a tutti e “Viva Napoli”.
Data: Fri, 08 May 2026 16:00:00 +0200 leggi alla fonte
Parole del Santo Padre prima dell'incontro con i Vescovi, il clero, i religiosi e le religiose
Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie! È una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio: un tempo molto breve ma molto significativo.
E questa prima fermata proprio qui al Duomo, la cattedrale di Napoli, dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!
Saluto Sua Eminenza, tutti voi, grazie per essere qui, pregheremo insieme, chiediamo la Benedizione di Dio su tutti voi, su tutta Napoli.
Grazie! Grazie!
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Eminenza, Eccellenze,
cari presbiteri, religiose e religiosi,
fratelli e sorelle!
Grazie, Eminenza, per il saluto che mi ha rivolto anche a nome dei presenti e dell’intera Chiesa che vive a Napoli.
È una grande gioia per me visitare questa città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche.
Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: «La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria» (Incontro con la popolazione di Scampia, 21 marzo 2015).
Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia.
Grazie per la vostra accoglienza!
In questo spirito di amicizia e di fraternità, desidero condividere con voi una breve riflessione, che spero possa sostenervi, incoraggiarvi nel cammino e offrire qualche spunto utile alla vita ecclesiale e pastorale.
C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura.
Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore.
Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura.
Il contrario della cura è la trascuratezza.
E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità.
Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni.
Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione.
Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato.
Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza.
In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata non si limiti a qualche evento emotivo ma penetri profondamente nel tessuto della vita e della società.
Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande.
Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni.
A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani.
Il carico umano e pastorale è certamente alto, rischia di appesantire, di logorare, di esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale.
Per questo abbiamo bisogno di cura.
Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito.
Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.
La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione.
Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali.
Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett.
ap.
Una fedeltà che genera futuro, 16).
Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale.
Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo.
Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!
Papa Francesco ha affermato che a un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi «dobbiamo reagire con la scelta della fraternità».
E aggiungeva: «Questa comunione chiede di essere vissuta cercando forme concrete adeguate ai tempi e alla realtà del territorio, ma sempre in prospettiva apostolica, con stile missionario, con fraternità e semplicità di vita» (Incontro con i sacerdoti diocesani, Cassano all’Jonio, 21 giugno 2014).
Non dimentichiamo, poi, che questa esigenza di comunione ci riguarda in primo luogo in quanto battezzati, chiamati a formare l’unica Chiesa di Cristo.
Essa perciò va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali.
Il camminare insieme alla sequela del Signore e il portare avanti la missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri risponde all’identità stessa della Chiesa: la Chiesa è mistero di comunione e ciascuno, a partire dal Battesimo, è chiamato ad essere una pietra viva dell’edificio, un apostolo del Vangelo, un testimone del Regno.
Al riguardo, so che avete vissuto un tempo di grazia celebrando il Sinodo diocesano.
È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra.
Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini.
Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza.
Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone.
È una missione che richiede l’apporto di tutti.
In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici.
Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta.
Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli.
Carissimi fratelli e sorelle, conosco lo speciale legame che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro; ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia.
Vi affido a loro e all’intercessione di Maria, Vergine Assunta e Madre premurosa.
E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce.
Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!
Data: Fri, 08 May 2026 10:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle!
“L’anima mia magnifica il Signore”.
Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore.
Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone.
Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore.
Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.
Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana.
Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessarioannunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».
Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa.
L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario.
A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario.
Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.
Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria.
Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo.
Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14).
Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano.
Maria diventa così Madre della misericordia.
Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”.
Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost.
dogm.
Lumen gentium, 53; cfr S.
Agostino, De S.
Virginitate, 6).
Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.
Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale.
Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario.
Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio.
“Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre.
Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).
Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore.
Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11).
Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p.
86).
Aveva ragione.
Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale.
Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett.
ap.
Rosarium Virginis Mariae, 1).
Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.
Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana.
Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12).
Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro.
Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo.
È quello che ci ha additato la prima Lettura.
Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare.
Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri.
Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce.
Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.
Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità.
Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18).
Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità.
In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore.
Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario.
Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.
Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei.
I tempi da allora non sono migliorati.
Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso.
La pace nasce dentro il cuore.
Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace.
In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione.
Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono.
Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica.
Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22).
E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”.
Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.
Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato.
Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!
Data: Fri, 08 May 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto del Santo Padre ai fedeli radunati nella Piazza prima di entrare nel Santuario
Saluto del Santo Padre alle persone malate e con disabilità nel Santuario
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Saluto del Santo Padre ai fedeli
Grazie, grazie! Buongiorno a tutti! Buongiorno Pompei!
Grazie per la vostra presenza.
Fra poco ci prepariamo per celebrare la Santa Messa, questo bellissimo incontro con Gesù Cristo nell’Eucaristia: Gesù che sempre cammina con noi, vicino a noi.
E qui in questo Santuario sappiamo bene che la Mamma è sempre con noi, la nostra Madre Maria ci accompagna con la sua intercessione, il suo amore, è sempre con i suoi figli.
Con questa fiducia pregheremo insieme e celebreremo la gioia di essere battezzati discepoli di Gesù Cristo, chiamati tutti a essere la presenza di Cristo nel mondo.
Grazie, grazie.
Ci vediamo fra poco.
____________________________________
Saluto del Santo Padre alle persone malate e con disabilità
Buongiorno a tutti! Sia lodato Gesù Cristo.
Che bella giornata! Quante benedizioni il Signore ha voluto dare a tutti noi oggi! Io mi sento il primo benedetto per poter venire qui al Santuario della Madonna nel giorno della Supplica, in questo anniversario.
Grazie a tutti voi per essere qui!
Adesso ci prepariamo a celebrare la Santa Messa.
Voi potete seguire da qui, sugli schermi.
Siamo tutti uniti in Gesù Cristo, con la nostra Mamma Maria, in questa bellissima benedizione, in questa bellissima giornata.
Gesù anche oggi ci fa vicino, Gesù che è sempre con noi, che cammina con noi.
Dio vi benedica tutti!
La benedizione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre.
Amen.
Data: Fri, 08 May 2026 09:00:00 +0200 leggi alla fonte
Fratelli e sorelle carissimi, buongiorno e grazie!
Sono molto contento di incontrare tutti voi, che in vari modi siete legati alle Opere di carità del Santuario di Pompei: persone accolte, religiosi, educatori e volontari.
Saluto e ringrazio particolarmente il Vescovo per le parole che mi ha rivolto e voi che avete condiviso le vostre testimonianze.
È bello per me iniziare questa Visita Pastorale sulle orme di San Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso.
Egli chiamava Valle di Pompei “luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità”: virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”.
Tale realtà è ancora ben viva e visibile.
Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo.
Qui il “Tempio della Carità” e il “Tempio della Fede” si sostengono a vicenda.
La preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle Case Famiglia, alla Mensa per i poveri, intitolata a Papa Francesco.
E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime.
Quando San Bartolo giunse per la prima volta a Valle di Pompei, vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti.
Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio.
A chi poi gli diceva che i suoi giovani erano destinati alla stessa sorte dei loro genitori, rispondeva che l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive.
Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo.
Alla base di tutto, però, come abbiamo detto, c’è la preghiera e in particolare il Santo Rosario.
Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto.
Raccomando perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, “quanto Egli ha operato” penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza (cfr S.
Giovanni Paolo II, Lett.
ap.
Rosarium Virginis Mariae, 16 ottobre 2002, 13).
Fratelli e sorelle, sacerdoti, religiose e religiosi, coniugi impegnati nelle Case Famiglia, educatori, volontari, sia questo il vostro programma di vita: essere uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio.
Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù.
E a voi bambini, ragazzi e giovani, raccomando di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più – e sempre nella vostra vita – di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi.
Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti.
Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti.
Carissimi, questo è un luogo di grazia, in cui la Madonna del Rosario e San Bartolo riuniscono uomini e donne di ogni età, provenienza e condizione, per portarli all’unica Fonte di quell’amore universale che solo può dare al mondo serenità e concordia: per portarli a Dio.
Stringiamoci a Lui, mentre gli affidiamo, per le mani di Maria, l’umanità intera, sicuri che, con l’aiuto della sua grazia, niente potrà fermarci nel compiere il bene e la speranza in un futuro di pace, qui e ovunque, avrà il suo compimento.
Grazie per quello che fate! Andate avanti con generosità e fiducia.
Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, vi raccomando all’intercessione della Madre del Cielo e di San Bartolo e vi benedico tutti di cuore.
Regina del Santo Rosario di Pompei, prega per noi!
San Bartolo, prega per noi!
Data: Fri, 08 May 2026 08:00:00 +0200 leggi alla fonte
ore 8,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
ore 8,50 Atterraggio nell’area meeting del Santuario di Pompei
Il Santo Padre è accolto da:
1.
S.
E.
Mons.
Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato di Pompei, Delegato Pontificio per il Santuario
2.
On.
Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3.
Dott.
Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4.
Dott.
Gaetano Manfredi, Sindaco della Città Metropolitana di Napoli
5.
Dottoressa Andreina Esposito, Sindaco in carica f.
f.
di Pompei
ore 9,00 Il Santo Padre raggiunge a piedi la Sala Luisa Trapani, dove incontra il “Tempio della Carità”: persone provenienti da situazioni di disagio, accolte nei diversi Centri del Santuario di Pompei
- saluto di S.
E.
Mons.
Tommaso Caputo
- saluti di tre Ospiti
ore 9,30 Il Santo Padre lascia la Sala Luisa Trapani, e in auto attraversa le vie adiacenti e la Piazza antistante il Santuario
ore 9,45 All’ingresso del Santuario il Santo Padre è accolto dal Rettore, Mons.
Pasquale Mocerino, che porge il Crocifisso da venerare e l’acqua per l’aspersione
Nel Santuario sono presenti Ammalati e persone con disabilità (che seguiranno la Messa dagli schermi)
* Benedizione e parole di saluto del Santo Padre
ore 10,00 Cappella di San Bartolo Longo: venerazione delle spoglie del Santo Fondatore del Santuario; saluto ai Vescovi presenti
Cappella della Riconciliazione: saluto ai Sacerdoti del Santuario
Il Santo Padre riveste i paramenti sacri nella sagrestia
ore 10,30 Piazza Bartolo Longo: Concelebrazione eucaristica
* omelia * Supplica alla Madonna di Pompei
prima della Benedizione finale, ringraziamento di S.
E.
Mons.
Tommaso Caputo, e scambio dei doni
ore 12,30 Dopo aver deposto i paramenti, il Santo Padre saluta i Collaboratori della Delegazione Pontificia
ore 13,00 Sala Marianna De Fusco: pranzo
ore 15,00 Decollo dall’area meeting del Santuario di Pompei
_____________________________
ore 15,15 Atterraggio presso la Rotonda Diaz a Napoli
Il Santo Padre è accolto da:
1.
Card.
Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli
2.
On.
Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3.
Dott.
Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4.
Dott.
Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli
immediato trasferimento in auto al Duomo di Napoli
ore 15,45 Nella Cattedrale: Incontro con il Clero e i Consacrati
- adorazione del Santissimo Sacramento
- saluto del Card.
Domenico Battaglia
- preghiera e lettura di un brano del Vangelo
al termine, nella sagrestia, il Santo Padre saluta alcuni Collaboratori della Curia Diocesana
ore 16,30 Il Santo Padre lascia il Duomo e si trasferisce in auto a Piazza del Plebiscito
ore 17,00 Piazza del Plebiscito: Incontro con la Cittadinanza
Il Santo Padre entra nella Basilica di San Francesco di Paola e saluta la Comunità dei Padri Minimi e alcune Autorità
Il Santo Padre prende posto sulla scalinata della Basilica:
- saluto del Card.
Domenico Battaglia
- saluto del Sindaco di Napoli, Dott.
Gaetano Manfredi
- animazione dei giovani della pastorale giovanile
- Atto di affidamento alla Vergine Maria, e Benedizione
ore 18,30 Trasferimento in auto alla Rotonda Diaz
Il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 19,30 Atterraggio all’eliporto del Vaticano
______________________________
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2025
Data: Thu, 07 May 2026 12:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Willkommen e bienvenus!
Rivolgo il mio saluto al Comandante, agli Ufficiali, a tutti i membri della Guardia Svizzera Pontificia, e sono lieto di accogliere le famiglie venute per la cerimonia del Giuramento.
Saluto inoltre con gratitudine le Autorità civili e militari presenti.
Questa giornata è un’occasione per esprimere la mia riconoscenza alla Nazione elvetica, da cui provengono le giovani reclute che si mettono con gioia al servizio del Papa.
Essi sono motivo di orgoglio per il vostro Paese e portano in Vaticano i valori culturali e spirituali in cui sono cresciuti.
Questo tradizionale incontro è il momento propizio per esprimere tutta la mia gratitudine per il servizio delle Guardie, servizio umile e discreto che voi svolgete giorno e notte.
Desidero inoltre ringraziare le vostre famiglie che hanno accompagnato i passi che vi hanno condotto fin qui.
Ora, le gioie e le prove che vivete insieme, così come la forza delle amicizie che si stringono tra voi, forgiano la vostra anima al senso dell’onore e del dovere che si esprime attraverso il dono della vita per il servizio e la protezione del Successore di Pietro.
Care Guardie, voi svolgete la vostra missione alle porte dello Stato del Vaticano così come all’interno del Palazzo Apostolico o delle Basiliche Maggiori.
Questi luoghi, ricchi di storia e di fede, vi inducono alla riflessione e alla preghiera.
Infatti, mentre state al vostro posto di guardia, potete provare meraviglia per la bellezza che si offre ai vostri occhi.
Questa bellezza viene da Dio e conduce a Dio, il Padre del Bello e del Buono.
La vostra missione, che è innanzitutto militare, è tuttavia inscindibile dalla vocazione alla santità di ogni battezzato.
Sono quindi convinto che la vostra decisione di dedicare alcuni anni della vita al servizio del Papa e della Santa Sede si inserisca in un percorso personale di fede.
Più che soldati, voi siete servitori che, a immagine di Cristo, andate incontro a coloro che hanno bisogno del vostro aiuto: non solo i membri della Curia o i funzionari in visita in Vaticano, ma anche i pellegrini e i turisti.
Ricordate sempre queste parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40).
I turni di notte, nel silenzio e nella solitudine, seguono il fermento di quelli diurni, durante i quali dovete prestare attenzione a tutti e a ogni cosa.
Possono essere per voi momenti favorevoli per nutrire la vostra anima con letture e meditazioni che vi offrano l’occasione di incontrare il Maestro interiore, e di formulare questa preghiera di San Nicola di Flüe: «Mio Signore e mio Dio, toglimi tutto ciò che mi impedisce di venire a Te; dammi tutto ciò che mi condurrà fino a Te; prendi me a me e dammi tutto a Te, affinché io Ti appartenga totalmente».
Care Guardie, insieme voi formate un Corpo, quello della Guardia Svizzera Pontificia, forti delle vostre qualità, delle vostre diversità e dei vostri rispettivi caratteri.
La vita in caserma è un luogo privilegiato per sviluppare le virtù umane del servizio verso il prossimo, della generosità e dell’umiltà.
Attraverso la solidarietà fraterna che caratterizza i vostri rapporti, costruirete un clima di armonia e di gioia all’interno della Guardia, che si rifletterà su tutti coloro che incontrerete.
Vi incoraggio a perseverare su questa strada, spesso impegnativa, ma che porta frutto.
Rinnovo a tutta la Guardia la mia gratitudine per il servizio diligente e generoso di cui sono testimone ogni giorno.
Affido tutti voi qui presenti alla protezione materna della Vergine Maria, di San Martino di Tours, di San Sebastiano e di San Nicola di Flüe, vostri santi Patroni, e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.
Grazie! Vielen Dank e merci beaucoup!
Il Santo Padre imparte la Benedizione e aggiunge:
Bene.
Auguri.
Adesso saluteremo ogni famiglia e sarà un piacere, così, conoscervi e ringraziarvi personalmente.
Auguri.
Data: Thu, 07 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Buongiorno e benvenuti! E grazie per la pazienza!
Oggi ci incontriamo per un anniversario che potremmo dire “di famiglia”: i cento anni della nostra casa editrice, la Libreria Editrice Vaticana.
Era infatti il 1926 quando essa venne resa autonoma dalla più longeva Tipografia Vaticana, nata nel lontano 1587.
In questi cento anni di vita la Libreria Editrice Vaticana ha servito nove Pontefici, propagandone il Magistero come contributo alla diffusione del Vangelo nel mondo.
Vorrei condividere con voi tre brevi riflessioni in questa ricorrenza, che so celebrerete anche in alcuni eventi internazionali dedicati ai libri.
Il libro, poi, è un’occasione per pensare.
Nell’epoca del digitale, la fisicità del libro ci rimanda al ruolo del pensiero, della riflessione e dello studio.
Leggere è nutrire la mente, aiuta ad alimentare un senso critico consapevole e formato, a guardarsi da fondamentalismi e scorciatoie ideologiche.
Per questo esorto tutti a leggere libri, come antidoto alla chiusura mentale, che si riflette in atteggiamenti rigidi e in visioni riduttive della realtà.
Il libro è un’occasione per incontrare.
Quando abbiamo in mano un libro, incontriamo idealmente il suo autore.
Ma nello stesso tempo incontriamo coloro che lo hanno letto prima di noi, o che lo stanno leggendo o lo leggeranno.
E sempre di più si verificano occasioni in cui scrittori e lettori si riuniscono, per parlare e ascoltarsi.
Papa Francesco ci ha insegnato a praticare la cultura dell’incontro: il libro è un ponte verso gli altri, è un motivo di confronto che ci arricchisce, uno stimolo ad allargare il proprio punto di vista.
Infine, per noi cristiani il libro è un’occasione per annunciare Cristo.
Sappiamo bene come la lettura di una biografia di un santo o di una riflessione spirituale ben proposta possa toccare il cuore.
La Vergine Maria è raffigurata spesso, nell’Annunciazione, intenta a leggere le Sacre Scritture.
Sant’Antonio di Padova regge il Libro dei Vangeli, aperto, su cui sta in piedi Gesù Bambino.
Sant’Agostino lo vediamo spesso seduto a uno scrittoio dinanzi a un grande libro e, a volte, tiene in mano un cuore: verità e carità.
Alla scuola di Maria e dei Santi, nutriamoci della Parola di Dio, perché essa plasmi la nostra mentalità e il nostro agire.
Carissimi amici, faccio mie le parole che San Paolo VI rivolse ai vostri colleghi di allora quando, nel 1976, li incontrò in occasione del 50° anniversario della Libreria Editrice Vaticana: li esortò a «guardare avanti, per una messa a punto di idee e di programmi per l’avvenire» (Discorso nel 50° della L.
E.
V.
, 10 luglio 1976).
Vi ringrazio per il vostro lavoro, che vi auguro di compiere con dedizione e passione.
E di cuore benedico ciascuno di voi e i vostri cari.
Grazie.
Data: Wed, 06 May 2026 17:00:00 +0200 leggi alla fonte
Al termine di questa bella e toccante cerimonia, desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi, a partire dal Signor Presidente della Federazione Elvetica e dalle altre Autorità civili e militari.
Con affetto e riconoscenza saluto i familiari delle Guardie Svizzere, grazie di essere venuti!
A voi, cari giovani che avete fatto il Giuramento, esprimo la mia stima e la mia gratitudine.
Il gesto che avete compiuto attesta un impegno di fedeltà, animato dall’entusiasmo giovanile e fondato sulla fede in Dio e sull’amore per la Chiesa.
Lo metto sotto la protezione della Vergine Maria, insieme a tutto il prezioso servizio della Guardia Svizzera Pontificia.
Auguro a tutti buona serata e buona festa!
Einen schönen Abend und ein schönes Fest!
Passez une bonne soirée et une bonne fête ! Merci !
Data: Wed, 06 May 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione dogmatica Lumen gentium.
8.
La Chiesa, pellegrina nella storia verso la patria celeste
Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Soffermandoci oggi su una parte del cap.
VII della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, meditiamo su una sua caratteristica qualificante: la dimensione escatologica.
La Chiesa, infatti, cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste.
Si tratta di una dimensione essenziale che, tuttavia, spesso trascuriamo o minimizziamo, perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana.
La Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, che ha come fine di tutto il suo agire il Regno di Dio (cfr LG, 9).
Gesù ha dato inizio alla Chiesa proprio annunciando questo Regno di amore, di giustizia e di pace (cfr LG 5).
Siamo pertanto chiamati a considerare la dimensione comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo e a volgere lo sguardo a questo orizzonte finale, per misurare e valutare tutto in questa prospettiva.
La Chiesa vive nella storia al servizio dell’avvento del Regno di Dio nel mondo.
Essa annuncia a tutti e sempre le parole di questa promessa, ne riceve una caparra nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, ne attua e ne sperimenta la logica nelle relazioni di amore e di servizio.
Essa, inoltre, sa di essere luogo e mezzo dove l’unione con Cristo si realizza «più strettamente» (LG, 48), riconoscendo al contempo che la salvezza può essere donata da Dio nello Spirito Santo anche al di fuori dei suoi confini visibili.
A questo proposito, la Costituzione Lumen gentium fa un’affermazione importante: la Chiesa è «sacramento universale di salvezza» (LG, 48), cioè segno e strumento di quella pienezza di vita e di pace promessa da Dio.
Ciò significa che essa non si identifica perfettamente con il Regno di Dio, ma ne è germe e inizio, perché il compimento verrà donato all’umanità e al cosmo soltanto alla fine.
I credenti in Cristo, perciò, camminano in questa storia terrena, segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati; essi vivono orientati dalla promessa ricevuta da «Colui che fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
Perciò, la Chiesa realizza la sua missione tra il “già” dell’inizio del Regno di Dio in Gesù, e il “non ancora” del compimento promesso e atteso.
Custode di una speranza che illumina il cammino, essa è anche investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo e prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n.
159).
Segno e sacramento del Regno, la Chiesa è il popolo di Dio pellegrinante sulla terra che, proprio a partire dalla promessa finale, legge e interpreta a partire dal Vangelo i dinamismi della storia, denunciando il male in tutte le sue forme e annunciando, con le parole e con le opere, la salvezza che Cristo vuole realizzare per tutta l’umanità e il suo Regno di giustizia, di amore e di pace.
La Chiesa, dunque, non annuncia sé stessa; al contrario, in essa tutto deve rimandare alla salvezza in Cristo.
In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata a riconoscere umilmente l’umana fragilità e caducità delle proprie istituzioni, le quali, pur essendo al servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo (cfr LG, 48).
Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata, anzi, poiché esse vivono nella storia e nel tempo, sono chiamate a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni, in modo che possano davvero corrispondere alla loro missione.
Nell’orizzonte del Regno di Dio dev’essere compresa anche la relazione tra i cristiani che stanno compiendo oggi la loro missione e quanti hanno già terminato l’esistenza terrena e sono in uno stadio di purificazione o di beatitudine.
Lumen gentium, infatti, afferma che tutti i cristiani formano un’unica Chiesa, che c’è una comunione e una compartecipazione dei beni spirituali fondata sull’unione con Cristo di tutti i credenti, una fraterna sollicitudo tra Chiesa terrena e Chiesa celeste: quella comunione dei santi che si sperimenta in particolare nella liturgia (cfr LG, 49-51).
Pregando per i defunti e seguendo le orme di coloro che hanno già vissuto come discepoli di Gesù, siamo sostenuti anche noi nel cammino e rafforziamo l’adorazione di Dio: segnati dall’unico Spirito e uniti nell’unica liturgia, insieme a coloro che ci hanno preceduto nella fede lodiamo e diamo gloria alla Santissima Trinità.
Siamo grati ai Padri conciliari per averci richiamato questa dimensione così importante e così bella dell’essere cristiani, e cerchiamo di coltivarla nella nostra vita.
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Saluti
Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les paroisses et les Instituts scolaires de France, ainsi les pèlerins venus de Suisse, de Belgique du Cameroun.
Frères et sœurs, puisse ce Temps pascal raviver notre espérance pour que nous ne sombrions pas dans le désespoir face aux injustices et aux souffrances causées par les violences.
Laissons-nous guider par la promesse du Royaume de Dieu que nous offre le Ressuscité.
Que Dieu vous bénisse !
[Saluto cordialmente le persone di lingua francese, in particolare le parrocchie e gli Istituti scolastici di Francia, nonché i pellegrini giunti dalla Svizzera, dal Belgio e dal Camerun.
Fratelli e sorelle, possa questo Tempo pasquale ravvivare la nostra speranza affinché non sprofondiamo nella disperazione di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze causate dalla violenza.
Lasciamoci guidare dalla promessa del Regno di Dio che ci offre il Risorto.
Dio vi benedica!]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Belgium, The Netherlands, Finland, Ghana, Uganda, New Zealand, India, Indonesia, Japan, Malaysia, Canada and the United States of America.
I greet in particular the faculty and students from the University of Florida, Saint Mary’s College and Christendom College and all those participating in the AI Conference at the Gregorian University.
Upon all of you, and upon your families, I invoke the joy and peace of the risen Jesus! May God bless you!
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, in diesem Monat, der der seligen Jungfrau Maria, »Zeichen der sicheren Hoffnung und des Trostes« (LG 68), gewidmet ist, vertrauen wir ihr alle unseren persönlichen Anliegen und die großen Herausforderungen unserer Zeit an.
Sie begleite uns allezeit mit ihrer mütterlichen Fürsprache und ihrem Segen.
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, in questo mese dedicato alla Beata Vergine Maria, “segno di sicura speranza e di consolazione” (LG 68), affidiamo a Lei tutte le nostre intenzioni personali e le grandi sfide del nostro tempo.
Ci accompagni sempre con la sua materna vicinanza e benedizione.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los sacerdotes recién ordenados de los Legionarios de Cristo, a sus familias y comunidades que los acompañan.
Pidamos al Señor que nos dé una mirada sobrenatural de la realidad, para que, arraigados en la fe y con firme esperanza, sepamos vivir orientados hacia el Reino de Dios, sin dejarnos absorber por lo pasajero ni por las dificultades del camino.
Que el Espíritu Santo nos conceda reconocer su presencia en la historia, servir con amor a los demás y ser signos vivos de su salvación en medio del mundo.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿你们始终依附基督,为正义、仁爱与和平作见证。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, aderite sempre più a Cristo per testimoniare la giustizia, l’amore e la pace.
Vi benedico di cuore.
]
Uma cordial saudação a todos os peregrinos de língua portuguesa! A nossa pátria definitiva é o Céu! Enquanto caminhamos neste mundo, não esqueçamos de rezar pelos nossos irmãos e irmãs defuntos e de recorrer à intercessão dos santos: unidos a estes e àqueles formamos uma única Igreja.
Deus vos abençoe!
[Un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese! La nostra patria definitiva è il cielo! Mentre camminiamo in questo mondo, non dimentichiamo di pregare per i nostri fratelli e sorelle defunti e di ricorrere all’intercessione dei santi: uniti a questi e a quelli formiamo una sola Chiesa.
Dio vi benedica!]
أُحَيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ بِاللُّغَةِ العَرَبِيَّة.
في هذا الشَّهر، المُكَرَّسِ لِسَيِّدَتِنا مَريمَ العَذراء، أدعُوكُم إلى أن تَتلُوا السُّبحَةَ الوَردِيَّةَ المُقَدَّسَة، وتَتَأَمَّلوا معَ مَريَمَ في حياةِ المَسِيح.
باركَكُم الرّبُّ جَمِيعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
In questo mese, dedicato alla Madonna, vi invito a recitare il Santo Rosario, meditando con Maria sulla vita di Cristo.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
W pierwszych dniach maja powierzacie się szczególnej opiece Najświętszej Maryi Panny, Królowej Polski, oraz św.
Stanisława, biskupa i męczennika, nazywanego patronem ładu moralnego waszej Ojczyzny.
Przez ich orędownictwo błagajcie o dar jedności i o poszanowanie wartości chrześcijańskich w waszym narodzie.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Nei primi giorni di maggio vi affidate alla speciale protezione della Beata Vergine Maria, Regina della Polonia, e di San Stanislao, Vescovo e Martire, ritenuto il Patrono dell’ordine morale della vostra Patria.
Per loro intercessione, supplicate il dono dell’unità e del rispetto dei valori cristiani nel vostro Popolo.
A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto i fedeli di Praia a Mare, con il Vescovo Mons.
Stefano Rega; di Aversa, con il Vescovo Mons.
Angelo Spinillo; e quelli di Montelupone.
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
La Chiesa commemora oggi San Domenico Savio, uno dei primi frutti di santità, plasmati dalla grazia divina della scuola di Don Bosco.
Il suo esempio di adesione al Signore in ogni circostanza, aiuti ciascuno di voi a corrispondere generosamente ai desideri di bene, che lo Spirito Santo vi ispira.
A tutti la mia benedizione!
Data: Tue, 05 May 2026 08:30:00 +0200 leggi alla fonte
Robert Francis Prevost nasce il 14 settembre 1955 a Chicago, nell’Illinois, negli Stati Uniti d’America.
È il minore dei tre figli di Louis Marius Prevost e di Mildred Agnes Martínez, entrambi nati a Chicago e stabilitisi a Dolton.
I suoi fratelli si chiamano Louis Martín e John Joseph.
Il padre, dopo avere prestato servizio nella Marina militare degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, sceglie di dedicarsi all’insegnamento.
Prima docente, è poi preside del Brookwood School District 167, a Glenwood, e successivamente della Mount Carmel Elementary School di Chicago Heights.
La madre è bibliotecaria nelle scuole Von Steuben, Mendel e Saint Mary of the Assumption.
Entrambi si impegnano molto nella parrocchia di Saint Mary.
Robert studia alla Saint Mary School of the Assumption, poi al Saint Augustine Seminary High School di Holland, nel Michigan, dove diviene caporedattore dell’Annuario, membro del Consiglio studentesco, presidente del Library Club e della classe senior, pratica tennis e gioca a bowling.
Si diploma nel 1973 e si iscrive alla Villanova University di Philadelphia, dove si laurea in Matematica nel 1977 e studia filosofia.
Sempre nel 1977, il 1° settembre, entra a Saint Louis nel noviziato della Provincia del Midwest della Nostra Madre del Buon Consiglio dell’Ordine di Sant’Agostino (OSA), nella comunità della chiesa dell’Immacolata Concezione.
Professa i voti temporanei il 2 settembre 1978 e studia teologia alla Catholic Theological Union di Chicago.
Qui consegue la licenza nel 1981.
Il 29 agosto dello stesso anno professa i voti solenni e il 10 settembre è ordinato diacono nella parrocchia Santa Chiara di Montefalco di Grosse Pointe Park, nella diocesi di Detroit.
Sempre nel mese di settembre del 1981 viene mandato a Roma, al Collegio internazionale Santa Monica, per studiare diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).
È ordinato sacerdote il 19 giugno 1982 nella Cappella di Santa Monica.
Consegue la licenza in Diritto Canonico nel 1984 e nel 1985 difende la sua tesi di dottorato sul tema “Il ruolo del priore locale dell'Ordine di Sant’Agostino”, che viene pubblicata due anni dopo.
Sempre nel 1985 è inviato nella missione agostiniana di Chulucanas, nella regione di Piura, in Perù.
Vi resta un anno e ricopre l’incarico di viceparroco della cattedrale della Sacra Famiglia e di cancelliere dell’allora prelatura territoriale di Chulucanas, affidata da Paolo VI agli agostiniani nel 1964.
Nel 1987, rientrato negli Stati Uniti, viene nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana di appartenenza, risiedendo a Olympia Fields.
Torna in Perù nel 1988, nella missione agostiniana di Trujillo, per dirigere la prima casa di formazione congiunta per i vicariati agostiniani di Chulucanas, Iquitos e Apurímac.
Qui ricopre gli incarichi di priore (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e maestro dei professi (1993-1998).
È anche direttore degli studi e rettore ad interim del Seminario maggiore arcidiocesano San Carlo e San Marcello - dove insegna diritto canonico, teologia morale e patristica -, vicario giudiziale, membro del Collegio dei Consultori di Trujillo, parroco di Nostra Signora Madre della Chiesa - oggi parrocchia Santa Rita da Cascia - (1988-1999) e amministratore della parrocchia Nostra Signora di Montserrat (1992-1999).
Nel 1998 viene eletto priore provinciale della Provincia del Midwest della Nostra Madre del Buon Consiglio e torna negli Stati Uniti per iniziare il suo mandato l’8 marzo 1999.
Nel Capitolo generale ordinario del 2001, il 14 settembre, i suoi confratelli lo scelgono come priore generale dell’Ordine, confermandolo nel 2007 per un secondo sessennio.
Al termine, nell’ottobre 2013, torna in servizio presso la sua Provincia, a Chicago, dove gli viene affidato l’incarico di direttore della formazione nel convento di Sant’Agostino ed è contemporaneamente primo consigliere e vicario provinciale.
Il 3 novembre 2014 Papa Francesco lo nomina amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e al contempo vescovo titolare di Sufar.
Il 7 novembre Prevost fa il suo ingresso in diocesi, alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green, che lo ordina vescovo poco più di un mese dopo, il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella cattedrale di Santa Maria.
Il suo motto episcopale è In Illo uno unum, parole che sant’Agostino ha pronunciato in un suo discorso, l’Esposizione sul Salmo 127, per spiegare che “sebbene noi cristiani siamo molti, nell'unico Cristo siamo una cosa sola”.
Sempre nel 2014, la Villanova University gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze Umanistiche.
Il 24 agosto 2015 gli viene concessa la cittadinanza peruviana per naturalizzazione.
Il 26 settembre 2015 è nominato da Papa Francesco vescovo di Chiclayo e nel marzo 2018 viene eletto secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale Peruviana, all’interno della quale è anche membro del Consiglio economico e presidente della Commissione per la cultura e l’educazione.
Il 13 luglio del 2019 Francesco lo nomina membro della Congregazione per il Clero, il 15 aprile 2020 amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao e il 21 novembre membro della Congregazione per i Vescovi.
Il 30 gennaio 2023 Papa Francesco lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, promuovendolo arcivescovo.
Il 4 ottobre lo nomina membro dei Dicasteri per l’Evangelizzazione, Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari; per la Dottrina della Fede, per le Chiese Orientali; per il Clero; per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; per la Cultura e l’Educazione; per i Testi Legislativi; e nella Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano.
Sempre nel 2023, la presidenza della Conferenza Episcopale Peruviana, in segno di gratitudine per il suo servizio alla Chiesa in Perù, gli conferisce la Medaglia d'Oro di San Toribio de Mogrovejo e l’Università Cattolica Santo Toribio de Mogrovejo (Usat) di Chiclayo la laurea honoris causa in Diritto per la capacità di integrare la sua competenza in Diritto Canonico con la vita pastorale concreta e la missione al servizio delle Chiese locali.
Nel Concistoro del 30 settembre dello stesso anno Francesco lo crea cardinale, assegnandogli la diaconia di Santa Monica.
Prevost ne prende possesso il 28 gennaio 2024.
Come capo dicastero partecipa ai viaggi apostolici di Papa Francesco in Ungheria (28-30 aprile 2023); in Portogallo (2-6 agosto 2023) in occasione della XXXVII Giornata mondiale della gioventù; a Marsiglia (22-23 settembre 2023) per la conclusione dei “Rencontres Méditerranéennes”; in Lussemburgo e Belgio (26-29 settembre 2024); ad Ajaccio (15 dicembre 2024) in occasione del Congresso “La religiosité populaire en Méditerranée”.
Il 6 febbraio del 2025 Papa Francesco lo promuove all’ordine dei cardinali vescovi, assegnandogli il Titolo della Chiesa suburbicaria di Albano.
Tre giorni dopo, il 9 febbraio, Prevost celebra in piazza San Pietro la Messa - presieduta da Francesco - per il Giubileo delle forze armate, secondo grande evento dell’Anno Santo della Speranza.
Durante l’ultimo ricovero di Papa Francesco al Policlinico Agostino Gemelli di Roma, presiede, il 3 marzo, in piazza San Pietro, il Rosario per la salute del Pontefice.
Nel conclave iniziato il 7 maggio 2025 viene eletto Papa nel pomeriggio del giorno dopo, l’8 maggio, e sceglie il nome di Leone XIV.
È il 267.
mo Pontefice, il primo proveniente dagli Stati Uniti d’America e anche il primo appartenente all’Ordine di Sant’Agostino.
Parla l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, il francese, l’italiano.
Il 9 maggio, nella Cappella Sistina, celebra insieme ai cardinali la sua prima Messa, pro Ecclesia.
Il 18 maggio presiede la Celebrazione Eucaristica per l’inizio del suo ministero petrino.
Data: Mon, 04 May 2026 11:45:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari amici,
Sono lieto di salutarvi, membri del Consiglio Direttivo di Catholic Charities USA, in occasione della vostra visita a Roma e in Vaticano.
Prego perché il tempo che trascorrerete qui, nel cuore della Chiesa universale, non solo rafforzi i vostri legami con il Successore di Pietro, ma vi aiuti anche ad avvicinarvi di più al cuore di Cristo, del cui amore siamo tutti chiamati a partecipare.
In questo tempo pasquale leggiamo i racconti biblici della Risurrezione e delle successive apparizioni del Signore ai suoi apostoli.
Mentre loro e gli altri discepoli iniziarono il compito di evangelizzare, Gesù li aiutò (cfr.
Mc 16, 20) assicurando loro “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Come fu per gli apostoli e per la Chiesa dei primordi, la proclamazione del Vangelo attraverso la cura dei poveri e dei più bisognosi presenterà sempre certe difficoltà a livello sia personale sia istituzionale (cfr.
At 6, 1-7).
Tra queste vi sono il trovare risorse sufficienti, dimostrare agli altri che questo tipo di servizio è una parte integrante del vivere cristiano autentico e non cedere allo scoramento, specialmente quando incontriamo chi non possiamo aiutare nel modo in cui vorremmo.
Sono pienamente consapevole che le agenzie di Catholic Charities negli Stati Uniti d’America non sono affatto immuni da tutte queste sfide che continuano a presentarsi anche ai giorni nostri.
Ma è proprio quando dobbiamo confrontarci con questi ostacoli che dobbiamo imparare a sentire la voce di Gesù che ci dice ancora una volta “io sono con voi sempre!”.
Anche oggi Cristo si avvicina per accompagnare i suoi discepoli, specialmente nei momenti di frustrazione e dubbio, come ha fatto con san Tommaso apostolo, con i discepoli sulla via di Emmaus (cfr.
Gv 20, 24-29; Lc 24, 13-35).
È per questo che incoraggio voi e che incoraggio i vostri nobili sforzi ed esprimo gratitudine per la vostra disponibilità a proseguire il ministero di compassione, specialmente verso i più piccoli tra noi di nostro Signore.
Nel farlo, cercate di trovare soluzioni a situazioni disumane, di alleviare la sofferenza di individui e famiglie e di alleggerire il fardello di quanti sono oppressi da difficoltà e conflitti.
In tutte queste circostanze deve essere la carità di Cristo a spingervi nel vostro lavoro quotidiano (cfr.
2 Cor 5, 14).
Vale a dire, il desiderio di portare ad altri aiuto materiale con l’amore e il cuore di Gesù, perché è in quell’amore che troveranno sollievo autentico e rispetto della loro dignità.
In questo senso, è vero che “[l]’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio” (Esortazione apostolica Dilexi te, n.
26).
Tuttavia, è altrettanto vero che amare il nostro prossimo comporta offrirgli la possibilità di un incontro autentico con Dio.
Il vostro lavoro con i meno fortunati continua a fornire un’opportunità privilegiata di condividere la gioia della Resurrezione, e io vi ringrazio per questa testimonianza di fede sincera.
L’assistenza pratica che voi e le vostre agenzie partner offrite ai meno fortunati permette loro di sperimentare l’amore di Dio attraverso voi e apre loro un cammino per entrare in una relazione duratura con Dio.
Al tempo stesso, consente a voi di venire a contatto con la carne di Cristo cercando di vederlo e servirlo nei nostri fratelli e sorelle (cfr.
Mt 25, 31-46).
In tal modo, le vostre opere di carità diventano un incontro reciproco con il Signore che è presente in mezzo a noi.
Di nuovo, il Signore ci ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28, 20).
Il Signore Risorto viene per infondere pace nei nostri cuori e aprire cammini di speranza e nuova vita, assicurandoci che davvero fa “nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).
Permettiamo dunque alla speranza pasquale di irrompere nelle nostre vite e di guidare il nostro servizio, motivati dalla sua promessa.
Con questi sentimenti, offro buoni auspici per la vostra nobile missione e assicuro voi e tutti i vostri colleghi del ricordo nelle mie preghiere.
Affido tutti voi all’amorevole intercessione di Maria Immacolata, patrona degli Stati Uniti, e imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutte le agenzie associate con Catholic Charities USA, come pegno di pace e di gioia nel Signore risorto.
Grazie.
____________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
101, lunedì 4 maggio 2026, p.
3.
Data: Sun, 03 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione.
Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza.
Il Vangelo proclamato questa domenica (Gv 14,1-12) ci introduce nel dialogo del Maestro con i suoi durante l’Ultima Cena.
In particolare, ascoltiamo una promessa che ci coinvolge fin da ora nel mistero della sua risurrezione.
Gesù dice: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (v.
3).
Gli Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno.
Due di loro lo avevano sperimentato sin dal primo incontro con Gesù, presso il fiume Giordano, quando Lui si era accorto che lo seguivano e li aveva invitati a fermarsi quel pomeriggio a casa sua (cfr Gv 1,39).
Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti.
Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato.
Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può.
Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti.
Ma non per questo perde attrattiva.
Al contrario, ciò che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza.
Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto.
La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso.
In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento.
«Abbiate fede», ci dice Gesù.
Ecco il segreto! «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1).
Proprio questa fede libera il nostro cuore dall’ansia di avere e di ottenere, dall’inganno di rincorrere un posto di prestigio per valere qualcosa.
Ognuno ha già valore infinito nel mistero di Dio, che è la vera realtà.
Amandoci l’un l’altro come Gesù ci ha amato, ci doniamo questa consapevolezza.
È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro destino.
Nell’amore, infatti, in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno scopre di essere unico.
Preghiamo allora Maria Santissima, Madre della Chiesa, perché ogni comunità cristiana sia una casa aperta a tutti e attenta a ciascuno.
_____________________
Dopo il Regina Caeli
Cari fratelli e sorelle,
è iniziato il mese di maggio: in tutta la Chiesa si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria nostra Madre, specialmente a pregare insieme il Rosario.
Si rivive l’esperienza di quei giorni, tra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, quando i discepoli si ritrovavano nel Cenacolo a invocare lo Spirito Santo: Maria Santissima era in mezzo a loro e il suo cuore custodiva il fuoco che animava la preghiera di tutti.
Vi affido le mie intenzioni, in particolare per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo.
Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’UNESCO.
Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto.
Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza.
Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da molti Paesi!
Do il benvenuto agli insegnanti – religiose e laici – de Las Escuelas de las Hermanas Franciscanas de los Sagrados Corazones; come pure ai fedeli di Madrid e di Granada, di Minneapolis e a quelli della Malesia; e ai peruviani che a Roma formano l’Associazione Virgen de Chapi de Arequipa.
Saluto l’Associazione “Meter”, che da trent’anni si impegna per difendere i minori dalla piaga degli abusi, coinvolgendo la comunità ecclesiale e quella civile, educando a stare vicino alle vittime e a fare prevenzione.
Grazie per il vostro servizio!
Sono lieto di accogliere i fedeli di Padova, il “Gruppo Giovani Valdaso” e il “Punto Giovani” della Comunità Camilliana di Piossasco, l’Azione Cattolica del Vicariato di Noale, i ragazzi di Verolanuova e Cadignano, il Coro giovanile di Coredo-Predaia e gli studenti del Liceo Fardella – Ximenes di Trapani.
A tutti auguro una buona domenica!
Data: Sat, 02 May 2026 17:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
stringendoci a Cristo, diventiamo una casa solida e accogliente: questa è la gioia che sperimentiamo soprattutto nel tempo pasquale, e in modo particolare oggi celebrando l’Ordinazione di quattro nuovi Vescovi Ausiliari della Diocesi di Roma.
Questa Chiesa ha una singolare vocazione all’universalità e alla carità grazie al suo peculiare legame con Cristo, risorto e vivo, fondamento dell’edificio spirituale di pietre vive che è il popolo santo di Dio.
Avvicinarsi a Cristo è così avvicinarci gli uni agli altri e crescere insieme nell’unità: ecco il Mistero che ci coinvolge e trasforma dal di dentro anche la città.
A servizio del suo dinamismo, portato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo, i nostri fratelli Andrea, Stefano, Marco e Alessandro vengono ordinati all’episcopato.
È una festa di popolo, perché essi vengono da questo popolo e dal presbiterio che con amore se ne prende cura.
La nostra Comunità diocesana si raccoglie oggi nell’invocazione dello Spirito Santo, che ungerà i nuovi Vescovi, perché siano pienamente consacrati al servizio del Vangelo di Cristo.
Egli è la pietra scartata che, «scelta da Dio», è «divenuta pietra angolare» (1Pt 2,4.
7; cfr Sal 118,22).
Ai primi cristiani questa metafora, tanto familiare perché presente in un salmo, dovette sembrare particolarmente rivelativa.
Il Messia Gesù era stato scartato non solo perché non riconosciuto quale Figlio di Dio, ma, prima ancora, per aver assunto la condizione creaturale, compresa come indegna di Dio.
Fedele a questa via di amore misericordioso, Egli andava a cercare le pecore scartate, si sedeva a tavola con loro, disarmava le mani e i cuori che volevano lapidarle.
In questo modo, come dice il Vangelo proclamato in questa Liturgia, il Figlio ha mostrato il volto del Padre: in Lui si compiono le sue opere.
«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre.
Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (Gv 14,8-9).
Chiesa che vivi a Roma, la pietra scartata è il cuore dell’annuncio messianico, di fronte a coloro che la società scartava e continua a scartare.
È il cuore del nostro annuncio, della nostra missione.
Abbiamo visto il Santo toccare l’impuro, il Giusto perdonare i peccatori, la Vita guarire i malati, il Maestro lavare i piedi sporchi e stanchi dei suoi discepoli.
In questa città, capitale del grande impero, la pietra scartata diventò il vessillo di una nuova speranza, quella del Regno di Dio, così come prospettano le Beatitudini e canta il Magnificat.
Capovolgendo la logica del dominio, quella di chi persegue l’insensata ambizione di determinare l’architettura della Terra, avviene in Cristo che gli scarti ritrovino la loro dignità e si sentano eletti per il Regno di Dio.
«Se no – dice Gesù ai suoi discepoli – vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,2-3).
Sorelle e fratelli carissimi, ecco perché, fino ad oggi, si diventa pietre scartate dagli uomini e scelte da Dio: quando con la vita e la parola ci si oppone ai progetti che schiacciano i deboli, non rispettano la dignità di ogni persona, si servono dei conflitti per selezionare i più forti, mentre trascurano chi resta indietro, chi non ce la fa, considerando chi soccombe come spazzatura della storia.
Gesù ha camminato in mezzo a noi da profeta disarmato e disarmante, e quando è stato scartato non ha cambiato stile.
Ed ora mi rivolgo a voi, carissimi fratelli che da oggi sarete Vescovi Ausiliari di questa Chiesa, la cui cura ho ricevuto in dono; a voi che, con il Cardinale Vicario, potrete aiutarmi ad essere riflesso del Buon Pastore per il popolo romano e a presiedere alla carità di tutto il popolo santo di Dio sparso sulla terra.
Vi incoraggio a raggiungere le pietre scartate di questa città e di annunciare loro che in Cristo, nostra pietra angolare, nessuno è escluso dal diventare parte attiva dell’edificio santo che è la Chiesa e della fratellanza fra gli esseri umani.
Riverbera in questa immagine l’appello dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: essere una Chiesa “ospedale da campo”, essere pastori di strada, avere nel cuore le periferie materiali ed esistenziali.
Da presbiteri, voi avete accolto questo invito, insieme alle comunità parrocchiali che avete accompagnato.
Ora viene una nuova chiamata, una ulteriore vocazione, che ha sempre lo stesso cuore: nessuno, proprio nessuno deve pensarsi come scartato da Dio, e voi sarete araldi di questa bella notizia che è al centro del Vangelo.
Lasciate agire in voi lo Spirito di profezia: non accomodatevi nei privilegi che la vostra condizione potrebbe offrirvi, non seguite la logica mondana dei primi posti, siate testimoni di Cristo che è venuto non per essere servito ma per servire (cfr Mc 10,45).
Sarete profeti nel vostro ministero, se sarete uomini di pace e di unità, componendo, con fili di grazia e misericordia, gli spazi larghi e popolosi di questa Diocesi, armonizzando le differenze, accogliendo, ascoltando, perdonando.
Non fatevi cercare, fatevi trovare.
E fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell’apostolato non si sentano mai soli.
Aiutateli a rianimare la speranza nei loro diversi ministeri e a sentirsi parte di una stessa missione.
Sappiate sempre, instancabilmente, motivare le persone e le comunità, richiamando con semplicità alla bellezza del Vangelo.
I poveri di Roma, i pellegrini, i visitatori che qui giungono da ogni parte del mondo, possano trovare negli abitanti di questa città, nelle sue istituzioni, nei suoi pastori quella maternità che è il volto autentico della Chiesa.
La Salus Populi Romani, Madre della nostra fiducia, ci guidi e ci custodisca sempre lungo il cammino.
Data: Sat, 02 May 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per il prezioso servizio che svolgete presso la Conferenza Episcopale Italiana e gli Enti ad essa collegati.
Saluto il Presidente, Sua Eminenza il Cardinale Matteo Zuppi, il Segretario Generale, i Direttori degli Uffici e dei Servizi, e ciascuno di voi.
Il vostro è un impegno delicato, la cui importanza è sottolineata nel Preambolo dello Statuto della CEI: «La Conferenza Episcopale Italiana – vi si legge – […] è segno autentico e autorevole di comunione delle Chiese particolari che sono in Italia; costituisce una rappresentanza legittima e qualificata del popolo di Dio che vive nel Paese; promuove l’azione concorde dell’Episcopato italiano, in speciale sintonia con il Successore di Pietro, Vescovo di Roma e Primate d’Italia» (Statuto della Conferenza Episcopale Italiana, Preambolo, 3).
Grazie, dunque, per ciò che fate, a tutti i livelli, da quelli più noti a quelli più nascosti e quotidiani.
E qui vorrei ricordare quanto è importante, per ogni istituzione, la fedeltà di ciascuno al proprio compito, agli impegni più ordinari: una pratica seguita con attenzione, una riunione preparata bene, la pazienza di un momento di ascolto prolungato, la dedizione nel rispondere a una richiesta, l’ordine e la cura stessa degli ambienti.
Sono cose semplici, ma utili al bene di tutti e grandi davanti a Dio.
Nella vita della Chiesa niente è piccolo se fatto con fede, con amore e con spirito di comunione.
Alla luce di tutto questo, vorrei soffermarmi a riflettere con voi su alcuni aspetti del vostro impegno che ritengo importanti.
Anzitutto la sua natura di servizio.
I vari Uffici in cui operate non sono strutture fini a sé stesse, ma strumenti con cui aiutate i Vescovi e le Chiese che sono in Italia, perché i fili della comunione siano ben saldi e la trama del tessuto ecclesiale sia compatta, ricca di Vangelo e feconda di gesti di prossimità.
È un compito di grande responsabilità: il vostro, infatti, è un “servizio al servizio”, un lavoro che sostiene altri lavori, un impegno che rende possibile il contributo di molti, una collaborazione che aiuta le Chiese locali ad annunciare la Buona Novella, a camminare insieme e a essere presenza viva del Signore, in questo Paese e nel mondo.
Quello che fate – anche le attività più tecniche, amministrative o organizzative – è parte della missione di tutta la grande famiglia di Dio.
Nella Chiesa, infatti, servire non è semplicemente svolgere una funzione, ma partecipare attivamente, come membra, alla vita di un corpo il cui capo è il Signore.
Il centro, perciò, non siamo mai noi, i nostri uffici, i nostri programmi, ma è Lui, ed ogni attività trova senso quando aiuta, anche in modo umile e nascosto, all’incontro e all’unione con Lui.
Questo ci porta al secondo punto della nostra riflessione, che riguarda l’appartenenza.
La Sposa di Cristo, infatti, non si può servire da spettatori, ma solo con l’amore di chi sa di appartenerle, in un vincolo di fede e di comunione che è prima di tutto dono di grazia, dono di Dio.
Vi invito pertanto a vivere le vostre occupazioni quotidiane inseriti in un mistero, in una storia e in un progetto che vi precedono e vi superano (cfr Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 111).
I luoghi in cui esercitate le mansioni quotidiane sono il primo spazio in cui siete chiamati a far prendere forma al Vangelo, promuovendo unità e pace, con pazienza e umiltà, nella cura e nella custodia vicendevole.
E questa consapevolezza deve modellare il vostro modo di percepirvi, di parlare, di ascoltare, di correggere, di sostenere, permeando gli ambienti di lavoro e determinando dei veri e propri stili di vita evangelica.
Vorrei però aggiungere un’ultima riflessione, perché servizio e appartenenza sono inscindibili da una terza dimensione fondamentale della vita del popolo di Dio: la missione.
La Chiesa esiste per annunciare Cristo, costruendo ponti, instaurando legami, offrendo accoglienza e aiuto a chiunque abbia bisogno di sostegno, di ascolto, d’amore, e voi partecipate di questo mandato.
Viviamo in un’epoca di cambiamenti profondi, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione, nella partecipazione sociale, nella trasmissione della fede, anche in Italia.
In questo contesto, il Signore ci chiede di non chiuderci in noi stessi e di non avere paura, ma piuttosto di spenderci generosamente perché il Vangelo possa raggiungere e illuminare anche oggi ogni donna e ogni uomo, con le sue fatiche, domande e speranze (cfr Conc.
Vat.
II, Cost.
past.
Gaudium et spes, 1), affinché tutti «siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Cari fratelli e sorelle, grazie per quello che fate! Il Signore benedica voi e il vostro lavoro, le vostre famiglie, le persone che vi sono care, specialmente i bambini, gli anziani, i malati e quanti attraversano momenti di fatica.
Affidiamo alla Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi e a Santa Caterina da Siena la Conferenza Episcopale Italiana, le Chiese che sono in Italia e il cammino di tutto il popolo di Dio.
Grazie!
Data: Sat, 02 May 2026 11:15:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Eccellenze,
Cari fratelli e sorelle,
porgo un cordiale benvenuto a tutti voi, specialmente ai membri, ai membri del consiglio di amministrazione e agli amministratori della Papal Foundation, e offro i miei oranti buoni auspici per il vostro pellegrinaggio a Roma.
Sebbene questa sia la prima occasione in cui ci incontriamo da quando sono stato chiamato ad assumere il ruolo di Vescovo di Roma e di Papa, ero già venuto a conoscenza del vostro lavoro, specialmente durante gli anni del mio servizio come Vescovo di Chiclayo, dove ho visto personalmente l’impatto positivo delle donazioni della Fondazione, poiché sia la diocesi sia una comunità religiosa hanno avuto la benedizione di ricevere assistenza per diversi progetti grazie alla vostra generosità.
In questo primo anno appena del mio pontificato, ho trovato edificante constatare la portata globale della Fondazione.
Sono dunque profondamente grato per il vostro impegno costante ad assistere il Successore di Pietro nella sua missione di prendersi cura dei bisogni della Chiesa universale.
A tale riguardo, mi ha fatto piacere apprendere che il numero dei membri della Fondazione continua a crescere ogni anno e che avete espresso la disponibilità ad aumentare il sostegno offerto oltre che a trovare nuovi modi per essere di aiuto.
La vostra visita si svolge durante il tempo pasquale, un tempo incentrato sulla missione oltre che sulla pace.
Dopo la Risurrezione, Gesù ha affidato agli apostoli il compito di essere suoi messaggeri, promettendo di accompagnarli nel loro lavoro e promettendo di essere con loro sempre (cfr.
Mc 16, 20; Mt 28, 20).
Il Papa e i vescovi, come successori degli apostoli, proseguono questo impegno attraverso la predicazione e le opere di evangelizzazione.
Ma tutti i membri della Chiesa, in virtù del loro Battesimo, condividono la responsabilità di proclamare il Vangelo oggi attraverso le parole oltre che attraverso gli atti di carità.
Come ha scritto san Giacomo alla comunità cristiana delle origini, la fede senza opere è morta e non ha il potere di salvare (cfr.
Gc 2, 17), e i Vangeli ci insegnano che il Signore si aspetta dai suoi discepoli che si prendano cura dei bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili (cfr.
Mt 25, 31-46).
Finanziando progetti, assistenza umanitaria e borse di studio per persone di tutto il mondo, la Papal Foundation partecipa alla costante missione evangelica della Chiesa.
La vostra generosità ha permesso a un numero infinito di persone di sperimentare in modo concreto la bontà e la gentilezza di Dio nelle loro comunità.
Anche molti sacerdoti e uomini e donne consacrati hanno potuto ricevere un’istruzione superiore che altrimenti sarebbe stata impossibile dalle Università Pontificie a Roma, venendo così formati a essere futuri leader nella Chiesa.
Probabilmente non riuscirete mai a incontrare tutti coloro che hanno beneficiato della vostra gentilezza, quindi a nome loro esprimo profondo apprezzamento.
Uno di coloro che hanno ricevuto una borsa di studio da voi, comunque, è seduto accanto a me [ndr, monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga, segretario particolare del Santo Padre] e sono certo che dirà volentieri “grazie”.
La Domenica di Pasqua il Signore risorto ha salutato i suoi apostoli dicendo “Pace a voi!” (Gv 20, 19), e ancora oggi Cristo desidera che i suoi discepoli siano strumenti di pace.
Oltre a promuovere la missione evangelica della Chiesa, l’impegno della Fondazione aiuta anche a favorire la pace a livello regionale e locale.
San Paolo VI ha scritto che il nuovo nome della pace è sviluppo (cfr.
Lettera enciclica Populorum progressio, n.
87).
Con ciò intendeva dire che la vera armonia non è semplicemente l’assenza di conflitto, ma deriva dalla promozione di uno sviluppo umano integrale autentico (cfr.
Ibidem, n.
76).
Promuovere il progresso autentico attraverso iniziative tangibili come quelle sostenute dalla Fondazione è un modo sicuro per incoraggiare la concordia tra comunità e individui.
Cari fratelli e sorelle, con questi sentimenti vi ringrazio per la vostra presenza qui oggi, come anche per tutto ciò che fate per promuovere la lodevole missione della Papal Foundation.
Chiedo le vostre preghiere costanti per il mio ministero come Successore di san Pietro e per i bisogni della Chiesa.
Nell’affidare voi e i vostri cari all’amorevole intercessione di Maria, Madre della Chiesa, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica come pegno di gioia in Cristo nostro Signore risorto.
Grazie.
____________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
100, sabato 2 maggio 2026, p.
2.
Data: Thu, 30 Apr 2026 15:00:00 +0200 leggi alla fonte
MAGGIO: Per un’alimentazione per tutti
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Signore della creazione,
ci hai donato la terra feconda e, con essa, il nostro pane quotidiano,
come segno del tuo amore e della tua provvidenza.
Oggi riconosciamo con dolore
che milioni di fratelli e sorelle soffrono ancora la fame,
mentre tanto cibo viene sprecato sulle nostre tavole.
Risveglia in noi una nuova coscienza:
che impariamo a ringraziare per ogni alimento,
a consumare con semplicità,
a condividere con gioia
e a custodire i frutti della terra come un tuo dono,
destinato a tutti, non solo a pochi.
Padre buono,
rendici capaci di trasformare la logica del consumo egoista
in una cultura della solidarietà.
Fa’ che le nostre comunità promuovano gesti concreti:
campagne di sensibilizzazione, banchi alimentari,
e uno stile di vita sobrio e responsabile.
Tu che hai mandato il tuo Figlio amato Gesù,
pane spezzato per la vita del mondo,
donaci un cuore nuovo, affamato di giustizia e assetato di fraternità.
Che nessuno sia escluso dalla mensa comune,
e che il tuo Spirito ci insegni a guardare il pane
non come un bene di consumo,
ma come un segno di comunione e cura.
Amen.
__________________________
Data: Thu, 30 Apr 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre,
e del Figlio, e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno e benvenuti!
Vi saluto cordialmente in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione di Weltkirche & Dialog, un’istituzione conosciuta oggi come Ufficio diocesano per la Chiesa universale e il dialogo.
La vostra visita si svolge nel tempo pasquale, in cui tutta la Chiesa gioisce per la Risurrezione del Signore e rinnova la propria speranza nella nuova vita che scaturisce dal Mistero Pasquale.
Questa è un’occasione opportuna per riflettere sull’universalità della Chiesa e sull’importanza del dialogo.
Alla luce della Risurrezione di Cristo, la Chiesa si riconosce come inviata a tutti i popoli, non imponendosi, ma dando testimonianza della verità nella carità.
Il dialogo, a sua volta, rafforza la comunione, apre cammini di comprensione e serve la causa della pace.
In questo modo, Cristo attira a sé tutte le cose e fa della Chiesa un segno di unità e di speranza per il mondo.
Proprio questi elementi sono profondamente radicati nella storia della vostra Arcidiocesi, che ha dimostrato un’apertura profetica alla dimensione universale della chiesa, espressa attraverso la disponibilità all’incontro, lo scambio reciproco e il dialogo tra popoli e culture.
Sotto la guida di Sua Eminenza il Cardinale Josef Frings e del Vicario Generale, il reverendo Josef Teush, nel 1954 l’Arcidiocesi di Köln ha istituito un partenariato con l’Arcidiocesi di Tokyo, il primo del suo genere in Germania.
Sono stati anche pionieri nell’avviare iniziative assistenziali fondamentali come Misereor e Adveniat, gettando in tal modo le basi per l’istituzione di Weltkirche-Weltmission nel 1976.
Questa visione della Chiesa come autenticamente universale — chiamata alla solidarietà oltre i confini dell’Europa e sostenuta attraverso una cultura di dialogo — rimane al centro stesso dell’identità della vostra organizzazione.
Mossa proprio da questo spirito, l’Arcidiocesi di Köln è diventata un membro fondatore della Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO) e, nel corso degli anni, ha fornito assistenza a regioni colpite da carestia, inondazioni, guerra e altre crisi.
Inoltre l’Arcidiocesi mantiene relazioni di supporto con altre chiese in oltre cento Paesi, con una particolare attenzione per il Medio Oriente e le Chiese Orientali, offrendo inoltre borse di studio per la formazione sacerdotale e assistenza ai sacerdoti anziani.
Potrei aggiungere qui che quando ero vescovo in Perú, a Chiclayo, l’Arcidiocesi di Köln ha dato pure un forte sostegno a molte iniziative differenti, aiutando anche ad acquistare macchine che generano ossigeno, che hanno salvato la vita a tante persone.
E la gente oggi è ancora grata per quel sostegno.
Dinanzi a questa ricca eredità esprimo sincera gratitudine per le molte iniziative nelle quali continuate a essere impegnati.
Attraverso il vostro generoso servizio la dimensione universale della Chiesa è resa visibile e concreta, favorendo la solidarietà, rafforzando vincoli di unità e dando testimonianza del Vangelo di pace in un mondo molto spesso caratterizzato da divisione e sofferenza.
Questa testimonianza oggi è più che mai necessaria.
Molti nostri fratelli e sorelle cristiani sono stati costretti a lasciare il loro Paese a causa di guerra, violenza e povertà, e molti dipendono direttamente dal vostro impegno e dalla vostra gentilezza per la loro sopravvivenza.
Pertanto, vi incoraggio a perseverare in questa missione di carità, di modo che essi possano continuare a sentire la vicinanza della Chiesa universale.
In modo particolare vi chiedo di continuare a sostenere la presenza di cristiani in Medio Oriente, al fine di assicurare che quelle venerabili tradizioni delle Chiese Orientali siano preservate, salvaguardate e più largamente conosciute.
Con questi sentimenti prego perché questi giorni di ritiro, riflessione e rinnovamento a Roma vi rafforzino e vi incoraggino.
Affido voi e i vostri cari alla protezione materna di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa.
Come pegno della mia vicinanza, vi imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica.
Grazie.
_________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
99, giovedì 30 aprile 2026, p.
2.
Data: Wed, 29 Apr 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.
Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa.
Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale.
Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.
La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria.
Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.
In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso.
Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità.
Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.
Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana.
Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).
La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze.
Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace.
Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale.
Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.
La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese.
Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna.
Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace.
Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano.
E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.
Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto.
Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.
L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione.
Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.
Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”.
Non avevo mai visto nulla di simile.
E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente.
Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata.
Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile.
Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.
Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti.
Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.
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Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus de Belgique, des Pays-Bas et de France, en particulier le groupe paroissial de Versailles et les élèves des diverses écoles.
Puissent ces voyages apostoliques en terre d’Afrique transmettre la joie de la foi, ancrée dans une espérance tenace malgré les vicissitudes de la vie.
Je vous bénis et vous souhaite un beau mois de Marie !
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, venuti dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla Francia, in particolare il gruppo parrocchiale di Versailles, gli studenti delle varie scuole.
Possano questi viaggi apostolici in terra africana trasmettere la gioia della fede, radicata in una speranza tenace nonostante le vicissitudini della vita.
Vi benedico e vi auguro un buon mese di Maria!]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Ireland, Malta, Norway, Nigeria, India, the Philippines, Trinidad and Tobago, and the United States of America.
Upon all of you, and upon your families, I invoke the joy and peace of the risen Jesus! May God bless you!
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, die Apostolische Reise nach Afrika war mir eine willkommene Gelegenheit, erneut auf den Spuren des heiligen Augustinus zu wandeln.
Das Beispiel dieses großen Kirchenlehrers helfe uns, Gott zu suchen, der uns in Jesus Christus „alle Schätze der Weisheit und Erkenntnis“ (Kol 2,3) und den wahren Frieden schenkt.
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, il Viaggio Apostolico in Africa è stata per me un’occasione gradita per ripercorrere ancora una volta le orme di sant’Agostino.
L’esempio di questo grande Dottore della Chiesa ci aiuti a cercare Dio, che in Gesù Cristo ci dona “tutti i tesori della sapienza e conoscenza” (Col 2,3) e la vera pace.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Pidamos al Señor que toque el corazón y la mente de todos, de modo que su Evangelio pueda ser encarnado en nuestra vida.
Con dolor y preocupación, he tenido noticia de la trágica situación de violencia que aflige la región suroeste de Colombia, que ha causado graves pérdidas de vidas humanas.
Expreso mi cercanía en la oración a las víctimas y a sus familiares, y exhorto a todos a rechazar cualquier forma de violencia y optar decididamente por el camino de la paz.
Que el Señor los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿圣神在你们内加增信德与爱德的活力,使之滋养你们的向善之心与良善之行。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo aumenti in voi il vigore della fede e della carità, che alimentano propositi ed azioni di bene.
Vi benedico di cuore.
]
Uma cordial saudação a todos os peregrinos de língua portuguesa, de modo especial ao grupo do Colégio Laura Vicuña, de Lisboa, e às jovens da Orquestra Chiquinha Gonzaga, do Rio de Janeiro! Na África, encontrei comunidades eclesiais que, cada uma do seu modo, dão testemunho de uma fé viva.
Peçamos ao Senhor que reavive a nossa fé onde! Deus vos abençoe!
[Un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale al gruppo del Colégio Laura Vicuña, di Lisbona, e alle ragazze dell’Orquestra Chiquinha Gonzaga, di Rio de Janeiro! In Africa, ho incontrato comunità ecclesiali che, ognuna a modo suo, danno testimonianza di una fede viva.
Chiediamo al Signore che ravvivi la nostra fede! Dio vi benedica.
]
أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة، وخاصَّةً القادِمينَ مِن لبنان والعراق وسوريَّة.
المَسِيحِيُّ مَدعُوٌ إلى أن يَثِقَ باللهِ دائِمًا، خاصَّةً في لحظاتِ الضَّعفِ والقَلَق، لأنَّنا معهُ نحن في سلامٍ وأمان.
باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Libano, dall’Iraq e dalla Siria.
Il cristiano è chiamato a fidarsi di Dio, soprattutto nei momenti di debolezza e preoccupazione, perché con Lui siamo nella pace e nella sicurezza.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
Dziś, w rocznicę wyzwolenia niemieckiego nazistowskiego obozu w Dachau, obchodzicie Dzień Męczeństwa Duchowieństwa Polskiego w czasie II wojny światowej.
Przyzywajcie wstawiennictwa biskupów, kapłanów i kleryków – męczenników totalitaryzmów XX w.
Niech orędują szczególnie za młodymi, by odważnie odpowiadali na Boże wezwanie.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Oggi, nell’anniversario della liberazione del Campo nazista tedesco di Dachau, celebrate la Giornata del Martirio del Clero Polacco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Invocate la protezione dei Vescovi, dei Sacerdoti e dei Seminaristi – Martiri dei totalitarismi del XX secolo.
Intercedano specialmente per i giovani, affinché rispondano con coraggio alla chiamata di Dio.
A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto le famiglie del Movimento dei Focolari, i collaboratori del «Regnum Christi», le parrocchie Santa Maria Assunta in Canepina e San Giovanni Battista in Colletorto.
Saluto poi il Reggimento Lagunari «Serenissima» di Venezia, il Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa e il 28° Reggimento «Pavia» di Pesaro.
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
La Liturgia celebra oggi Santa Caterina da Siena, Vergine domenicana e Dottore della Chiesa.
Cari giovani, siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedeltà.
Voi, cari ammalati, immergete le vostre sofferenze nel mistero d'amore del Sangue del Redentore, contemplato con speciale devozione dalla Santa senese.
E voi, cari sposi novelli, col vostro reciproco amore siate segno dell'amore di Cristo per la Chiesa.
A tutti la mia benedizione!
Data: Mon, 27 Apr 2026 18:00:00 +0200 leggi alla fonte
Eminenza,
Eccellenze,
carissimi Superiori e Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica,
sono lieto di compiere la mia prima visita come Romano Pontefice presso questa antica e nobile Istituzione, in occasione del giubileo per il suo 325° anniversario di fondazione.
Già quando qualche anno fa, nel quadro degli incontri proposti agli Alunni, venni qui a dare la mia testimonianza in qualità di Prefetto del Dicastero per i Vescovi, ebbi modo di riflettere sulla missione essenziale che svolge l’Alma mater dei Diplomatici pontifici.
Oggi, a quasi un anno dall’inizio del mio Ministero petrino, accompagnato dal solerte impegno della Segreteria di Stato e delle Rappresentanze Pontificie, quei sentimenti hanno trovato conferma.
Guardo perciò con profonda gratitudine alla storia di dedizione e di servizio che questa gioiosa ricorrenza celebra.
Tale storia — radicata nella cattolicità stessa della Chiesa — nel corso dei secoli ha visto una catena ininterrotta di sacerdoti, provenienti da varie parti del mondo, contribuire con le proprie umili forze alla costruzione di quella unità in Cristo che, nella diversità delle origini, fa della comunione una caratteristica fondamentale del servizio diplomatico della Santa Sede.
I passaggi di riforma — di cui l’ultimo in ordine di tempo voluto dal mio immediato Predecessore, di venerata memoria — hanno sempre mirato a custodire questa nota distintiva e costitutiva dell’azione della nostra diplomazia, chiamata ogni giorno a pregare e lavorare «ut unum sint» (Gv 17, 21).
In particolare, i recenti mutamenti relativi a diversi aspetti della formazione accademica e intellettuale, hanno dato all’Istituzione l’autonomia necessaria per rinnovare l’impianto di studio delle discipline giuridiche, storiche, politologiche ed economiche, insieme a quello delle lingue in uso nelle relazioni internazionali.
Mi preme tuttavia ribadire che la riforma più importante richiesta a chi varca la soglia di questa Comunità, è quella di un costante esercizio di conversione, volto a coltivare «la prossimità, l’ascolto attento, la testimonianza, l’approccio fraterno e il dialogo […] coniugate con l’umiltà e la mitezza» (Francesco, Chirografo Il ministero petrino, 25 marzo 2025): virtù che devono permeare tutto il vostro ministero sacerdotale.
L’incontro di oggi, in questa Casa che ha contribuito alla crescita intellettuale, umana e spirituale di vari Santi e Beati — tra cui alcuni miei illustri Predecessori —, è per me l’occasione per delineare con voi alcuni tratti del Sacerdote diplomatico pontificio che, partecipando del ministero del Successore di Pietro, accoglie e coltiva una vocazione speciale a servizio della pace, della verità e della giustizia.
Egli deve essere, prima di tutto, un messaggero dell’annuncio pasquale: «Pace a voi!» (Gv 20,19).
Anche quando le speranze di dialogo e riconciliazione sembrano svanire e la pace “come la dà il mondo” viene calpestata e messa a dura prova, voi siete chiamati a continuare a portare a tutti la parola di Cristo Risorto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27).
E prima ancora di tentare di costruirla con le nostre povere forze, davanti a quanti non la ricercano come dono di Dio, la vostra missione vi chiama ad esserne “ponti” e “canali”, perché la grazia che viene dal cielo possa farsi strada tra le pieghe della storia.
Il Diplomatico pontificio poi, — operando nei più diversi contesti culturali e negli Organismi Internazionali — è particolarmente inviato a testimoniare la Verità che è Cristo, portandone il messaggio nel consesso delle Nazioni, e facendosi segno del Suo amore per quella porzione di umanità, che è affidata alla sua missione di pastore, prima ancora che di diplomatico.
Come ho avuto modo di indicare all’inizio di quest’anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, oggi è fortemente necessario che «le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe», perché «solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti» (Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026).
Anche per questo è importante che portiate al mondo il Verbo della Vita, che si è rivelato non con l’affermazione di principi e idee astratti, ma facendosi carne.
Infine, voi vi preparate a svolgere un peculiare ministero, che non si declina solo nella tutela del bene della comunità cattolica, ma di tutta la famiglia umana che abita una determinata Nazione o che partecipa delle istanze dei diversi Organismi internazionali.
Ciò vi vuole promotori di tutte le forme di giustizia che aiutano a riconoscere, ricostruire e proteggere l’immagine di Dio impressa in ogni persona.
Nella difesa dei diritti umani — tra cui spiccano quelli alla libertà religiosa e alla vita —, vi raccomando perciò di continuare a indicare la strada, non della contrapposizione e della rivendicazione, ma della tutela per la dignità della persona, dello sviluppo per i popoli e per le comunità e della promozione della cooperazione internazionale.
Sono questi i soli strumenti che consentono di avviare autentici cammini di pace.
Cari Superiori e Alunni, in un mondo segnato da tensioni, che sembra fare dei conflitti l’unico modo per affrontare bisogni e istanze, le nostre capacità di spenderci per il dialogo, l’ascolto e la riconciliazione possono sembrare insufficienti, a volte perfino inutili.
Questo non ci deve scoraggiare! Continuiamo ad invocare con fiducia il dono della pace di Cristo, senza timore.
E siate certi che il vostro generoso ministero, in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, sarà sempre strumento per promuovere e custodire la dignità di ogni uomo e donna, creati a immagine e somiglianza di Dio, e per incrementare il bene comune.
Con questi auspici e con paterna benevolenza, invoco su ciascuno di voi e sul futuro cammino della Pontificia Accademia Ecclesiastica, per intercessione della Beata Vergine Maria e di Sant’Antonio Abate, vostro Patrono, la Benedizione Apostolica.
Data: Mon, 27 Apr 2026 12:15:00 +0200 leggi alla fonte
Carissimi, buongiorno e benvenuti!
Accolgo con piacere il vostro desiderio che il Papa benedica la prima pietra del “Centro Cuore”, la nuova grande opera del Policlinico Gemelli, intitolata a Papa Francesco.
Il nome Cuore, dato alla nuova struttura, mi offre lo spunto per la breve riflessione che condivido con voi.
In un primo significato, diciamo funzionale, esso sta per Cardiovascular Unique Offer ReEngineered.
Indica, cioè, con un acronimo, efficace nella sua immediatezza, quella parte del vasto villaggio che è il “Gemelli” dove saranno concentrate le cure delle malattie cardiovascolari.
Voi lo definite un nuovo modello organizzativo centrato sulla persona.
È una sfida impegnativa, che vi auguro di affrontare con entusiasmo, collaborazione e anche preghiera.
Ma la parola “cuore”, per il vostro Policlinico, dice molto di più, perché sta nel nome stesso dell’Università a cui appartiene: l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
A questo proposito, mi piace ricordare un particolare storico importante.
Quando arrivò il momento tanto atteso di chiedere il riconoscimento dello Stato per la nuova Università, molti consigliarono a padre Gemelli di non intitolarla al Sacro Cuore, perché quel titolo sarebbe risultato troppo devozionale.
E il fondatore si pose onestamente il problema.
Ma la Beata Armida Barelli non ebbe dubbi: l’Università doveva essere “del Sacro Cuore”, perché proprio al Cuore di Cristo si doveva la serie di “miracoli” che avevano reso possibile l’impresa.
Gemelli ascoltò la sua fidata collaboratrice e il nome fu approvato anche dalle autorità governative.
Oggi, possiamo dire che quella scelta, profetica allora, lo è tuttora, se pensiamo che Papa Francesco ha voluto la sua ultima Enciclica, Dilexit nos – quasi un testamento –, dedicata “all’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo”.
Nella sua prima parte, essa ricorda l’antropologia cristiana, che intende il cuore come centro e sintesi della persona umana.
Vorrei citare solo un passaggio: «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo.
Tutto è unificato nel cuore, che può essere la sede dell’amore con tutte le sue componenti spirituali, psichiche e anche fisiche.
In definitiva, se in esso regna l’amore, la persona raggiunge la propria identità in modo pieno e luminoso, perché ogni essere umano è stato creato anzitutto per l’amore, è fatto nelle sue fibre più profonde per amare ed essere amato» (n.
21).
In questa parte dell’Enciclica voi potete ritrovare il quadro di principi e di valori che sono alla base della formazione nel vostro Policlinico, formazione che, in questa occasione, mi permetto semplicemente di incoraggiare: quanto più il “Gemelli” cresce, tanto più dev’essere curata la formazione umana e cristiana di chi vi opera.
Il messaggio centrale della Dilexit nos è però teologico e spirituale, incentrato sul mistero d’amore del Cuore di Cristo, fonte principale di ispirazione e di sostegno per la nostra vita e il nostro lavoro.
Come una fiamma perenne, questo amore ha suscitato nella Chiesa innumerevoli testimoni di carità, anche di carità educativa e sociale.
Tra questi possiamo annoverare padre Gemelli, la Beata Armida Barelli e gli altri fondatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Sappiamo quanto Gemelli avesse a lungo desiderato la Facoltà di medicina e siamo certi che egli dall’alto continua ad accompagnare gli sviluppi, in particolare questa iniziativa del Centro Cuore.
Con questi sentimenti, benedico tutti voi e la prima pietra della nuova struttura, invocando l’intercessione di Maria Santissima, Sede della Sapienza e Salute dei malati Grazie!
Data: Mon, 27 Apr 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Vostra Grazia,
La pace sia con tutti voi!
Nella gioia di questo tempo pasquale, mentre continuiamo a celebrare la risurrezione dai morti del Signore Gesù, sono lieto di accogliere lei e la sua Delegazione in Vaticano.
La sua visita riporta alla mente il memorabile incontro, sessant’anni fa, tra san Paolo VI e l’Arcivescovo Michael Ramsey, il cui anniversario lei ha celebrato con il Cardinale Koch nella Cattedrale di Canterbury la mattina dopo la sua intronizzazione.
Da allora, gli Arcivescovi di Canterbury e i Vescovi di Roma hanno continuato a incontrarsi per pregare insieme, e sono lieto che oggi proseguiamo questa tradizione.
Sono inoltre grato per il ministero del Centro Anglicano a Roma, anch’esso istituito sessant’anni fa, e saluto in modo particolare il Direttore del Centro, il Vescovo Anthony Ball, che lei questa sera nominerà suo Rappresentante presso la Santa Sede.
Durante questi giorni del tempo pasquale, le prime parole pronunciate dal Cristo risorto risuonano in tutta la Chiesa: “Pace a voi!” (Gv 20, 19).
Questo saluto ci invita non solo ad accettare il dono di pace del Signore, ma anche a essere messaggeri della sua pace.
Ho spesso detto che la pace del Signore risorto è “disarmata”.
Lo è perché lui ha sempre risposto alla violenza e all’aggressione in modo disarmato, invitandoci a fare lo stesso.
Inoltre, ritengo che i cristiani debbano dare insieme una testimonianza profetica e umile di questa realtà profonda (cfr.
Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026).
Mentre il nostro mondo sofferente ha un profondo bisogno della pace di Cristo, le divisioni tra cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di quella pace.
Se vogliamo che il mondo prenda a cuore la nostra predicazione, pertanto, dobbiamo essere costanti nelle nostre preghiere e nei nostri sforzi per rimuovere qualsiasi pietra d’inciampo che ostacoli la proclamazione del Vangelo.
L’attenzione al bisogno di unità ai fini di una evangelizzazione più feconda è stato un tema ricorrente di tutto il mio ministero: di fatto, è rispecchiato dal motto che ho scelto quando sono stato nominato vescovo: In Illo uno unum, “Nell’unico Cristo siamo uno” (Sant’Agostino, Enarr.
in Ps.
, 127, 3).
A tale riguardo, quando l’Arcivescovo Michael Ramsey e san Paolo VI annunciarono il primo dialogo teologico tra anglicani e cattolici, parlarono di cercare il “ripristino della piena comunione nella fede e nella vita sacramentale” (cfr.
Dichiarazione congiunta, 24 marzo 1966).
Certamente questo cammino ecumenico è stato complesso.
Sebbene siano stato compiuti molti progressi su questioni storicamente divisive, negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile da discernere.
So che anche la Comunione Anglicana sta affrontando molte delle stesse questioni al presente.
Tuttavia, non dobbiamo permettere a queste sfide costanti di impedirci di cogliere ogni occasione possibile per proclamare insieme Cristo al mondo.
Come ha detto il mio amato predecessore Papa Francesco ai Primati della Comunione Anglicana nel 2024, “Sarebbe uno scandalo se, a causa delle divisioni, non realizzassimo la nostra comune vocazione di far conoscere Cristo” (Discorso ai Partecipanti all’Assemblea dei Primati della Comunione Anglicana, 2 maggio 2024).
Da parte mia, aggiungo che sarebbe uno scandalo anche se non continuassimo a lavorare per superare le nostre differenze, per quanto possano sembrare insormontabili.
Mentre continuiamo a camminare insieme in amicizia e dialogo, preghiamo perché lo Spirito Santo, che il Signore ha effuso sui discepoli la sera dopo la sua risurrezione, guidi i nostri passi mentre, nella preghiera e nell’umiltà, cerchiamo quell’unità che è il volere di Dio per tutti i suoi discepoli.
Vostra Grazia, nel ringraziarla per la sua visita oggi, prego perché lo stesso Spirito Santo rimanga con lei sempre, rendendola feconda nel servizio al quale è stata chiamata.
Dio benedica lei e la sua famiglia.
_________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
96, lunedì 27 aprile 2026, p.
4.
Data: Sun, 26 Apr 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!
Mentre proseguiamo il nostro cammino nel tempo pasquale, il Vangelo ci riporta oggi le parole di Gesù che paragona sé stesso a un pastore e poi alla porta dell’ovile (cfr Gv 10,1-10).
Gesù mette in contrapposizione il pastore e il ladro.
Infatti, afferma: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante» (v.
1).
E più avanti, in modo ancora più chiaro: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v.
10).
La differenza è chiara: il pastore ha un legame speciale con le sue pecore e, perciò, può entrare dalla porta dell’ovile; se uno invece ha bisogno di scavalcare il recinto, allora è certamente un ladro che vuole rubare le pecore.
Gesù ci sta dicendo di essere legato a noi da una relazione di amicizia: Egli ci conosce, ci chiama per nome, ci guida e, come fa il pastore con le sue pecore, ci viene a cercare quando ci perdiamo e fascia le nostre ferite quando siamo malati (cfr Ez 34,16).
Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri.
Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza.
Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura.
Chi si affida a Lui non ha nulla da temere: Egli non mortifica la nostra vita, ma viene per donarcela in abbondanza (cfr v.
10).
Fratelli e sorelle, siamo invitati a riflettere e soprattutto a vigilare sul recinto del nostro cuore e della nostra vita, perché chi vi entra può moltiplicare la gioia oppure, come un ladro, può rubarcela.
I “ladri” possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi.
E non dimentichiamo anche quei “ladri” che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità.
Possiamo interrogarci: da chi vogliamo farci guidare nella nostra vita? Quali sono i “ladri” che hanno provato a entrare nel nostro recinto? Ci sono riusciti, oppure siamo stati capaci di respingerli?
Oggi il Vangelo ci invita a fidarci del Signore: Lui non viene a rubarci nulla, anzi, è il Pastore buono, che moltiplica la vita e ce la offre in abbondanza.
La Vergine Maria ci accompagni sempre nel nostro cammino e interceda per noi e per il mondo intero.
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Dopo il Regina Caeli
Cari fratelli e sorelle,
oggi ricorre il 40° anniversario del tragico incidente di Chernobyl, che ha segnato la coscienza dell’umanità.
Esso rimane un monito sui rischi inerenti all’uso di tecnologie sempre più potenti.
Affidiamo alla misericordia di Dio le vittime e quanti ne soffrono ancora le conseguenze.
Auspico che, a tutti i livelli decisionali, prevalgano sempre discernimento e responsabilità, perché ogni impiego dell’energia atomica sia al servizio della vita e della pace.
Ed ora mi rivolgo a voi, romani e pellegrini di vari Paesi: benvenuti!
Saluto i Cavalieri e le Dame dell’Ordine di San Giorgio, Ordine europeo della Casa Asburgo-Lorena.
Saluto i bambini del gruppo di danza “Malva”, di Brovary, in Ucraina; il Coro Cantica Sacra dell’Arcidiocesi di Trnava in Slovacchia; i fedeli di Vienna, di Madrid e delle Isole Canarie; i Dirigenti e i Professori della Scuola “São Tomás” di Lisbona.
Saluto il folto gruppo di ragazzi della Val Camonica (Diocesi di Brescia) e i piccoli ministranti di Biadene e Caonada; come pure i fedeli di Treviso, Vicenza, Crotone e Cariati, Oria e Lecce; e i partecipanti al convegno dell’Associazione apostoli della Divina Misericordia.
Un saluto speciale ai familiari e amici dei nuovi presbiteri della Diocesi di Roma, che ho ordinato questa mattina nella Basilica di San Pietro: accompagnate sempre con la preghiera questi giovani ministri del Vangelo.
A tutti auguro una buona domenica.
Data: Sun, 26 Apr 2026 09:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle!
Con questo saluto mi rivolgo in particolare a coloro che sono stati presentati adesso, che riceveranno l’ordinazione presbiterale, ai vostri familiari, ai preti di Roma, molti dei quali ricordano la loro Ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua, a tutti voi presenti!
Questa è una domenica piena di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri riscontriamo tanta generosità ed entusiasmo.
Nel radunarci, così numerosi e diversi, attorno all’unico Maestro avvertiamo una forza che ci rigenera.
È lo Spirito Santo, che lega persone e vocazioni nella libertà, così che nessuno viva più per sé stesso.
La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode.
Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione.
La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Ecco un primo segreto nella vita del prete.
Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità.
Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre.
Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie.
Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo.
Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà.
Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.
A questo proposito, colpisce, nel Vangelo appena proclamato (Gv 10,1-10), il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: fra lui e coloro che ama, infatti, irrompono estranei, ladri e briganti che scavalcano i limiti, non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v.
10) e soprattutto hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr v.
5).
C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi.
Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale.
Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita.
La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga.
Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura.
A chiamarci è il Signore della vita.
Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro.
Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori.
C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi.
La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo.
È una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio.
Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili.
Le comunità cui sarete inviati sono luoghi in cui il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare.
Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete chi ve lo indicherà.
Sono comunità che aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica.
Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme.
Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione.
Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa.
Significativa, nel Vangelo, è un’immagine con cui, a un certo punto, Gesù inizia a parlare di sé.
Stava descrivendosi come il “pastore”, ma chi lo ascolta sembra non capire.
Allora cambia metafora: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7).
A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà.
Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici.
È spontaneo pensare al Battesimo.
«Io sono la porta», dice Gesù.
Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone.
Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa.
In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3).
Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza.
Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra.
Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù.
Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare.
«Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti.
Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire.
È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro.
Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia.
Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge.
Il Signore sa e attende.
Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza.
Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole.
D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9).
Egli non soffoca la nostra libertà.
Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire.
Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli.
Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”.
Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta.
Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo.
Chi è salvato “esce e trova pascolo”.
Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato.
Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere.
A volte vi sembrerà di non averne le mappe.
Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare.
Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi.
Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3).
Il suo nome è Gesù: “Dio salva”! Di questo siete testimoni.
«Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,6).
Fratelli, sorelle, cari giovani: così sia!
Data: Sat, 25 Apr 2026 11:45:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli Vescovi,
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola.
Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani.
La dimensione religiosa, infatti, «è un elemento costitutivo dell’esperienza umana e non può essere marginalizzato nel processo formativo delle nuove generazioni» (CEI, Nota past.
L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, 11 dicembre 2025).
Sant’Agostino scriveva: «L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [, o Dio].
Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te […].
Che io ti cerchi, Signore, invocandoti, e t’invochi credendoti» (Confessiones, 1.
1).
Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni.
In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno.
Non solo.
L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo.
Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità.
Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa.
Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura.
Alla luce di ciò, vorrei condividere con voi alcune riflessioni che mi stanno a cuore.
Come titolo per il vostro terzo Incontro nazionale avete scelto l’espressione “Il cuore parla al cuore” (Cor ad cor loquitur), ispirandovi al motto di San John Henry Newman, Dottore della Chiesa e co-patrono del mondo educativo.
Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla.
Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano.
In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo.
Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni.
L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi “sente troppo” e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta.
Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità.
Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona.
E soprattutto – Newman insegna – richiede amore.
Carissimi, la verità passa attraverso le persone, e per i vostri studenti tali persone siete anche voi, chiamati a farvi maestri credibili perché innamorati di Dio e di loro, a trasmettere valori, senza protagonismi né moralismi, a offrire sguardi che risollevano e ad essere testimoni di quella coerenza umile e vicina che rende cari e desiderabili anche i contenuti più impegnativi.
I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita.
Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede.
Tutto ciò, naturalmente, senza nulla togliere alla necessità di una solida competenza, animata da passione per lo studio, rigore culturale e preparazione didattica, perché l’insegnamento della religione cattolica richiede anche aggiornamento, progettualità, ricorso a linguaggi adeguati.
La scuola oggi – in Italia, ma non solo – ha davanti a sé sfide drammatiche e al contempo esaltanti.
Per questo la Chiesa, che cammina con voi, vi invia ad essa come «servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza» (Lett.
ap.
Disegnare nuove mappe di speranza, 11.
3).
Vi ringrazio e vi incoraggio a perseverare in questo impegno, mentre vi affido all’intercessione della Vergine Maria e dei Santi e delle Sante educatori.
Vi ricordo nella preghiera e di cuore vi imparto la Benedizione apostolica, che estendo alle vostre famiglie, ai vostri alunni e a tutti i vostri cari.
Grazie!
Data: Sat, 25 Apr 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Illustri Parlamentari,
Signore e Signori,
a tutti voi rivolgo un caloroso benvenuto a questo incontro salutando, in modo particolare, il vostro Chairman Sig.
Manfred Weber e la Sig.
ra Mairead McGuinness, Inviato Speciale dell’Unione Europea responsabile per la promozione della libertà di religione o fede fuori dall’Unione Europea.
Il nostro incontro si svolge sulla scia di quelli avvenuti con i miei predecessori San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, come pure del messaggio che Papa Francesco vi ha inviato nel giugno 2023, non potendovi ricevere personalmente a causa di un ricovero.
Sono perciò lieto di riprendere il filo di questo dialogo con il Partito Popolare Europeo, il quale trae la propria ispirazione politica da personalità come Adenauer, De Gasperi e Schuman, unanimemente ritenuti i Padri fondatori dell’Europa contemporanea.
Come Benedetto XVI vent’anni fa, anch’io «apprezzo il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell'eredità cristiana dell'Europa».
[1] Il progetto europeo, sorto dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna.
I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale.
Papa Francesco ha coniato una bella e semplice espressione che riassume quest’idea: «l’unità è superiore al conflitto», [2] poiché la ricerca dell’unità ha il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e di apprezzare gli altri nella loro dignità più profonda, [3] consentendo così di dare vita a qualcosa di nuovo e costruttivo, mentre il conflitto esalta le divergenze, la ricerca e l’affermazione del potere e porta alla distruzione.
Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari.
In questo senso, essa è la «forma più alta di carità», [4] poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune.
Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia.
Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa.
Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale.
L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa.
Perseguire un ideale vuol dire, richiamando De Gasperi, collocare la persona umana al centro «col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria».
[5]
Questo è l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica ed al quale occorre ricondurre l’attività politica.
Voi vi chiamate Partito Popolare Europeo.
Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso.
Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche.
Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica.
La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno.
Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità.
Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti.
Occorre ricreare un tessuto di “popolo”, un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone.
Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del “trionfo digitale”, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’“analogico”.
È forse questo il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone.
Per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino.
Cosa significa concretamente questo per chi si richiama nella propria azione ai valori cristiano-democratici? Anzitutto riscoprire e fare propria l’eredità cristiana dalla quale provenite, senza tuttavia far venire meno «la necessaria linea di demarcazione fra la testimonianza religiosa di natura profetica – riservata alla comunità ecclesiale – e la testimonianza cristiana operante sul piano delle concrete opzioni politiche».
[6] Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso.
Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica.
Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti.
Parimenti richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale.
Quest’ultima offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli.
Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare «un “corto circuito” dei diritti umani», [7] che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione.
Vi lascio questi brevi spunti, nella speranza che possano costituire una base di riflessione per il vostro impegno e, nel formularvi i migliori auguri per il vostro servizio ai popoli europei, volentieri imparto la Benedizione Apostolica.
Grazie!
____________________________
[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo (30 marzo 2006): AAS 98 (2006), 344.
[2] Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 228: AAS 105 (2013), 1113.
[4] Pio XI, Udienza ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica (18 dicembre 1927).
[5] A.
De Gasperi, La nostra patria Europa.
Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol.
III, 437-440.
[6] Cfr Marialuisa L.
Sergio in: Alcide De Gasperi, Diario 1930-1943, Bologna 2018, 24.
[7] Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026).
Data: Fri, 24 Apr 2026 21:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari amici,
Sono lieto di salutare tutti voi qui riuniti nella DePaul University per celebrare il quindicesimo anniversario della decisione di abolire la pena di morte nello Stato dell’Illinois.
La Chiesa cattolica ha sempre insegnato che ogni vita umana, dal momento del concepimento fino alla morte naturale, è sacra e merita di essere protetta.
Di fatto, il diritto alla vita è il fondamento stesso di ogni altro diritto umano.
Per questo, solo quando una società tutela la sacralità della vita umana può fiorire e prosperare (cfr.
Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026).
A tale riguardo, affermiamo che la dignità della persona non viene perduta nemmeno dopo che sono stati commessi crimini gravissimi.
Inoltre possono essere messi a punto, e sono stati messi a punto, sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai rei la possibilità di redimersi (cfr.
Catechismo della Chiesa Cattolica, n.
2267).
È per questo che Papa Francesco e i miei predecessori recenti hanno ripetutamente ribadito che è possibile tutelare il bene comune e salvaguardare i requisiti della giustizia senza ricorrere alla pena capitale.
Pertanto, la Chiesa insegna che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona” (Ibidem).
Quindi mi unisco a voi nel celebrare la decisione presa nel 2011 dal Governatore dell’Illinois e offro il mio sostegno a coloro che si battono per l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo.
Prego perché i vostri sforzi portino a un maggiore riconoscimento della dignità di ogni persona e ispirino altri a lavorare per la stessa giusta causa.
Con questi sentimenti, invoco cordialmente su tutti voi le divine benedizioni della saggezza, della gioia e della pace.
Grazie.
__________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
95, sabato 25 aprile 2026, p.
4.
Data: Fri, 24 Apr 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
A Sua Beatitudine
POLIS III NONA
Patriarca di Baghdad dei Caldei
Ho ricevuto la pregiata Lettera con la quale Vostra Beatitudine, canonicamente eletta Patriarca di Baghdad dei Caldei il 12 aprile 2026 dal Sinodo dei Vescovi di codesta Chiesa, celebrato a Roma, mi ha chiesto a norma del canone 76 § 2 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, la concessione della Comunione Ecclesiastica.
Al riguardo, è con animo colmo di gioia che Le concedo l’Ecclesiastica Communio, quale espressione e vincolo della piena comunione con la Sede Apostolica, nel comune servizio all’unità nella Chiesa e alla edificazione del Corpo di Cristo.
Mi è gradito elevare fervide preghiere affinché Vostra Beatitudine, quale Padre e Capo di codesta amata Chiesa sui iuris, eserciti con sollecitudine pastorale il ministero affidatoLe, guidando il Popolo di Dio secondo il Cuore di Cristo e confermandolo nella fede, nella speranza e nella carità.
Lo Spirito Santo La sostenga nel compimento della missione ricevuta, perché la Chiesa Caldea, ricca della sua antichissima tradizione apostolica e segnata dalla testimonianza luminosa di numerosi martiri e confessori, continui a rendere fecondo l’annuncio del Vangelo, come fece con mirabile spirito missionario, rafforzando la comunione ecclesiale nel territorio proprio e in quelli della sempre più vasta diaspora.
Nel rivolgere il mio paterno saluto ai Vescovi membri del Sinodo, al clero, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi, ai candidati alla vita consacrata e a tutti i fedeli laici, affido Vostra Beatitudine alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, e alla protezione dei santi Addai e Mari.
L’elezione di Vostra Beatitudine è avvenuta nel giorno in cui la liturgia caldea fa memoria dell’incontro del Risorto con San Tommaso, dal quale trae origine la viva tradizione di codesta Chiesa; l’Apostolo che ha riconosciuto nelle piaghe luminose di Gesù la manifestazione misericordiosa del suo Signore e Dio accompagni il Suo ministero patriarcale nel segno della fede, che tanto coraggio e perseveranza domanda a molti fedeli delle comunità caldee che fronteggiano, da veri credenti, orgoglio della Chiesa, prove spesso alquanto impervie.
A Vostra Beatitudine imparto di cuore la Benedizione Apostolica, pegno di consolazione nel Signore.
Dal Vaticano, 24 aprile 2026
LEONE PP.
XIV
Data: Thu, 23 Apr 2026 15:00:00 +0200 leggi alla fonte
Matteo Bruni
Buongiorno a tutti, buongiorno Santità, grazie per questi giorni di viaggio, grazie per le parole di questi giorni.
È stato un viaggio sicuramente complesso, articolato, ma anche pieno, ricco di tante immagini, parole.
Lei ha parlato oggi dicendo torniamo con un tesoro di fede, di speranza, di carità.
E grazie appunto anche per le parole di questi giorni, quelle che ha rivolto anche a noi, che ci hanno aiutato forse a staccarci dall'attualità più stretta e a guardare un pochino la storia di questi Paesi, di questi popoli, un pochino più in profondità, al futuro anche di questi popoli irrigato, bagnato dal Vangelo, un po' come siamo stati bagnati noi da due giorni di pioggia.
Non abbiamo a bordo un giornalista della Guinea Equatoriale, che è stata l'ultima tappa di questo viaggio.
Forse Le chiedo io se può cominciare magari dicendoci le Sue impressioni di quest'ultima tappa…
Papa
Buongiorno a tutti! Spero che tutti stiate bene, pronti per un altro viaggio, già batterie caricate! Bene.
Quando faccio un viaggio – parlo per me stesso, però oggi come Papa, Vescovo di Roma – è soprattutto un viaggio apostolico, pastorale, per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio.
Molte volte l'interesse è piuttosto politico: che dice il Papa su un tema o un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro? E ci sono tante cose da dire certamente: ho parlato di giustizia e ci sono temi… Ma quella non è la prima parola.
Il viaggio è da interpretare soprattutto come un'espressione della volontà di annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo.
Allora è un modo per avvicinarci al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza.
Lì, sì, è certo che molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità per la sua vita.
È importante parlare anche con i Capi di Stato per incoraggiare forse un cambiamento di mentalità, un’apertura maggiore a pensare al bene del popolo, una possibilità di vedere questioni quali la distribuzione dei beni di un Paese.
Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo trattato un po' di tutto.
Però [la missione] è soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo.
Sono molto contento per tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare e camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione… con l'acqua! Loro contenti nella pioggia l'altro giorno! Ma soprattutto con questo segno di condividere come una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede.
Matteo Bruni
Grazie, Santità, anche per questa chiave di lettura di questo viaggio come dei viaggi [in genere].
Ci sono alcune domande da parte dei giornalisti, la prima è di Ignazio Ingrao del Tg1.
Ignazio Ingrao, RAI Tg1
Grazie, Santità.
Questa è la domanda per i colleghi di lingua italiana.
Anzitutto grazie per la disponibilità a rispondere alle nostre domande, grazie per questo viaggio che è stato così ricco di incontri, di storie e di volti.
Nel Meeting per la pace a Bamenda, in Camerun, Lei ha descritto un mondo al rovescio, dove una manciata, un manipolo di tiranni rischia di distruggere il pianeta.
“La pace - ha detto - non va inventata, va accolta”.
Allora, prendendo spunto da questo, io vorrei chiederLe: i negoziati per fermare il conflitto in Iran sono nel caos con pesanti effetti anche sull'economia, Le chiederei, allora, prima di tutto: Lei auspica un cambio di regime in Iran, visto anche che la società civile e gli studenti sono scesi in piazza nei mesi scorsi? E c'è preoccupazione nel mondo per la corsa all'atomica.
E soprattutto Le chiederei: quale appello Lei rivolge agli Stati Uniti, all'Iran, a Israele per uscire dallo stallo, fermare l'escalation? E la Nato e l'Europa dovrebbero essere maggiormente coinvolte?
Papa
Vorrei cominciare a dire: bisogna promuovere un nuovo atteggiamento, una cultura per la pace.
Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è: bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando.
In quello che abbiamo visto tanti innocenti sono morti.
Ho appena visto una lettera, che forse voi avete visto, di alcune famiglie dei bambini che sono morti quel primo giorno dell'attacco.
Loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, bambini che sono morti.
E dico: [la questione non è] se è il cambio del regime, non è il cambio del regime… La questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti.
La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa.
Le stesse trattative che stanno cercando di fare: un giorno l’Iran dice “sì”, gli Stati Uniti dicono “no”, e viceversa, e non sappiamo dove va.
E si è creata questa situazione caotica, critica per l'economia mondiale.
Ma poi anche c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra.
Se è il cambio di regime sì o no… Non è chiaro qual è il regime in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran.
Piuttosto, vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace: che le parti partecipino, che cerchino, che mettano tutti gli sforzi per promuovere la pace.
[Davanti a] La minaccia della guerra [dico]: che si rispetti il diritto internazionale.
È molto importante che gli innocenti siano protetti, e non è stato così in diversi luoghi.
Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: “Benvenuto Papa Leone!”, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui.
Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questo modo.
Come Chiesa dico di nuovo, come pastore: non posso essere a favore della guerra, e vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione.
Matteo Bruni
Grazie Santità, grazie Ignazio.
La seconda domanda è di Eva Fernández di Cope.
Prego.
Eva Fernández, Radio Cope
Acabamos de pisar un continente en el que muchas de las personas desean, sueñan, viajar a Europa.
Su próximo viaje va a ser a España, donde la cuestión migratoria va a ocupar un lugar importante sobre todo en Canarias.
Santidad sabe que el tema de la migración en España produce gran debate y polarización.
Incluso entre los propios católicos no hay un criterio claro en su posición.
¿Qué podría decirnos a los españoles, en concreto a los católicos respecto a la inmigración? Y me va a permitir, el próximo viaje va a ser a España.
Sabemos que tiene ilusión, intención de viajar a Perú, quizás Argentina y Uruguay, pero también nuestra pregunta es si ¿tiene ganas de saludar a la Virgen de Guadalupe?
[Abbiamo appena visitato un continente in cui molte persone desiderano e sognano di recarsi in Europa.
Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occuperà un posto importante, soprattutto nelle Canarie.
Santità, Lei sa bene che il tema dell’immigrazione in Spagna suscita un ampio dibattito e una forte polarizzazione.
Persino tra gli stessi cattolici non vi è una posizione chiara al riguardo.
Cosa potrebbe dire a noi spagnoli, in particolare ai cattolici, riguardo all'immigrazione? E mi permetta di dirLe: il prossimo viaggio sarà in Spagna, sappiamo che ha il desiderio e l'intenzione di recarsi in Perù, forse in Argentina e in Uruguay, ma la nostra domanda è anche: ha voglia di salutare la Vergine di Guadalupe?]
Papa
El tema de la inmigración es muy complejo y afecta a muchos países, no sólo a España, no sólo a Europa, a Estados Unidos, ¡es un fenómeno mundial! Por eso, mi respuesta empieza con una pregunta: ¿qué hace el Norte del mundo para ayudar al Sur del mundo o a esos países donde los jóvenes hoy no encuentran un futuro y, por eso, viven este sueño de querer ir hacia el Norte? Todos quieren ir hacia el Norte, pero muchas veces el Norte no tiene respuestas sobre cómo ofrecerles posibilidades.
Muchos sufren.
El tema del tráfico de personas, el trafficking, también forma parte de la migración.
Personalmente, creo que un Estado tiene derecho a establecer normas en sus fronteras.
No digo que todos deban entrar sin un orden, creando a veces en los lugares a los que van, situaciones más injustas que las que han dejado atrás.
Pero, dicho esto, me pregunto: ¿qué hacemos en los países más ricos para cambiar la situación en los países más pobres? ¿Por qué no podemos intentar —tanto con ayudas estatales como con inversiones de las grandes empresas ricas, de las multinacionales— cambiar la situación en países como los que hemos visitado en este viaje? África es considerada por mucha gente como un lugar al que se puede ir a extraer minerales, a tomar sus riquezas para la riqueza de otros, en otros países.
Quizá a nivel mundial deberíamos trabajar más para promover una mayor justicia, igualdad y el desarrollo de estos países africanos, para que no tengan la necesidad de emigrar a otros países, a España, etc.
Y el otro punto que me gustaría abordar es que, en cualquier caso, son seres humanos y debemos tratar a los seres humanos de forma humana, no tratarlos muchas veces peor que a los animales.
Hay un gran desafío: un país puede decir que no puede acoger a más personas, pero cuando llegan, son seres humanos y merecen el respeto que le corresponde a todo ser humano por su dignidad.
[Il tema dell’immigrazione è molto complesso e riguarda molti Paesi, non solo la Spagna, non solo l’Europa o gli Stati Uniti: è un fenomeno mondiale! Per questo la mia risposta inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi in cui i giovani oggi non trovano un futuro e, per questo, vivono il sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma spesso il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità.
Molti soffrono.
Il tema della tratta di esseri umani, il trafficking, fa parte anch’esso della migrazione.
Personalmente, credo che uno Stato abbia il diritto di stabilire delle regole alle proprie frontiere.
Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi in cui vanno situazioni più ingiuste di quelle che si sono lasciati alle spalle.
Ma, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo provare — sia con aiuti statali che con investimenti delle grandi aziende ricche, delle multinazionali — a cambiare la situazione in Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?L'Africa è considerata da molti come un luogo dove si può andare a estrarre minerali, a prendere le sue ricchezze per arricchire altri, in altri Paesi.
Forse a livello mondiale dovremmo impegnarci di più per promuovere una maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi africani, affinché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna, e altri.
E l'altro punto che vorrei toccare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli spesso peggio degli animali.
C'è una grande sfida: un Paese può dire che non può accogliere altre persone, ma quando arrivano, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità.
]
¿Y los próximos viajes?
[E i prossimi viaggi?]
Tengo muchas ganas de visitar varios países de América Latina.
De momento no está confirmado, ya veremos.
Esperamos.
[Desidero molto visitare diversi Paesi dell'America Latina.
Per il momento non è confermato, vedremo.
Speriamo.
]
Arthur Herlin, Paris Match
Holy Father, thank you very much, in the name of all my French colleagues, for that amazing trip.
It was wonderful.
Holy Father, during this trip, you met leaders among the most authoritarian in the world, right? How can you prevent your presence from lending moral authority to these regimes? Isn’t it a kind of let’s say, “pope-washing”?
[Santo Padre, grazie di cuore, a nome di tutti i miei colleghi francesi, per questo viaggio straordinario.
È stato meraviglioso.
Santo Padre, durante questo viaggio ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo, vero? Come può evitare che la sua presenza conferisca autorità morale a questi regimi? Non si tratta forse di una sorta, diciamo, di “Pope-washing”?]
Papa
Thank you for the question.
Certainly, the presence of a Pope with any Head of State can be interpreted in different ways.
It can be interpreted and has been interpreted by some as, “Ah, the Pope or the Church is saying it is okay that they live like that.
” And others may say things differently.
I would go back to something I said in my initial remarks about the importance of understanding the primary purpose of the travel that I do, that the Pope does, to visit the people, and of the great value that the system, that the Holy See continues with – at times – great sacrifice, to maintain diplomatic relations with countries throughout the world.
And sometimes we have diplomatic relationships with countries that have authoritarian leaders.
We have the opportunity to speak with them on a diplomatic level, on a formal level.
We do not always make great proclamations: criticizing, judging or condemning.
But there is an awful lot of work that goes on behind the scenes to promote justice, to promote humanitarian causes, to look for– at times – situations where there may be political prisoners, and finding a way for them to be freed.
Situations of hunger, of sickness, etc.
So the Holy See, by maintaining, if you will, a neutrality and looking for ways to continue our positive diplomatic relationship with so many different countries, we are actually trying to find a way to apply the Gospel to concrete situations so that the lives of people can be improved.
People will interpret the rest of it as they will, but I think it is important for us to look for the best way that we can to try and help the people of any given country.
[Grazie per la domanda.
Certamente, la presenza del Papa accanto a un Capo di Stato può essere interpretata in modi diversi.
Alcuni potrebbero interpretarla, e in effetti l’hanno interpretata, come: “Ah, il Papa o la Chiesa stanno dicendo che va bene che vivano così”.
E altri potrebbero dire cose diverse.
Vorrei tornare a una cosa che ho detto nelle mie osservazioni iniziali sull’importanza di comprendere lo scopo primario dei viaggi che compio, che il Papa compie, per visitare il popolo, e sul grande valore del sistema che la Santa Sede continua a perseguire, a volte con grande sacrificio, per mantenere relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo.
E a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari.
Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, a livello formale.
Non facciamo sempre grandi proclami, criticando, giudicando o condannando.
Ma c’è un’enorme quantità di lavoro che si svolge dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli.
Situazioni di fame, di malattia, e così via.
Quindi la Santa Sede, mantenendo, se volete, una neutralità e cercando modi per continuare le nostre relazioni diplomatiche positive con tanti Paesi diversi, sta in realtà cercando di trovare un modo per applicare il Vangelo a situazioni concrete, in modo che la vita delle persone possa essere migliorata.
Ognuno potrà interpretare il resto come meglio crede, ma penso sia importante per noi cercare il modo migliore per aiutare la popolazione di un determinato Paese.
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Verena Stefanie Shälter, Ard Rundfunk
Holy Father, congratulations on your first Papal trip to the Global South.
We saw a lot of enthusiasm and even euphoria; I can imagine that was very moving for you as well.
I would like to know how you assess the decision of Cardinal Reinhard Marx, Archbishop of Munich and Freising, that he gave permission to the blessing of same-sex couples in his diocese, and in light of different cultural and theological perspectives, especially in Africa, how do you intend to preserve the unity of the global Church on that particular matter?
[Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio pontificio nel Sud del mondo.
Abbiamo visto molto entusiasmo e persino euforia; immagino che sia stato molto commovente anche per Lei.
Vorrei sapere come valuta la decisione del Cardinale Reinhard Marx, Arcivescovo di Monaco e Frisinga, di autorizzare la benedizione delle coppie omosessuali nella sua diocesi e, alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, specialmente in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa universale su questa particolare questione?]
Papa
First of all, I think it is very important to understand that the unity or division of the Church should not revolve around sexual matters.
We tend to think that when the Church is talking about morality, that the only issue of morality is sexual.
And in reality, I believe there are much greater, more important issues, such as justice, equality, freedom of men and women, freedom of religion, that would all take priority before that particular issue.
The Holy See has already spoken to the German bishops.
The Holy See has made it clear that we do not agree with the formalized blessing of couples, in this case, homosexual couples, as you asked, or couples in irregular situations, beyond what was specifically, if you will, allowed for by Pope Francis in saying all people receive blessings.
When a priest gives a blessing at the end of Mass, when the Pope gives a blessing at the end of a large celebration like the one we had today, they are blessings for all people.
Francis’ well-known expression “Tutti, tutti, tutti” [everyone, everyone, everyone], is an expression of the Church’s belief that all are welcome; all are invited; all are invited to follow Jesus, and all are invited to look for conversion in their lives.
To go beyond that today, I think that the topic can cause more disunity than unity, and that we should look for ways to build our unity upon Jesus Christ and what Jesus Christ teaches.
So that is how I would respond to that question.
[Innanzitutto, credo sia molto importante comprendere che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno alle questioni sessuali.
Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di moralità, l’unico tema morale sia quello sessuale.
In realtà, credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà di religione, che avrebbero tutte la priorità rispetto a quella specifica questione.
La Santa Sede ha già parlato con i Vescovi tedeschi.
La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso delle coppie omosessuali, come Lei ha chiesto, o delle coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto fosse specificamente, se così si può dire, consentito da Papa Francesco nell’affermare che tutte le persone ricevono la benedizione.
Quando un sacerdote impartisce la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, si tratta di benedizioni per tutte le persone.
La ben nota espressione di Francesco “Tutti, tutti, tutti” è un’espressione della convinzione della Chiesa che tutti sono benvenuti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita.
Andando oltre l’oggi, penso che l’argomento possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna.
Ecco come risponderei a questa domanda.
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Anneliese Taggart, Newsmax TV
Holy Father, thank you very much.
You have spoken on this trip about how people hunger and thirst for justice.
It was just reported this morning that Iran has executed yet another one of the members of the opposition, and this comes as it has been said that the regime has also publicly hanged multiple other people, as well as murdered thousands of its own people.
Do you condemn these actions, and do you have any message to the Iranian regime?
[Santo Padre, grazie mille.
Durante questo viaggio ha parlato di quanto le persone abbiano fame e sete di giustizia.
Proprio questa mattina è stato riferito che l’Iran ha giustiziato un altro membro dell’opposizione, e ciò avviene mentre si dice che il regime abbia anche impiccato pubblicamente molte altre persone, oltre ad aver ucciso migliaia dei propri cittadini.
Condanna queste azioni e ha qualche messaggio da rivolgere al regime iraniano?]
Papa
I condemn all actions that are unjust.
I condemn the taking of people’s lives.
I condemn capital punishment.
I believe that human life is to be respected and that all people – from conception to natural death – their lives should be respected and protected.
So when a regime, when a country, takes decisions which takes away the lives of other people unjustly, then obviously that is something that should be condemned.
[Condanno ogni azione ingiusta.
Condanno l'uccisione di altre persone.
Condanno la pena capitale.
Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di ogni persona – dal concepimento alla morte naturale – debba essere rispettata e protetta.
Pertanto, quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è ovvio che ciò debba essere condannato.
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Data: Thu, 23 Apr 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia.
Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte.
Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo.
Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza.
Partecipando al cammino di un viandante, che da Gerusalemme torna proprio in Africa, il diacono Filippo gli domanda: «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30).
Quel pellegrino, un eunuco della regina d’Etiopia, gli risponde subito con umile sagacia: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (v.
31).
La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità.
Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo.
Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri.
Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero.
Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco.
Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina.
Proprio mentre sta tornando nella sua patria, l’Africa, diventata per lui luogo di servitù, l’annuncio del Vangelo lo libera.
La parola di Dio, che ha tra le mani, porta un frutto sorprendente nella sua vita: quando incontra Filippo, testimone del Cristo crocifisso e risorto, l’eunuco diventa non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto che lo coinvolge, perché riguarda proprio lui.
Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità.
È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio.
Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi.
Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede.
Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!
Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio.
Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita.
Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico.
Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra.
Come chiede l’eunuco, anche noi possiamo capire la parola di Dio grazie a una guida che ci accompagna nel cammino di fede, come è stato il diacono Filippo, il quale «prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù» (v.
35).
Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia (cf.
Is 53,7-8), è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte.
Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo.
Come Cristo afferma, infatti, «solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46).
Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare.
Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita.
Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre.
A coloro che lo ascoltano, Gesù ricorda un segno di questa costante provvidenza: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto» (v.
49).
Si riferisce così all’esperienza dell’esodo: un cammino di liberazione dalla schiavitù, che è però diventato un vagabondare estenuante, lungo quarant’anni, perché il popolo non ha creduto alla promessa del Signore, rimpiangendo addirittura l’Egitto (cfr Es 16,3).
Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza.
La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare.
A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo.
Se quanti mangiarono la manna «sono morti» (Gv 6,49), chi mangia questo pane vive in eterno (cfr v.
51), perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi.
Attraverso l’esodo definitivo che è la Pasqua di Gesù, ogni popolo viene liberato dalla schiavitù del male.
Mentre celebriamo quest’evento di salvezza, il Signore ci chiama a una scelta decisiva: «Chi crede ha la vita eterna» (v.
47).
In Gesù ci è donata una possibilità sorprendente: Dio dà sé stesso per noi.
Mi fido che il suo amore è più forte della mia morte? Decidendo di credergli, ciascuno di noi sceglie tra una disperazione certa e una speranza che Dio rende possibile.
Allora la nostra fame di vita e di giustizia trova ristoro nella parola di Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v.
51).
Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre.
Proprio ora, carissimi, mentre celebriamo questo Sacramento di salvezza, possiamo esclamare con gioia: «Cristo per noi è tutto!» In Lui troviamo pienezza di vita e di senso: «Se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce» (S.
Ambrogio, De virginitate, 16, 99).
Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso.
Perciò oggi ciascuno di noi può dire: «Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia» (Sal 66,20).
Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo.
Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza.
Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!
Come insegnava Papa Francesco, davvero «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 1).
Al contempo, quando condividiamo questa gioia avvertiamo ancor meglio il rischio di una «tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore» (ivi, 2).
Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.
Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù.
Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo.
Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!
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Ringraziamento finale al termine della Messa
Cari fratelli e sorelle,
è giunto il momento di congedarmi da voi, dalla Guinea Equatoriale e anche dall’Africa, al termine del viaggio apostolico che Dio mi ha concesso di compiere in questi dieci giorni.
Ringrazio l’Arcivescovo e gli altri Vescovi, Mons.
Juan, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio in cammino in questa terra.
Cristo è la luce della Guinea Equatoriale e voi siete sale della terra e luce del mondo.
La mia riconoscenza va alle Autorità civili del Paese e a quanti, in diversi modi, hanno contribuito alla buona riuscita della mia visita.
Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: è un tesoro grande, fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro.
Come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano.
Lo ottenga l’intercessione della Vergine Maria, alla quale affido di cuore tutti voi, le vostre famiglie, le vostre comunità, la vostra Nazione e tutti i popoli africani.
Data: Wed, 22 Apr 2026 18:10:00 +0200 leggi alla fonte
Cari giovani, care famiglie, la pace sia con voi!
Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi!
Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto.
Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede.
Sua Eccellenza ha descritto la Guinea Equatoriale come un Paese “giovane, pieno di energia, di domande, di voglia di vivere”, e al tempo stesso desideroso di fare di Cristo la propria luce.
È un richiamo al motto di questo viaggio – Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza – Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita.
Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni.
Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.
Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani – un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale – che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa.
È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra.
Il futuro è vostro!
Li richiamava San Giovanni Paolo II quando, al suo arrivo in questo Paese, nell’incontrare una Chiesa così viva e dinamica, diceva ai fedeli, presenti ad accoglierlo: «Date sempre esempio di concordia fra di voi, di amore vicendevole, di capacità di riconciliazione, di rispetto effettivo dei diritti di ogni cittadino, di ogni famiglia, di ogni gruppo sociale.
Rispettate e promovete la dignità di tutte le persone nel vostro paese, come esseri umani e come figli di Dio» (Discorso all’arrivo in Guinea Equatoriale, Malabo, 18 febbraio 1982).
Sono parole che ancora oggi guidano i nostri cuori e devono illuminare il vostro cammino, mentre vi preparate alle responsabilità che vi attendono per il futuro.
Alicia, in proposito, ci ha parlato dell’importanza di essere fedeli ai propri doveri e di contribuire, con il lavoro quotidiano, al bene della famiglia e della società.
Ha condiviso con noi il suo sogno di una terra “in cui i giovani, uomini e donne, non cerchino il successo facile, ma scelgano la cultura dello sforzo, della disciplina, del lavoro ben fatto e che questo sia valorizzato”.
Ha detto che essere cristiana significa, oltre che partecipare alla celebrazione eucaristica, anche lavorare con dignità e trattare tutti con rispetto, richiamando anche la sfida del suo essere donna nel mondo del lavoro.
Questo ci invita a riflettere sull’importanza dell’impegno fecondo e sulla necessità di promuovere sempre la dignità di ogni essere umano.
Lo stesso ha testimoniato Francisco Martin, riferendosi alla chiamata al Sacerdozio.
Ha spalancato davanti a noi una finestra sulla realtà bellissima di tanti giovani che si donano totalmente a Dio per la salvezza dei fratelli.
Non ha nascosto di aver faticato a trovare il coraggio di dire il suo “sì”, il suo fiat, “sì” Signore, ma nelle sue parole tutti abbiamo capito che affidarsi alla volontà di Dio dà gioia e profonda serenità.
Una vita donata a Dio è una vita felice, che si rinnova ogni giorno nella preghiera, nei Sacramenti e nell’incontro con i fratelli e le sorelle che il Signore mette sulla nostra strada.
Nella comunione dei cuori e nell’agire premuroso verso chi ha bisogno, si rinnovano i miracoli della carità.
Perciò, se sentite che Cristo vi chiama alla sua sequela in una via di speciale consacrazione – come sacerdoti, religiose, religiosi, catechisti – non temete di mettervi sulle sue orme: come Lui stesso ha assicurato – e anch’io con forza voglio dirvi qui oggi – riceverete «cento volte tanto e […] la vita eterna» (Mt 19,29).
Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie.
Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici.
Perciò, voglio invitare tutti a ringraziare insieme il Signore per il dono dei vostri cari e, come ci hanno detto Purificación e Jaime Antonio, ad affidarvi a Lui perché le vostre famiglie possano crescere nell’unione, accogliere la vita come dono da custodire ed educare all’incontro con il Signore, il Signore che è Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6).
Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.
Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli.
Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro.
Ringrazio tanto Victor Antonio per la sincerità e il coraggio con cui ha condiviso con noi la sua storia.
Le sue parole ci aiutano a comprendere ancora più profondamente il valore di ciò che abbiamo detto.
Esse cadono come macigno in mezzo a noi, ma non per distruggere.
Sono piuttosto parole che devono incoraggiarci a costruire un mondo migliore, fondato sul rispetto per la vita che nasce e che cresce, e sul senso di responsabilità verso i bambini e i piccoli.
Victor Antonio ci ha ricordato che accogliere la vita richiede amore, impegno e cura, e queste parole sulle sue labbra di adolescente, devono farci pensare seriamente a quanto è importante tutelare e custodire la famiglia e i valori che in essa si apprendono.
Coltiviamoli, viviamoli e testimoniamoli anche quando farlo costa sacrificio, o quando, come dicevano Jaime Antonio e Purificación, giudizi, pregiudizi e stereotipi tentano di sminuirne il valore.
Una famiglia che sa accogliere ed amare è luce, è calore.
Papa Francesco ci ha lasciato parole bellissime su questo, ci ha detto: «La coppia del padre e della madre con tutta la loro storia d’amore […], la coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente […], capace di manifestare il Dio creatore e salvatore» (Esort.
ap.
Amoris laetitia, 9.
11).
Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso.
La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato (cfr Francesco, Messaggio in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 14 ottobre 2022).
Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza.
Data: Wed, 22 Apr 2026 16:50:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli, care sorelle!
In alcuni posti dicono che la pioggia è segno della benedizione di Dio! Chiediamo che sia così! E viviamo questo momento anche come segno della vicinanza di Dio, Dio che mai ci abbandona.
Ho ascoltato con attenzione le vostre parole.
Grazie per la chiarezza e per averci mostrato che, anche nelle difficoltà, la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute.
Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore.
Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola.
Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito.
In questo mio viaggio, sto sperimentando che la Guinea Equatoriale è una terra ricca di culture, lingue e tradizioni.
Le vostre famiglie, le vostre comunità e la vostra fede sono una grande forza per questa Nazione.
Anche voi fate parte di questo Paese.
L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona.
Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male.
Non c’è giustizia senza riconciliazione.
È un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia.
Voglio parlarvi, infatti, soprattutto di speranza e di cambiamento.
Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo – come è stato detto – può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale.
Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità.
La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova.
Fratelli e sorelle, non siete soli.
Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi.
E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco.
Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede.
Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri.
Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano.
Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.
Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare.
Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare.
Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro.
Ogni giorno può essere un nuovo inizio.
Affidiamo questo cammino alla Vergine Maria, Madre di Misericordia.
Che ella accompagni le vostre vite, consoli i vostri cuori e protegga le vostre famiglie.
Oggi voglio assicurarvi la mia vicinanza e la mia preghiera per voi e per tutto il popolo della Guinea Equatoriale.
E ricordate sempre: una persona che si rialza dopo essere caduta è più forte di prima.
Che il Signore vi conceda pace, speranza e forza per ricominciare.
Fratelli e sorelle, sotto questa pioggia, che è benedizione di Dio, preghiamo insieme la preghiera che Cristo ci ha insegnato, dicendo: Padre nostro…
[Benedizione]
Data: Wed, 22 Apr 2026 10:30:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto e benedizione prima della Santa Messa a Mongomo
Parole del Santo Padre per accompagnare il dono del calice prima della benedizione finale
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Saluto e benedizione prima della Santa Messa a Mongomo
Buongiorno! Un caloroso saluto a tutti voi! Vi ringrazio per la vostra presenza: è bello ritrovarci tutti uniti per lodare il Signore, rendere grazie per i suoi doni, ricevere la sua benedizione!
È un giorno benedetto dal Signore.
Ora, in questo momento, alla presenza di tutti voi, vogliamo chiedere la benedizione su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie: lo faremo durante la celebrazione della Santa Messa.
Ma in questo momento vogliamo chiedere la benedizione del Signore su questa prima pietra, portata qui, che sarà utilizzata per iniziare la costruzione della futura cattedrale o chiesa della Città della Pace.
Vogliamo rinnovare la nostra fede, vogliamo rinnovare il nostro impegno a seguire Gesù Cristo, con fedeltà, nella sua Chiesa, nella Chiesa Cattolica, stare tutti uniti sempre nella Chiesa Cattolica!
Ed ora chiediamo la benedizione del Signore.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen,
Effondi, Signore, la tua benedizione su tutto il tuo popolo, oggi in modo particolare su questa pietra che rappresenta la forza della fede, la forza che ci unisce, la forza che fa di noi fratelli e sorelle in Gesù Cristo, figli e figlie dell’unico Dio.
Che Dio vi benedica in questo giorno, che benedica questa pietra, che ci aiuti a rimanere sempre uniti nell’amore del Signore, Colui che ci ha creati, Colui che ci ha resi suoi figli, Colui che ci accompagna sempre.
E la benedizione di Dio Onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su questa pietra e su tutti voi per sempre.
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Carissimi fratelli e sorelle,
In questa splendida basilica Cattedrale, dedicata all’Immacolata Concezione, Madre del Verbo incarnato e Patrona del Guinea Equatoriale, siamo riuniti per ascoltare la Parola del Signore e celebrare il Memoriale che Egli ci ha lasciato come culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa.
L’Eucaristia racchiude davvero tutto il bene spirituale della Chiesa: è Cristo nostra Pasqua che si dona a noi, è il Pane vivo che ci sazia, è la presenza che ci rivela l’amore infinito di Dio per tutta la famiglia umana e il suo venire incontro a ogni donna e ogni uomo anche oggi.
Sono contento di poter celebrare insieme a voi, ringraziando il Signore per i 170 anni di evangelizzazione in queste terre della Guinea Equatoriale.
Si tratta di un’occasione propizia per fare memoria di tutto il bene che il Signore ha operato e, allo stesso tempo, desidero esprimere la mia gratitudine ai tanti missionari, missionarie, sacerdoti diocesani, catechisti e fedeli laici che hanno speso la loro vita al servizio del Vangelo.
Essi hanno accolto le attese, le domande e le ferite del vostro popolo, illuminandole con la Parola del Signore e diventando segno dell’amore di Dio in mezzo a voi; con la loro testimonianza di vita, hanno collaborato all’avvento del Regno di Dio, senza temere di soffrire per la loro fedeltà a Cristo.
È una storia che non potete dimenticare, che da una parte vi lega alla Chiesa apostolica e universale che vi precede e, dall’altra, vi ha accompagnati nel diventare voi stessi i protagonisti dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza di fede, adempiendo quelle parole profetiche pronunciate in terra africana dal Papa San Paolo VI: «Africani, voi siete, d’ora in poi, i vostri stessi missionari.
La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta» (Omelia a conclusione del Simposio dei Vescovi in Africa, Kampala, Uganda, 31 luglio 1969).
In questa prospettiva, siete chiamati a continuare oggi sulla strada tracciata dai missionari, dai pastori e dai laici che vi hanno preceduto.
A tutti e a ciascuno è richiesto un impegno personale che coinvolge la vita totalmente, perché la fede, celebrata in modo così festoso nelle vostre comunità e nelle vostre liturgie, nutra le vostre attività caritative e la responsabilità nei confronti del prossimo, per la promozione del bene di tutti.
Questo impegno richiede perseveranza, costa fatica, talvolta sacrificio, ma è il segno che siamo davvero la Chiesa di Cristo.
La prima Lettura che abbiamo ascoltato, infatti, ci narra in pochi versetti come una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo sia anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata (cfr At 8,1-8).
D’altra parte, però, il Libro degli Atti degli Apostoli ci dice che, mentre i cristiani sono costretti a scappare e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore e possono vedere con i loro occhi che i malati nel corpo e nello spirito vengono guariti: sono i segni prodigiosi della presenza di Dio, che generano grande gioia in tutta la città (cfr vv.
6-8).
Così, fratelli e sorelle, anche se non sempre le situazioni personali, familiari e sociali che viviamo sono favorevoli, possiamo confidare nell’opera del Signore, che fa germogliare il seme buono del suo Regno per vie a noi sconosciute, anche quando sembra che tutto attorno a noi sia arido, e perfino nei momenti di oscurità.
Con questa fiducia, radicata più nella forza del suo amore che nei nostri meriti, siamo chiamati a restare fedeli al Vangelo, ad annunciarlo, a viverlo in pienezza e a testimoniarlo con gioia.
Dio non ci farà mancare i segni della sua presenza e, ancora una volta, come ci ha detto Gesù nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, sarà per noi “pane della vita”, che sazierà la nostra fame (cfr Gv 6,35).
Qual è la fame che sentiamo? E di cosa ha fame oggi questo Paese? Il motto per la mia visita è «Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza», e forse proprio questa oggi è la fame più grande: c’è fame di futuro, ma di un futuro che sia abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa portare frutti di pace e di fraternità.
E non si tratta di un futuro ignoto, che dobbiamo attendere in modo passivo, ma di un avvenire che proprio noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire.
Il futuro della Guinea passa attraverso le vostre scelte; è affidato al vostro senso di responsabilità e all’impegno condiviso per custodire la vita e la dignità di ogni persona.
È necessario, perciò, che tutti i battezzati si sentano coinvolti nell’opera di evangelizzazione, diventino apostoli di carità e testimoni di una nuova umanità.
Si tratta di prendere parte, con la luce e la forza del Vangelo, allo sviluppo integrale di questa terra, al suo rinnovamento, alla sua trasformazione.
Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti.
Che il Signore vi aiuti a diventare sempre più una società in cui ciascuno, secondo le diverse responsabilità, opera al servizio del bene comune e non degli interessi particolari, superando le disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati.
Crescano spazi di libertà, sia sempre salvaguardata la dignità della persona umana: penso ai più poveri, alle famiglie in difficoltà; penso ai carcerati, spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti.
Fratelli e sorelle, c’è bisogno di cristiani che prendano in mano il destino della Guinea Equatoriale.
Per questo vorrei incoraggiarvi: non abbiate paura di annunciare e testimoniare il Vangelo! Siate voi i costruttori di un futuro di speranza, di pace e di riconciliazione, continuando l’opera che i missionari hanno iniziato 170 anni fa.
Vi accompagni in questo cammino la Vergine Maria Immacolata.
Ella interceda per voi e vi renda generosi e gioiosi discepoli di Cristo.
________________________
Parole del Santo Padre per accompagnare il dono del calice prima della benedizione finale
E desideriamo inoltre lasciare in dono a questa Comunità, a questa Chiesa, il calice che abbiamo utilizzato per celebrare l’Eucaristia su questo altare.
Che possiamo essere sempre uniti in comunione con Cristo.
Data: Tue, 21 Apr 2026 17:15:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Direttore Generale,
distinte Autorità,
carissimi fratelli e sorelle!
Vi ringrazio di cuore per questa accoglienza, per la vostra ospitalità, per i canti, le danze.
Grazie!
Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita.
Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo.
Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana.
Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità.
Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso.
Il Direttore ha detto: “Una società veramente gande non è quella che nasconde le sue debolezze, ma quella che le circonda di amore”.
Sì, è così.
Questo è un principio di civiltà che ha radici cristiane, perché è Cristo che nella storia dell’umanità ha riscattato la disabilità dalla maledizione e l’ha restituita a piena dignità.
Ma il Salvatore non vuole e non può salvarci senza la nostra collaborazione, sia sul piano personale che su quello sociale: perciò ci chiede di amare i nostri fratelli e le nostre sorelle non a parole ma nei fatti.
Una casa di cura come questa, con l’aiuto di Dio e con l’impegno di tutti, può diventare un segno della civiltà dell’amore.
Il Signor Pedro Celestino ha voluto concludere con un’espressione toccante: “Grazie di amarci così come siamo”.
Perciò dico: Grazie a Lei, per la Sua testimonianza! Grazie a tutti voi per essere qui a dare testimonianza, segno che qui in questo luogo c’è amore autentico.
Dio ci ama come siamo.
Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo.
Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale.
A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale – mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato.
Infine, grazie al Signor Tarcisio per la sua poesia! Vorrei dire che in un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante “poesie” nascoste, forse non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi.
È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo.
Carissimi, vi prego di esprimere la mia vicinanza a tutti i malati dell’ospedale, specialmente a quelli più gravi e più soli.
A ciascuno, pazienti, operatori sanitari e personale, imparto di cuore la mia benedizione, affidandovi alla protezione di Maria, Salute dei malati.
Tante grazie!
Data: Tue, 21 Apr 2026 16:00:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Rettore,
illustri Autorità,
Signore e Signori!
Esprimo la mia gratitudine per l’invito a questo evento, con il quale viene inaugurato un nuovo campus dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale.
Ringrazio inoltre per il gesto cortese di aver intitolato questa sede al mio nome, consapevole che un tale onore va oltre la persona e rimanda piuttosto ai valori che insieme desideriamo trasmettere.
L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio.
Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune.
Pertanto, questo momento riveste un significato che va ben oltre i confini materiali del luogo e degli edifici.
Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso.
Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente.
Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria.
Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo.
Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa.
Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità.
Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire.
La storia dell’uomo può essere letta anche attraverso la simbologia di alcuni alberi biblici.
Nel giardino del Libro della Genesi, accanto all’albero della vita, si erge anche l’albero della conoscenza del bene e del male (cfr Gen 2,9), i cui frutti Dio comanda all’uomo e alla donna di non mangiare.
Va sottolineato che non si tratta di una condanna della conoscenza in quanto tale, come se la fede temesse l’intelligenza o guardasse con sospetto al desiderio di sapere.
L’essere umano ha ricevuto la capacità di conoscere, di nominare, di discernere, di meravigliarsi davanti al mondo e di interrogarsi sul suo senso (cfr Gen 2,19).
Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere.
Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani.
Tuttavia, la storia biblica non si esaurisce davanti a quell’albero.
La tradizione cristiana contempla un altro albero, quello della Croce, non come negazione dell’intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione (cfr Col 2,2-3).
Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine.
Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità.
Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma.
Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà.
La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia.
La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente.
In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario.
Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero.
Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende.
Non basta, infatti, che un albero dia frutto: conta anche la qualità di quel frutto, perché dai frutti si riconosce l’albero (cfr Mt 7,20).
Allo stesso modo, un’università si misura dalla qualità degli studenti che offre alla vita della comunità, più che dal numero dei laureati o dall’estensione delle sue infrastrutture.
Questo è il sincero desiderio che la Chiesa cattolica esprime nel suo impegno plurisecolare nell’ambito dell’educazione: che i professionisti siano validi grazie alla conoscenza e alla tecnica; frutti maturi per un’autentica fecondità, capaci di andare al di là della mera apparenza del successo.
Cari fratelli e sorelle, qui, negli spazi di questa sede, la ceiba della Guinea Equatoriale è chiamata a dare frutti di progresso solidale, di una conoscenza che nobiliti e sviluppi l’essere umano in modo integrale.
È chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio.
Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana.
Con questi sentimenti, invoco su tutti voi — sulle autorità, sui docenti, sugli studenti, sul personale di questa Università e sulle vostre famiglie — l’abbondanza delle benedizioni di Dio Onnipotente che, in Gesù Cristo, Verità incarnata, ha manifestato all’uomo la verità su se stesso e sulla sua altissima dignità (cfr Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
past.
Gaudium et spes, 22).
E affido tutti alla materna protezione di Maria Santissima, Sede della Sapienza, affinché questi frutti, oltre ad essere abbondanti, siano anche molto buoni.
Grazie mille!
Data: Tue, 21 Apr 2026 13:00:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Vi saluto cordialmente, grato per la vostra accoglienza e per le parole che mi sono state rivolte.
Sono felice di essere qui a visitare l’amato popolo della Guinea Equatoriale.
Visitando il Paese, il Santo Papa Giovanni Paolo II definì, Signor Presidente, la Sua persona come «il centro simbolico al quale convergono le vive aspirazioni di un popolo per l’instaurazione di un clima sociale di autentica libertà, di giustizia, di rispetto e promozione dei diritti di ciascuna persona o gruppo, e di migliori condizioni di vita, che permettano a tutti di realizzarsi come uomini e come figli di Dio» (S.
Giovanni Paolo II, Discorso al Presidente della Guinea Equatoriale, Malabo).
Sono parole che rimangono attuali e che interrogano chiunque sia investito di responsabilità pubbliche.
D’altra parte, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost.
past.
Gaudium et spes, 1).
Queste espressioni della Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II esprimono al meglio le ragioni e i sentimenti che mi conducono a voi, per confermare nella fede e consolare il popolo di questo Paese in rapida trasformazione.
Come nel cuore di Dio, infatti, così nel cuore della Chiesa risuona l’eco di quanto avviene quaggiù, fra milioni di uomini e donne per i quali il nostro Signore Gesù Cristo ha dato la vita.
Voi sapete che Sant’Agostino leggeva gli avvenimenti e la storia secondo il modello di due città: quella di Dio, eterna, caratterizzata dal suo amore incondizionato (amor Dei), unito all’amore del prossimo, specialmente dei poveri; e quella terrena, luogo di dimora provvisorio, in cui l’uomo e la donna vivono fino alla morte.
In questa prospettiva, le due città esistono assieme fino alla fine dei tempi (cfr De civitate Dei, 19,14) e ogni essere umano nelle sue decisioni manifesta, giorno per giorno, a quale di esse vuole appartenere.
So che avete intrapreso l’imponente progetto di costruire una città, che da pochi mesi è la nuova capitale del vostro Paese.
Avete voluto chiamarla con un nome in cui sembra risuonare quello della Gerusalemme biblica, Ciudad de la Paz.
Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire! Come ho avuto modo di ricordare al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per il grande padre Agostino la città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e di gloria mondani che portano alla distruzione.
Diversamente, Agostino ritiene che i cristiani siano chiamati da Dio ad abitare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria.
È la città verso cui Abramo «partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.
Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,8-10).
Ogni essere umano può apprezzare l’antichissima consapevolezza di vivere sulla terra come di passaggio.
È fondamentale che avverta la differenza fra ciò che dura e ciò che passa, conservandosi libero dall’ingiusta ricchezza e dall’illusione del dominio.
In particolare, «il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile.
La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026).
Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le “cose nuove” che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia.
Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l’annuncio del Vangelo, l’offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell’autonomia dei popoli e dei loro governi.
L’obiettivo della Dottrina sociale è educare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande.
In particolare, davanti a noi si stagliano questioni che scuotono le fondamenta dell’esperienza umana.
Come ho avuto modo di sottolineare, paragonando i nostri tempi a quelli in cui Papa Leone XIII promulgò la Rerum novarum, oggi «l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale.
Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico.
[…] Quando parliamo di esclusione, ci troviamo anche di fronte a un paradosso.
La mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie che si diffondono ovunque attraverso i mercati globalizzati.
I telefoni cellulari, i social network e persino l’intelligenza artificiale sono alla portata di milioni di persone, compresi i poveri» (Discorso ai Movimenti popolari, 23 ottobre 2025).
Di conseguenza, è compito inderogabile delle Autorità civili e della buona politica rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, del quale la destinazione universale dei beni e la solidarietà sono principi fondamentali.
Non si può nascondere, ad esempio, che la rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica.
In proposito, faccio mio l’appello di Papa Francesco, che proprio un anno fa lasciava questo mondo: «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità.
Questa economia uccide» (Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 53).
È infatti ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa, che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli.
Le stesse nuove tecnologie appaiono concepite e utilizzate primariamente a scopi bellici e in cornici di significato che non lasciano intendere una crescita di opportunità per tutti.
Al contrario, senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso.
Dio non vuole questo.
Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte.
Il vostro Paese non esiti a verificare le proprie traiettorie di sviluppo e le positive opportunità di collocarsi sulla scena internazionale a servizio del diritto e della giustizia.
Il vostro è un Paese giovane! Sono certo, dunque, che nella Chiesa troverete aiuto per la formazione di coscienze libere e responsabili, con cui andare insieme verso il futuro.
In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia.
Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune.
Urge il coraggio di visioni nuove e di un patto educativo che dia ai giovani spazio e fiducia.
La città di Dio, città della pace, va accolta infatti come un dono che viene dall’alto e a cui volgere il desiderio e ogni nostra risorsa.
È una promessa e un compito.
I suoi abitanti «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2,4) e, asciugata ogni lacrima, parteciperanno al banchetto non più riservato a un’élite, perché grasse vivande, vini eccellenti, cibi succulenti (cfr Is 25,6) saranno condivisi fra tutti.
Signor Presidente, Signore e Signori, camminiamo insieme, con saggezza e speranza, verso la Città di Dio, che è città della pace.
Grazie!
Data: Tue, 21 Apr 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Matteo Bruni
Buongiorno a tutti.
Anche quest’altro passaggio si è concluso e buongiorno Santità, do a Lei la parola, così magari se vuole dirci due parole.
Papa Leone XIV
Buongiorno a tutti! Adesso, avendo fatto questa parte del viaggio in Angola, innanzitutto vorrei ricordare in questo primo anniversario della sua morte il Papa Francesco che ha lasciato, donato tanto alla Chiesa con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti: tante volte quello che ha fatto, vivendo veramente la vicinanza ai più poveri, a quelli più piccoli, ai malati, ai bambini, agli anziani.
Ha lasciato tanto nella Chiesa con la sua testimonianza e la sua parola.
Possiamo ricordare tante cose, per esempio la fratellanza universale, cercando di promuovere un autentico rispetto per tutti gli uomini e tutte le donne, promuovendo questo spirito di fraternità, di essere fratelli e sorelle tutti, di cercare come vivere il messaggio che troviamo nel Vangelo però riconoscendo questo spirito di fratellanza fra tutti.
Possiamo ricordare anche il messaggio della misericordia, da quella prima volta nell’Angelus, o anche nella Santa Messa che lui ha celebrato ancora prima dell’inaugurazione del pontificato, il 17 marzo 2013, quando ha predicato sulla donna trovata in adulterio e come ha parlato dal cuore della misericordia di Dio, come ha parlato dal cuore di questo grande amore, di perdono, generosa espressione di misericordia del Signore.
E ha voluto condividere questo spirito con tutta la Chiesa, dando anche quella bellissima celebrazione di un Giubileo straordinario della Misericordia.
Preghiamo che lui già stia godendo della misericordia del Signore e ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto il mondo.
Bene.
Poi, penso che sull’Angola c’è forse qualche domanda… Però siamo veramente contenti! Ah, non voglio dimenticare, penso che ci sono due o tre che oggi hanno il compleanno, auguri anche a loro! Chi sono? [Bruni risponde].
Tanti auguri!
Matteo Bruni
Qui ci sono davanti a Lei alcuni giornalisti angolani, la prima a fare la domanda sarà Adelina, della Televisione angolana.
Prima Domanda
Buongiorno Santità! Come può la Chiesa aiutare lo Stato angolano a migliorare l’educazione e la salute? Che Chiesa ha trovato in Angola, sapendo che la Chiesa angolana è molto fertile in termini di vocazioni, di madri e di padri [suore e sacerdoti]?
Papa Leone XIV
Bene.
Certamente, riguardo a come la Chiesa può aiutare lo Stato, entriamo in una questione… Lavoriamo tutti insieme per il bene di tutto il popolo, ma da punti diversi.
Comunque, posso dirvi che una delle questioni di cui ho conversato con il Presidente è precisamente questa della salute e dell’educazione: come possiamo anche lavorare insieme, dove è possibile, per migliorare i servizi che lo Stato, nel caso dell’Angola, offre soprattutto al popolo: la costruzione di nuovi ospedali, nuove strutture.
Un impegno forte per il bene del popolo.
Questo è veramente importante.
Credo che la Chiesa abbia la responsabilità, con la testimonianza, con la parola e anche con una predicazione, un annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e aiutare in questo senso a promuovere i diritti universali.
Matteo Bruni
Grazie, Santità! Grazie, Adelina Domingos.
L’altra domanda è da parte dell’Agenzia di stampa angolana, Mauro Romeo.
Seconda Domanda
Buongiorno Santità! L’Angola ha perso molto di recente il suo Cardinale e il popolo angolano è in ansiosa attesa di un altro.
Quando sarà, Santo Padre?
Papa Leone XIV
Questa è la domanda che molti vogliono fare! Non è deciso ancora quando ci sarà la creazione di nuovi Cardinali.
Bisogna vedere un po’ la questione a un livello globale.
Speriamo che per l’Africa e anche magari per l’Angola nel futuro, non dico prossimo, un po’ più lontano, però si potrà considerare la nomina, la creazione di un nuovo Cardinale anche per l’Angola.
Grazie.
Matteo Bruni
Grazie Santità! L’ultima domanda è da parte di Cornelio Bento della Radio cattolica angolana.
Terza Domanda
Buongiorno Santità! La Chiesa in Angola è cresciuta molto per numero di fedeli.
Si sente sempre più che le diocesi sono sempre più piccole [insufficienti] per assisterli.
Ci sarà la creazione di nuove diocesi per l’Angola o i Vescovi angolani ancora non gliel’hanno chiesto, Santità?
Papa Leone XIV
Bene, è sempre una gioia vedere i luoghi nel mondo dove la Chiesa sta crescendo.
E sappiamo tutti che ci sono altri luoghi del mondo dove succede il contrario.
Quindi c’è qui una chiamata all’evangelizzazione, a continuare ad annunciare il Vangelo e cercare di invitare altri, non nel proselitismo, come diceva tante volte il Papa Francesco, ma per la bellezza, l’attrazione della fede.
La gioia dei credenti è uno dei migliori annunci della fede, del Vangelo.
E quindi è vero che in Angola la Chiesa sta crescendo.
Con il lavoro dei Vescovi stessi, che possono fare la proposta, con la collaborazione del Nunzio Apostolico, possiamo vedere concretamente dove sarebbe importante creare nuove diocesi per il bene del popolo, per avere questa possibilità di più vescovi con più vicinanza come pastori con il popolo.
Grazie.
Bene.
Buon volo, buon viaggio! Tanti auguri a tutti!
Data: Mon, 20 Apr 2026 17:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli nell’episcopato,
sacerdoti, consacrati, consacrate,
catechisti,
fratelli e sorelle!
Saluto anche i Padri Cappuccini che oggi ci accolgono nella loro Casa: tante grazie!
È una grande gioia per me incontrarvi.
Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri.
Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace.
Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità.
Grazie, Mons.
José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale.
E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa.
Egli non viene meno alle sue promesse! Anche a voi, un giorno, ha rivolto queste parole che, con fede, avete accolto e fatto fruttificare: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto […], insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,29-30).
Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo.
Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita.
In quelle occasioni, ricordate che «Egli non toglie nulla, Egli dona tutto.
Chi si dona per Lui, riceve il centuplo.
Aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vita vera» (Benedetto XVI, Omelia all’inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005).
Queste parole desidero rivolgerle, in modo particolare, ai tanti giovani dei vostri seminari e delle vostre case di formazione.
Non abbiate paura di dire “sì” a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore.
Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità.
Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato.
Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa; e la vostra vocazione.
«A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Amen» (Ap 1,6).
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna.
Tutto questo è vostro, tutto questo è dono.
Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza.
E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande.
In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo.
«Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo» (1Cor 3,23), insegna San Paolo.
A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo.
Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.
Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù.
Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi.
Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità.
Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui (cfr Gv 15,1-8).
Il resto verrà da sé.
So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto «Discepoli fedeli, discepoli gioiosi (cfr At 11,23-26)», dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata.
Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo.
A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace.
Alla scuola di Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), c’è sempre molto da imparare.
Ricordate il dialogo di Gesù con Filippo, quando questi gli chiese: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!».
È sorprendente la risposta del Maestro: «Da tanto tempo sono con voi, e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,8-9).
Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente.
Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione.
Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto (cfr 2Tm 1,6), ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione.
Specialmente nei momenti di sconforto e di prova, «che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita!» (Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 264).
Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione.
«L’uomo contemporaneo – diceva San Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, oppure, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni» (Esort.
ap.
Evangelii nuntiandi, 41; cfr Udienza generale, 2 ottobre 1974).
La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà.
Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro.
Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi.
Per la vostra fedeltà e, quindi, per la vostra missione, la famiglia sacerdotale o religiosa è indispensabile, ma lo è anche la famiglia in cui siamo nati e cresciuti.
La Chiesa ha grande stima dell’istituzione familiare, insegnando che il focolare è il luogo di santificazione di tutti i suoi membri.
Per molti di voi, certamente, la culla della vocazione è stata proprio la famiglia, che ha apprezzato e accudito il germogliare della speciale chiamata ricevuta.
Ai vostri familiari, quindi, va la mia viva riconoscenza per aver curato, sostenuto e protetto la vostra vocazione.
Allo stesso tempo, li esorto ad aiutarvi sempre a rimanere fedeli al Vangelo, a non cercare vantaggi dal vostro servizio ecclesiale.
Vi sostengano con la loro preghiera e vi infondano entusiasmo con i buoni consigli di un padre e di una madre, affinché siate santi e non dimentichiate mai che, a immagine di Gesù, siete servi di tutti.
Infine, la vostra fedeltà in Angola, come dev’essere in tutto il mondo, è oggi particolarmente legata all’annuncio della pace.
In passato avete dimostrato coraggio nel denunciare il flagello della guerra, nel sostenere le popolazioni tormentate rimanendo al loro fianco, nel costruire e ricostruire, nell’indicare vie e soluzioni per porre fine al conflitto armato.
Il vostro contributo è comunemente riconosciuto e apprezzato.
Ma questo impegno non è finito! Promuovete dunque una memoria riconciliata, educando tutti alla concordia e valorizzando, in mezzo a voi, la testimonianza serena di quei fratelli e sorelle che, dopo aver attraversato tormenti dolorosi, hanno perdonato tutto.
Gioite con loro, fate festa per la pace!
Inoltre, non dimenticate che, secondo le parole di San Paolo VI, «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Lett.
enc.
Popolorum progressio, 87).
È quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana.
Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese.
Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità.
In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo.
Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli.
Al vostro fianco c’è sempre la Vergine Maria, Mama Muxima.
Dio benedica e faccia fruttificare la vostra dedizione e la vostra missione!
Data: Mon, 20 Apr 2026 11:15:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
in ogni parte del mondo, la Chiesa vive come popolo che cammina alla sequela di Cristo, nostro fratello e Redentore: Egli, il Risorto, ci illumina la via verso il Padre e con la forza dello Spirito ci santifica, affinché trasformiamo il nostro stile di vita secondo il suo amore.
Questa è la Buona Notizia, il Vangelo che scorre come sangue nelle vene, sostenendoci lungo la strada.
Una strada che oggi mi ha portato qui, con voi! Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea, riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto la sua Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sul fine per i quali seguiamo il Signore.
Quando il Figlio di Dio si fa uomo, infatti, compie gesti eloquenti per manifestare la volontà del Padre: fa luce nelle tenebre donando la vista ai ciechi, dà voce agli oppressi sciogliendo la lingua dei muti, sazia la nostra fame di giustizia moltiplicando il pane per i poveri e i deboli.
Chi sente parlare di queste opere, si mette alla ricerca di Gesù.
Al contempo, il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore.
Dice infatti alla gente che lo seguiva: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).
Le sue parole rivelano i progetti di chi non desidera l’incontro con una persona, ma il consumo di oggetti.
La folla vede Gesù come uno strumento per altro, un erogatore di servizi.
Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti e i suoi insegnamenti non interesserebbero.
Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo quando ci serve, finché ci serve.
Persino i più bei doni del Signore, che sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve.
Il racconto evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un santone [gurù] o un portafortuna.
Anche il fine che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto.
Ben diverso è l’atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli, infatti, non respinge questa ricerca insincera, ma la sprona a convertirsi.
Non caccia via la folla, ma invita tutti a esaminare cosa palpita nel nostro cuore.
Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso.
Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre accogliere il senso delle sue parole.
Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa.
Quando nel segno del pane condiviso vediamo la volontà del Salvatore, che dà sé stesso per noi, allora ci avviciniamo all’incontro vero con Gesù, che diventa sequela, missione e vita.
Il monito che il Signore rivolge alla folla si trasforma così in un invito: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27).
Con queste parole, Cristo indica il suo vero dono per noi: non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera.
Ci educa al modo giusto di cercare il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre.
Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna.
Il suo dono fa luce sul nostro presente: oggi vediamo, infatti, che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza.
Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi.
Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia.
Come il pane vivo che sempre ci dà, l’Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito.
Cristo vive! Egli è il nostro Redentore.
Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo fratelli tutti i popoli della terra.
Questo è l’annuncio che trasforma il peccato in perdono.
Questa è la fede che salva la vita!
La testimonianza pasquale, dunque, riguarda certamente Cristo, il crocifisso che è risorto, ma proprio perciò riguarda anche noi: in Lui prende voce l’annuncio della nostra risurrezione.
Noi non siamo venuti al mondo per morire.
Noi non siamo nati per diventare schiavi né della corruzione della carne, né di quella dell’anima: ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione di Cristo, dono supremo della nostra libertà.
Questa liberazione dal male e dalla morte, infatti, non accade soltanto alla fine dei giorni, ma nella storia di tutti i giorni.
Cosa dobbiamo fare per accogliere tale dono? Il Vangelo stesso ce lo insegna: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29).
Sì, crediamo! Oggi, insieme lo diciamo con forza e con gratitudine verso di Te, Signore Gesù.
Vogliamo seguirti e servirti nel nostro prossimo: la tua parola è per noi regola di vita, criterio di verità.
«Beato chi cammina nella legge del Signore» (cfr Sal 119/118,1): così abbiamo cantato con il Salmo.
Carissimi, è il Signore a tracciare la via per questo cammino, non le nostre urgenze, né le mode del momento.
Perciò, alla sequela di Gesù, il cammino ecclesiale è sempre un «sinodo della risurrezione e della speranza» (Esort.
ap.
Ecclesia in Africa, 13), come affermava san Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica per l’Africa: proseguiamo in questa sapiente direzione! Col Vangelo nel cuore, avrete coraggio davanti alle difficoltà e alle delusioni: la via, che Dio ha aperto per noi, non viene mai meno.
Il Signore, infatti, va sempre al nostro passo, affinché possiamo proseguire sulla sua strada: Cristo stesso dà orientamento e forza al cammino, un cammino che vogliamo imparare a vivere sempre più come dev’essere, cioè sinodale.
In particolare, «la Chiesa annuncia la Buona Novella non solamente attraverso la proclamazione della parola che ha ricevuto dal Signore, ma anche mediante la testimonianza della vita, grazie alla quale i discepoli di Cristo rendono ragione della fede, della speranza e dell’amore che sono in essi» (ibid.
, 55).
Condividendo l’Eucaristia, pane di vita eterna, siamo chiamati a servire il nostro popolo con una dedizione che solleva da ogni caduta, che ricostruisce quanto la violenza rovina e condivide con gioia i legami fraterni.
Attraverso di noi, l’intraprendenza della grazia divina porta buoni frutti soprattutto nelle avversità, come mostra l’esempio del protomartire Stefano (cfr At 6,8-15).
Carissimi, la testimonianza dei martiri e dei santi ci incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace, lungo il quale il dono di Dio diventa l’impegno dell’uomo nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile.
Percorrendolo insieme, alla luce del Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall’Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo.
In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro.
Grazie al Pane di vita nuova, che oggi condividiamo, possiamo proseguire nel cammino di tutta la Chiesa, che ha per meta il Regno di Dio, per luce la fede e per anima la carità.
___________________________
Ringraziamento finale al termine della Messa
Carissimi fratelli e sorelle,
oggi pomeriggio avremo l’ultimo incontro con la Comunità cattolica in Angola, ma in questo momento desidero rivolgere a tutti il mio saluto pieno di gratitudine.
Grazie ai Vescovi che hanno preparato la mia visita, e con loro ai presbiteri e ai diaconi, come pure ai consacrati e ai fedeli laici.
Viva riconoscenza esprimo alle Autorità civili angolane per il grande impegno organizzativo.
Angola, rimani fedele alle tue radici cristiane! Così potrai continuare, sempre meglio, a dare il tuo apporto per la costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero.
Grazie mille!
Data: Mon, 20 Apr 2026 09:45:00 +0200 leggi alla fonte
Signora Direttrice,
carissimi fratelli e sorelle,
pace a questa Casa e a quanti vi abitano!
Vi ringrazio tanto per la vostra accoglienza, così piena di fede che mi tocca il cuore, ed è di grande conforto per la mia missione.
Grazie!
Mi ha colpito sentire che voi chiamate questo luogo “lar”, che parla di famiglia.
Ringrazio Dio per questo, e spero che tutti voi possiate davvero vivere qui in un ambiente familiare, per quanto possibile.
Gesù amava stare a casa dei suoi amici.
Il Vangelo ci dice che andava nella casa di Pietro, a Cafarnao, dove un giorno guarì la sua suocera.
Ci ricorda la sua amicizia con Maria, Marta e Lazzaro: nella loro casa, a Betania, era accolto come Maestro e Signore e nello stesso tempo con familiarità.
Allora, carissimi, mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa.
Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle.
Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi.
Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà.
Esprimo il mio apprezzamento alle Autorità angolane per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi, come pure a tutti i collaboratori e ai volontari.
La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese.
E non dimentichiamo: le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo.
E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità.
Care sorelle e cari fratelli, porterò nel cuore il ricordo di questo incontro con voi.
La Vergine Maria, che riempiva di fede e d’amore la Casa di Nazaret, vegli sempre su questa comunità.
E vi accompagni anche la mia benedizione.
Grazie!
Data: Sun, 19 Apr 2026 16:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana.
Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti.
San Giovanni Paolo II lo ha definito la preghiera di un cristianesimo che ha conservato la «freschezza delle origini e si sente spinto dallo Spirito di Dio a “prendere il largo” […] per ridire, anzi “gridare” Cristo al mondo come Signore e Salvatore» (Lett.
ap.
Rosarium Virginis Mariae, 1).
Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito.
Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese.
Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti, come ha ricordato Sua Eccellenza.
Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti.
Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione.
Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre.
E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione.
Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna “decina”, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età.
Come ha ricordato Monsignor Sumbelelo, questo Santuario, dedicato all’Immacolata Concezione, è stato spontaneamente “ribattezzato” dai fedeli Santuario della “Madre del cuore”.
È un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio (cfr Lc 2,19.
51).
Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù.
Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo (cfr Rosarium Virginis Mariae, 11).
Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri.
Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore.
Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità.
A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine.
Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace.
Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio.
Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno.
Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti.
È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti.
Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio.
Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé: “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”.
Così dice l’Inno a Mama Muxima, e continua: “Veniamo per chiedere la tua benedizione”.
Carissimi, offriamo tutto a Maria, donandoci tutti ai fratelli, e accogliamo con gioia, per sua intercessione, la benedizione del Signore, per portarla a chiunque incontriamo.
Amen.
Data: Sun, 19 Apr 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione.
Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore.
Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili.
Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino.
Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo.
È motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante.
Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente.
Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà.
Ci aiuti la Madre di Gesù, Madre del Cuore, a sentire sempre viva e forte, vicino a noi, la presenza del suo Figlio risorto.
Data: Sun, 19 Apr 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
con il cuore pieno di gratitudine celebro l’Eucaristia in mezzo a voi.
Grazie a Dio per questo dono e grazie a voi per la festosa accoglienza!
In questa Terza Domenica di Pasqua il Signore ci ha parlato con il Vangelo dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35).
Lasciamoci illuminare da questa Parola di vita.
Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus.
Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.
Per la strada «conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto» (v.
14).
Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza.
Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità.
Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.
Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento.
Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo.
Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro.
Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.
E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (v.
31).
Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.
La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia.
È qui che noi incontriamo Dio.
Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.
Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia.
In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti.
A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza.
Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui.
La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli.
Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta.
Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus.
L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.
Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà.
E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione.
Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.
Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro.
Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società.
In questo cammino, carissimi, potete contare sulla vicinanza e sulla preghiera del Papa! Ma anch’io so di poter contare su di voi, e vi ringrazio! Vi affido alla protezione e all’intercessione della Vergine Maria, Nostra Signora di Muxima, perché sempre vi sostenga nella fede, nella speranza e nella carità.
Data: Sat, 18 Apr 2026 16:15:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
È motivo di grande gioia per me essere in mezzo a voi.
Grazie, Signor Presidente, per l’invito a visitare l’Angola e per le Sue parole di benvenuto.
Vengo a voi per incontrare il vostro popolo, come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata.
Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case.
So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite.
Desidero incontrarvi nella gratuità della pace e riconoscere che il vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili.
In particolare, ha in sé una gioia che neppure le circostanze più avverse hanno saputo spegnere.
Tale gioia, che conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall’inganno della ricchezza.
Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa.
Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.
L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù “politiche”, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona.
La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale.
Sono qui, tra voi, a servizio delle energie migliori che animano le persone e le comunità di cui l’Angola è un mosaico coloratissimo.
Desidero ascoltare e incoraggiare chi già ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza, la riconciliazione.
Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà che sono la prima ricchezza di questo Paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno.
Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese.
Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile.
Il santo Papa Paolo VI, interpretando acutamente le inquietudini del mondo giovanile, già sessant’anni fa denunciava «l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire».
E osservava: «Contro questa illusione, la reazione istintiva di numerosi giovani, pur nei suoi eccessi, esprime un valore reale.
Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa» (Esort.
ap.
Gaudete in Domino, VI).
Voi siete testimoni, grazie alle antichissime sapienze che nutrono il vostro pensare e il vostro sentire, che la creazione è armonia nella ricchezza della diversità.
Il vostro popolo ha sofferto ogni volta che tale armonia è stata violata dalla prepotenza di alcuni.
Porta le cicatrici sia dello sfruttamento materiale, sia della pretesa di imporre un’idea sulle altre.
L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione.
Solo nell’incontro la vita fiorisce.
In principio è il dialogo.
Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto.
Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, ce ne ha offerto un’indimenticabile lettura: «Di fronte al conflitto – osservava – alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita.
Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile.
Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto.
È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo.
“Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9)» (Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 227).
L’Angola può crescere molto, se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza.
Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento.
Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto.
La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile.
Ho parlato della gioia e della speranza che caratterizzano la vostra giovane società.
In genere le si considera sentimenti personali, privati.
Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi.
Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere.
Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario.
Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità.
Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà.
Come osservava ancora Papa Francesco: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori.
Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare» (Lett.
enc.
Fratelli tutti, 15).
Da questa alienazione ci libera la vera gioia, che non a caso la fede riconosce come dono dello Spirito Santo.
E, come scrisse San Paolo, «il frutto dello Spirito […] è amore, gioia, pace» (Gal 5,22).
La gioia è infatti ciò che intensifica la vita e sospinge nel campo aperto della socialità: ciascuno gioisce mettendo a frutto le proprie capacità relazionali, accorgendosi di contribuire al bene comune e vedendosi riconosciuto come persona unica e degna, in una comunità di incontri che si moltiplicano e allargano lo spirito.
La gioia sa scavare traiettorie anche nelle zone più buie di stasi e di angustia.
Esaminiamo dunque il nostro cuore, carissimi, perché senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia.
Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza.
La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie.
Solo insieme potremo moltiplicare i talenti di questo popolo meraviglioso, sin dentro le periferie urbane e le più remote regioni rurali in cui pulsa la sua vita e si prepara il suo futuro.
Eliminiamo gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, lottando e sperando insieme a coloro che il mondo ha scartato, ma Dio ha scelto.
Così, infatti, è sorta la nostra speranza: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22), Gesù Cristo, pienezza dell’uomo e della storia.
Dio benedica l’Angola!
Grazie.
Data: Sat, 18 Apr 2026 16:00:00 +0200 leggi alla fonte
Rivolgendomi a voi, cari borsisti, desidero richiamare una storia che non è soltanto alle vostre spalle, ma davanti a voi: quella della vostra Università Cattolica del Sacro Cuore.
Essa è nata “dal basso”, dal coraggio e dalla visione di uomini e donne come il Beato Giuseppe Toniolo, padre Agostino Gemelli e la Beata Armida Barelli, sostenuti dalla fede operosa di un popolo.
Non fu l’opera di pochi, ma una autentica opus totius Ecclesiae: una comunità che ha voluto dare forma, nella cultura, a una presenza viva, pensante, capace di incidere nella storia.
Quella stessa responsabilità oggi passa attraverso di voi.
In un tempo pienamente globale, il vostro impegno rinnova quello slancio fondativo: siete chiamati a essere presenti là dove si formano le idee e si orientano le decisioni che riguardano il destino dei popoli.
Il vostro non è soltanto un percorso di eccellenza: è una missione.
Non vi è chiesto di emergere, ma di servire.
Non di affermarvi, ma di rendere fecondo ciò che avete ricevuto.
“Che voi possiate sparire perché rimanga Cristo”: questa parola non diminuisce, ma libera.
Vi libera dalla ricerca del consenso, per radicarvi nella verità; vi libera dall’apparenza, per consegnarvi alla sostanza del bene.
Custodite, dunque, l’eredità che vi è affidata dall’Università Cattolica.
Voi che siete parte viva di quella comunità universitaria, assistete l’Ateneo affinché prosperi nella comunione e continui ad assolvere la missione educativa che è stata affidata ad esso e che in voi ha portato grandi frutti, anche a beneficio dell’impegno diplomatico della Santa Sede.
La pluralità di sensibilità ecclesiali che la compongono non diventi competizione, ma armonia; la differenza non diventi distanza, ma ricchezza condivisa.
Una comunità divisa si indebolisce.
Una comunità unita diventa storia.
“In Illo uno unum”: è in Cristo che trovate l’unità che rende feconda ogni opera.
Solo così l’Università Cattolica potrà continuare a essere davvero casa comune, ateneo di tutti i cattolici italiani, segno credibile di una Chiesa che vive di comunione e la rende visibile.
Affido una preghiera all’Istituto Toniolo, perché continui a custodire con sapienza e fedeltà questo legame, accompagnando con vigilanza e spirito di servizio il cammino dell’Ateneo in un tempo decisivo.
Esprimo, inoltre, viva gratitudine a quanti sostengono questa opera.
Come all’origine fu determinante la dedizione dell’Azione Cattolica promossa dalla Beata Armida in tutte le parrocchie italiane attraverso la Giornata Universitaria di cui domani ricorre il 102esimo anniversario, così oggi è provvidenziale il contributo di tanti: in modo particolare questo progetto, tanto importante per l’opera delle Rappresentanze della Santa Sede nelle Organizzazioni internazionali, deve ringraziare la generosità della Fondazione Arvedi-Buschini.
A loro va il nostro riconoscimento più sentito, insieme a una preghiera sincera.
Ma è soprattutto nella vita di voi borsisti che questo dono deve diventare visibile.
Quello che avete ricevuto non resti un privilegio: diventi responsabilità.
Non resti un titolo: diventi stile.
Siate presenza viva della Chiesa nei luoghi in cui operate.
Nelle istituzioni internazionali, nella diplomazia, nelle organizzazioni, nel mondo del lavoro.
Siate uomini e donne che costruiscono ponti, mentre altri alzano muri.
Siate credibili nel silenzio delle opere, prima che visibili nelle parole.
Siate segno, non soltanto presenza.
È così che questa storia continuerà.
Ed è così che, anche attraverso di voi, il Fellowship Program Toniolo e tutta l’Università Cattolica potranno ancora generare futuro per molti anni a venire.
Vi assicuro la mia preghiera e imparto su tutti la mia Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 18 Aprile 2026
LEONE PP.
XIV
Data: Sat, 18 Apr 2026 13:00:00 +0200 leggi alla fonte
Leone XIV
Buongiorno! Buongiorno a tutti.
Buon pomeriggio ormai.
Spero che vi siate trovati bene in Camerun.
E come sapete, ovviamente, ora siamo in viaggio verso l’Angola.
La visita in Camerun, da un lato, è stata molto significativa perché, sotto molti aspetti, questo Paese rappresenta il cuore dell’Africa, sia anglofona che francofona, con circa 250 lingue locali ed etnie.
Allo stesso tempo, esso possiede una grande ricchezza e grandi opportunità, ma presenta anche la difficoltà, che riscontriamo in tutta l’Africa, di una distribuzione spesso ineguale della ricchezza.
Personalmente sono stato molto contento.
Come sapete, abbiamo iniziato il viaggio in Algeria con il tema di Sant’Agostino e ieri, all’Università Cattolica, ho benedetto del bel monumento che avevano preparato con la mappa dell’Africa e Sant’Agostino al centro.
E così, in un certo senso, questo esprime parte del significato di questo viaggio.
Vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa Cattolica, per stare vicino a tutti i cattolici in tutta l’Africa, per festeggiare con loro, per incoraggiarli e accompagnarli.
Tuttavia ci sono naturalmente altre dimensioni della visita.
Ho avuto un incontro molto positivo con un gruppo di Imam in Camerun per promuovere, continuare a promuovere, come abbiamo già fatto in altri luoghi e come ha fatto Papa Francesco durante il suo pontificato, il dialogo, la fraternità, attraverso la comprensione, l’accoglienza e la costruzione della pace con persone di tutte le religioni.
Allo stesso tempo, è circolata una certa versione dei fatti che non è stata accurata in tutti i suoi aspetti, ma ciò è dovuto alla situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il Presidente degli Stati Uniti ha fatto alcune osservazioni su di me.
Gran parte di ciò che è stato scritto da allora è stato un susseguirsi di commenti su commenti, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto.
Solo un piccolo esempio.
Il discorso che ho tenuto all’Incontro di preghiera per la pace, un paio di giorni fa, era stato preparato due settimane fa, ben prima che il Presidente facesse qualsiasi commento su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo.
Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di controbattere nuovamente al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse.
Quindi proseguiamo il nostro viaggio, continuiamo a proclamare il messaggio del Vangelo, e il testo del Vangelo che stiamo utilizzando per le liturgie offre una serie di aspetti diversi, fantastici e meravigliosi su che cosa significhi essere cristiani, su che cosa significhi seguire Cristo, su che cosa significhi promuovere la fraternità, la fratellanza, la fiducia nel Signore, ma anche cercare modi per promuovere la giustizia nel nostro mondo, promuovere la pace nel nostro mondo.
Con questa nota, sono molto felice di salutarvi tutti e vi ringrazio per il lavoro che state facendo.
Spero che il Signore continui a benedirci tutti in questo viaggio.
Grazie mille!
Giornalista del Camerun
Una parola in francese? Sì, grazie, mille grazie Santità.
Si voleva avere da Lei solo una parola in francese, dato che il Camerun è bilingue.
Io lavoro alla televisione nazionale del Camerun.
Leone XIV
Vorrei semplicemente ringraziare tutti in Camerun per la splendida accoglienza, il grande entusiasmo e la gioia della gente.
È stato fantastico: l’esperienza di una comunità di fede che ha davvero scoperto nell’entusiasmo condiviso, per così dire, quanto sia meraviglioso vivere ciò che significa essere seguaci di Gesù Cristo e celebrare insieme la nostra fede.
E quell’entusiasmo era davvero palpabile in Camerun.
Sono molto felice di aver vissuto questa esperienza e di aver accompagnato tutto il vostro popolo in questi giorni.
Data: Sat, 18 Apr 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita.
Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme.
Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio.
Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona.
Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge.
San Marco (cfr 6,45-52) presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca.
San Matteo (cfr 14,22-33) aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti.
Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare.
Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità.
Nella versione di San Giovanni, che oggi è stata proclamata (cfr Gv 6,16-21), il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: «Sono io, non abbiate paura» (v.
20), e l’Evangelista sottolinea che «era ormai buio» (v.
17).
Per la tradizione ebraica le “acque”, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte.
Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare.
Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù.
La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade.
È ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili.
Ma non è così.
Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono qui con te: non aver paura”.
Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre.
Ed è grazie a Lui che, come diceva Papa Francesco, tanti «uomini e donne […] onorano il nostro popolo, onorano la nostra Chiesa […]: forti nel portare avanti la loro vita, la loro famiglia, il loro lavoro, la loro fede» (Catechesi, 14 maggio 2014, 2).
Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri.
Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche – tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni.
Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo.
L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme, con senso civico e responsabilità civile.
La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli.
Alla salvezza di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili.
Ce ne parla la prima Lettura (cfr At 6,1-7), in cui vediamo come la Chiesa affronta la sua prima crisi di crescita.
Il rapido aumento del numero dei discepoli (v.
1) comporta per la comunità nuove sfide nell’esercizio della carità, a cui gli Apostoli non riescono più a provvedere da soli.
Qualcuno è trascurato nel servizio delle mense, e perciò il mormorio cresce e un senso di ingiustizia minaccia l’unità.
Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove.
Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice.
Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili.
Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di «buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza» (v.
3), e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale.
Ascoltando la voce dello Spirito Santo e facendosi attenti al grido dei sofferenti, non solo hanno evitato una frattura interna alla comunità, ma l’hanno dotata, per ispirazione divina, di strumenti nuovi e adeguati alla sua crescita, trasformando un momento di crisi in un’occasione di arricchimento e di sviluppo per tutti.
A volte la vita di una famiglia e di una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino disuguaglianze ed emarginazioni.
Del resto, facendosi uomo Dio si è identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana (cfr Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 198; Esort.
ap.
Dilexi te, 16-17).
Fratelli e sorelle, oggi noi ci salutiamo.
Ciascuno ritorna alle sue occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno.
Teniamo vivo nel cuore il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza.
La Chiesa camerunese è viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa nella sua armonia.
Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel desiderio di crescere insieme.
___________________________________________
Ringraziamento finale al termine della Messa
Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun.
Ringrazio di cuore l'Arcivescovo e tutti i Pastori della Chiesa in questo Paese.
Rinnovo la mia riconoscenza alle Autorità civili e a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e organizzare ogni cosa.
Grazie a tutti, in modo speciale ai malati, agli anziani e alle monache che hanno offerto la loro preghiera.
Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore! Con la forza del suo Spirito, sarai sale e luce di questa terra! Grazie tante!
Data: Fri, 17 Apr 2026 17:30:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Gran Cancelliere,
cari fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore,
illustri membri del corpo docente,
cari studenti,
distinte Autorità,
Signore e Signori!
È per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani.
Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione.
È motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà.
Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche.
Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature.
Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»(Francesco, Cost.
ap.
Veritatis gaudium, 4b).
Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione.
Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità.
Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, «tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui» (S.
J.
H.
Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97).
D’altra parte, quella che Newman chiamava “luce gentile”, ossia «la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù.
Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio.
Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile.
La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande.
Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza»(Francesco, Lett.
enc.
Lumen fidei, 34).
Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare.
Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali.
E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale.
La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni.
Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità.
In questo senso, il motto della vostra Università: «Al servizio della verità e della giustizia», vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società.
Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia.
È infatti nella coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberamente cerchiamo quel che è vero e onesto.
Quando la coscienza ha cura di essere illuminata e retta, diventa fonte di un agire coerente, orientato verso il bene, la giustizia e la pace.
Nelle società contemporanee, e quindi anche in Camerun, si osserva una erosionedei punti di riferimento morali che un tempo guidavano la vita collettiva.
Ne deriva che oggi si tende ad approvare in modo superficiale alcune pratiche un tempo considerate inaccettabili.
Questa dinamica si spiega in parte con i mutamenti sociali, i vincoli economici e le dinamiche politiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi.
I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”.
In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare.
Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità.
Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso.
Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali.
Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale.
Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale.
Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire.
«Geme e soffre» (cfr Rm 8,22) come ognuno di noi.
Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale.
Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo.
Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza.
Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità.
È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano.
Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio.
Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune.
Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte allacomprensibiletendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui.
Ecco la ragion d’essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d’anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno.
A proposito, vorrei ricordare un’espressione di San Giovanni Paolo II: l’Università cattolica è «nata dal cuore della Chiesa» (S.
Giovanni Paolo II, Cost.
ap.
Ex corde Ecclesiae, 1) e partecipa alla sua missione di annunciare la verità che libera.
Questa affermazione rimanda anzitutto a un’esigenza intellettuale e spirituale: ricercare la verità in tutte le sue dimensioni, con la convinzione che fede e ragione non si oppongono ma si sostengono a vicenda.
Inoltre, richiama il fatto che docenti e studenti dell’Università sono coinvolti nel compito della Chiesa di «annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze al servizio di una comprensione sempre più profonda e di un’attuazione della verità nella vita personale e sociale» (Francesco, Cost.
.
ap, Veritatis gaudium, 5).
Di fronte alle sfide del nostro tempo, l’Università cattolica occupa un posto unico e insostituibile.
Ripensiamo in proposito ai pionieri di questa Istituzione, che hanno posto le fondamenta su cui voi costruite oggi, uno per tutti, ricordo il Reverendo Barthélemy Nyom, Rettore per quasi tutti gli anni Novanta.
Sul loro esempio, siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all’abilitazione delle competenze professionali, questa Universitàmira a contribuire alla formazione integrale della persona umana.
L’accompagnamento spirituale e umano costituisce una dimensione essenziale dell’identità dell’Università cattolica.
Attraverso la formazione spirituale, le iniziative della pastorale universitaria e i momenti di riflessione, gli studenti sono invitati ad approfondire la loro vita interiore e a orientare il loro impegno nella società alla luce di valori autentici e solidi.
In questo modo, cari studenti, imparate a diventare costruttori del futuro dei vostri rispettivi Paesi e di un mondo più giusto e più umano.
Cari docenti, il vostro ruolo è centrale.
Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità.
L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune.
Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti.
L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione.
E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti.
Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale.
Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana.
Signore e Signori, la virtù principale che deve animare la comunità universitaria è l’umiltà.
Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè compagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita.
Vi ringrazio e di cuore vi benedico!
Data: Thu, 16 Apr 2026 15:15:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze.
Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli.
Nel Salmo che abbiamo pregato insieme, viene cantata questa fiducia in Lui che oggi siamo chiamati a rinnovare: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti» (Sal 34,19).
Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione.
Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra: le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani.
E alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.
Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia.
Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese.
Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione.
È vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento.
Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene.
Lo vediamo nella testimonianza degli Apostoli, così come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura: mentre le autorità del sinedrio interrogano gli Apostoli, li rimproverano e li minacciano perché essi stanno annunciando pubblicamente il Cristo, essi rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini.
Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce» (At 5,29-30).
Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose.
Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire.
Così, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, che ci riporta l’ultima parte del dialogo tra Gesù e Nicodemo, «chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra.
Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti» (Gv 3,31).
Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità.
Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola.
Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini.
Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio.
E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche.
Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese.
Vi accompagno con la mia preghiera costante e benedico in particolare la Chiesa qui presente: tanti sacerdoti, missionari, religiosi e laici che lavorano per essere fonte di consolazione e di speranza.
Vi incoraggio a continuare su questa strada e vi affido all’intercessione di Maria Santissima, Regina degli Apostoli e Madre della Chiesa.
Data: Thu, 16 Apr 2026 11:30:00 +0200 leggi alla fonte
Sorelle e fratelli carissimi,
è una gioia per me essere in mezzo a voi in questa regione così martoriata.
E come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, tutto il dolore che ha travolto la vostra comunità rende oggi più dirompente la consapevolezza: Dio non ci ha mai abbandonato! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare!
Sua Eccellenza l’Arcivescovo ricordava la profezia che esclama: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace!» (Is 52,7).
Salutava così la mia venuta in mezzo a voi, ma ora vorrei rispondere: come sono belli anche i vostri piedi, impolverati da questa terra insanguinata, ma feconda, da questa terra oltraggiata, ma ricca di vegetazione e generosa di frutti.
Sono i piedi che vi hanno portato fin qui e che, pur incontrando prove e ostacoli, vi hanno mantenuto sulle strade del bene.
Che tutti possiamo proseguire sulle strade del bene che portano alla pace! Vi ringrazio, perché – è vero! – sono qui per annunciare la pace, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero.
Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse.
In quanti luoghi del mondo vorrei che avvenisse così! La vostra testimonianza, il vostro impegno per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci dice: “Beati gli operatori di pace!”.
Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso.
Sì, miei cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo (cfr Mt 5,3-14)! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate a lungo il sale che dà sapore a questa terra.
non perdete il vostro sapore, anche negli anni a venire! Fate tesoro di quanto vi ha avvicinati e avete condiviso nell’ora del pianto.
Facciamo tutti tesoro di questo giorno in cui siamo venuti insieme ad impegnarci per la pace! Siate olio che si riversa sulle ferite umane.
A questo proposito, il mio grazie va a tutti coloro – in particolare alle donne, laiche e religiose – che si prendono cura delle persone traumatizzate dalla violenza.
È un lavoro immenso, invisibile, quotidiano e, come ha ricordato Sr.
Carine, esposto al pericolo.
I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire.
Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare.
Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine.
È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana.
Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare.
Guardiamoci negli occhi: siamo già questo popolo immenso! La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella.
Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura.
Papa Francesco ha scritto nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium qualcosa che mi tornava alla mente ascoltando le vostre parole: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza.
È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi.
Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (n.
273).
Cari fratelli e sorelle di Bamenda, è con questi sentimenti che sono oggi fra voi! Serviamo insieme la pace! «Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare.
Lì si rivelano l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri» (ibid.
).
Così il mio amato Predecessore ci ha esortati a camminare insieme, ognuno nella propria vocazione, allargando i confini delle nostre comunità, con la concretezza di chi comincia dal proprio lavoro locale per arrivare all’amore del prossimo, chiunque e ovunque sia.
È la rivoluzione silenziosa di cui voi siete testimoni! Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci gli uni gli altri! Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme!
Camminiamo insieme, nell’amore, cercando sempre la pace!
[Uscito sul sagrato]
Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ci ha scelti tutti come operatori di pace in questa terra! Rivolgiamo tutti una preghiera al Signore, affinché la pace regni veramente tra noi, affinché, mentre liberiamo queste colombe bianche — simbolo di pace —, la pace di Dio scenda su tutti noi, su questa terra, e ci mantenga tutti uniti nella sua pace.
Sia lodato il Signore!
Data: Thu, 16 Apr 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 6,1-15) è parola di salvezza per tutta l’umanità.
In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione.
La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla (cfr vv.
2-5), come siamo noi adesso, qui.
Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo «cinque pani d’orzo e due pesci» (v.
9).
Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica.
Che cosa fate?
Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie.
È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore.
È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene.
Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo.
Questa indigenza ci ricorda che siamo creature.
Abbiamo bisogno di mangiare per vivere.
Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?
Mentre attende le nostre risposte, Gesù dà la sua: «Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (v.
11).
Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona.
C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona.
Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie.
È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo.
Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare.
Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda (cfr vv.
12-13).
Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: «Questi è davvero il profeta!» (v.
14), cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente.
Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re (cfr v.
15), perché è venuto per servire con amore, non per dominare.
Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi.
Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura.
E tuttavia questo non basta.
Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza.
Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo.
Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi.
Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una “com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica.
Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi.
Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale.
Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo.
Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani.
La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario.
Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore.
In questi momenti, però, ripetiamo col salmista: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» (Sal 27,1).
Se anche qualche volta vacilliamo, Dio ci incoraggia sempre: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (v.
14).
Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano.
Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità.
Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale.
Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile.
Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro.
Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società.
Per fare del vostro spirito fiero una profezia del mondo nuovo, prendete come esempio ciò che abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli.
I primi cristiani danno infatti testimonianza coraggiosa del Signore Gesù davanti a difficoltà e minacce, e perseverano anche tra gli oltraggi (cfr At 5,40-41).
Questi discepoli «ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo» (v.
42), cioè il Messia, il Liberatore del mondo.
Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte.
Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun.
Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese.
Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto.
È così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori.
Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza.
Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna.
Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti.
Data: Wed, 15 Apr 2026 17:45:00 +0200 leggi alla fonte
Cari bambini, cari amici,
sono molto felice di entrare in questo Orfanotrofio che è diventato per voi la vostra casa.
In questo luogo, è innanzitutto il vostro Padre del Cielo che vi accoglie con amore come suoi figli.
Egli vuole manifestarvi la sua tenerezza e stringervi al suo cuore, e anch’io desidero farlo, nel suo Nome.
Voi formate una vera famiglia e qui incontrate fratelli e sorelle che condividono con voi una storia dolorosa.
E in questa famiglia il vostro Fratello maggiore è Gesù! Questa fraternità riunita attorno a Lui vi rende forti, vi aiuta a portare insieme i pesi della vita e vi fa sperimentare la vera gioia.
In un mondo spesso segnato dall’indifferenza e dall’egoismo, questa casa ci ricorda che siamo tutti custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, e che, nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato, per quanto piccolo possa essere.
Cari bambini, so che molti di voi hanno attraversato prove difficili.
Alcuni hanno conosciuto il dolore dell’assenza attraverso la perdita dei genitori o dei propri cari.
Altri hanno sperimentato la paura, il rifiuto, l’abbandono, la mancanza, l’incertezza.
Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite.
Siete portatori di una promessa.
Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo.
Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro.
Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto.
Vorrei anche salutare con gratitudine tutti coloro che accompagnano questi bambini: i responsabili, gli educatori, il personale, i volontari e, naturalmente, le suore.
Il vostro fedele impegno è una bella testimonianza di amore.
Prendendovi cura di questi piccoli bambini, pregustate la gioia promessa dal Signore a chi serve i piccoli (cfr Mt 25,40).
La vostra premura ha il volto della misericordia divina.
Attraverso di essa e la vostra dedizione, offrite ben più di un sostegno materiale: offrite a questi bambini una presenza, un ascolto, una famiglia, un futuro.
Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio, una tenerezza fedele, che non viene meno nelle prove e non delude mai.
Vi ringrazio per tutto ciò che fate e vi invito a perseverare con coraggio in questa bella opera intrapresa.
Mentre con tutto il cuore vi do la mia benedizione, affido ciascuno di voi alla protezione della Vergine Maria, nostra Madre.
Ella vegli sempre su di voi, vi consoli nei momenti di tristezza e vi aiuti a crescere come veri amici del suo Figlio Gesù.
Data: Wed, 15 Apr 2026 17:05:00 +0200 leggi alla fonte
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza riservatami e per le parole di benvenuto che mi sono state rivolte.
È con profonda gioia che mi trovo in Camerun, spesso definito «Africa in miniatura» per la ricchezza dei suoi territori, delle sue culture, delle sue lingue e delle sue tradizioni.
Questa varietà non è una fragilità: è un tesoro.
Costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura.
Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace.
La mia visita esprime l’affetto del successore di Pietro per tutti i camerunesi, nonché il desiderio di incoraggiare ciascuno a proseguire, con entusiasmo e perseveranza, nella costruzione del bene comune.
Viviamo un tempo, infatti, in cui la rassegnazione dilaga e il senso di impotenza tende a paralizzare il rinnovamento che i popoli avvertono profondamente.
Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace! È mio grande desiderio raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo.
Intendo inoltre manifestare la volontà di rafforzare i legami di cooperazione tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun, fondati sul rispetto reciproco, sulla dignità di ogni persona umana e sulla libertà religiosa.
Il Camerun conserva nella memoria le visite dei miei Predecessori: quella di San Giovanni Paolo II, messaggero di speranza per tutti i popoli dell’Africa, e quella di Benedetto XVI, che ha sottolineato l’importanza della riconciliazione, della giustizia e della pace, nonché la responsabilità morale dei governanti.
So che questi momenti hanno segnato la vostra storia nazionale, come esortazioni impegnative allo spirito di servizio, all’unità e alla giustizia.
Possiamo quindi interrogarci: a che punto siamo? In che modo la Parola che ci è stata annunciata ha portato frutto? E che cosa resta da fare?
Sant’Agostino, milleseicento anni fa, scriveva parole di grande attualità: «Coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano.
Non comandano infatti nella brama del signoreggiare ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio dell’imporsi, ma nella compassione del premunire» (De civitate Dei, XIX, 14).
In questa prospettiva, servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia.
Oggi, come molte altre Nazioni, il vostro Paese sta attraversando prove complesse.
Le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro.
Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite.
Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno in corso ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia.
Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza.
La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza.
Per questo ribadisco con forza: «Il mondo ha sete di pace […].
Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!» (Discorso in presenza dei capi religiosi in occasione dell’Incontro Mondiale per la Pace, 28 ottobre 2025).
Questo grido vuol essere un appello alla volontà di contribuire a una pace autentica, anteponendola a qualunque interesse di parte.
La pace, infatti, non si decreta: si accoglie e si vive.
È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva.
È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili.
Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso! Governare significa ascoltare realmente i cittadini, stimare la loro intelligenza e la loro capacità di contribuire a costruire soluzioni durature ai problemi.
Papa Francesco ha indicato la necessità di superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli» (Discorso ai partecipanti al 3° Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 5 novembre 2016).
In questo cambio di approccio, la società civile è da considerare una forza vitale per la coesione nazionale.
È un passaggio a cui anche il Camerun è pronto! Associazioni, organizzazioni di donne e di giovani, sindacati, ONG umanitarie, leader tradizionali e religiosi: tutti svolgono un ruolo insostituibile nella tessitura della pace sociale.
Sono loro i primi a intervenire quando sorgono tensioni; sono loro che accompagnano gli sfollati, sostengono le vittime, aprono spazi di dialogo e incoraggiano la mediazione locale.
La loro vicinanza al territorio permette di comprendere le cause profonde dei conflitti e di intravvedere risposte adeguate.
La società civile contribuisce inoltre a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze.
In questo modo, è al suo interno che si prepara un futuro meno esposto all’incertezza.
Vorrei sottolineare con gratitudine il ruolo delle donne.
Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace.
Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere.
Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali.
Davanti a tanta generosa dedizione all’interno della società, la trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia.
È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità.
Istituzioni giuste e credibili diventano pilastri di stabilità.
L’autorità pubblica è chiamata ad essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza.
La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili.
Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte.
A ben vedere, fratelli e sorelle, le alte cariche che ricoprite esigono una duplice testimonianza.
La prima testimonianza si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri; la seconda testimonianza si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali a un’integra condotta di vita (cfr Discorso ai Prefetti della Repubblica Italiana, 16 febbraio 2026).
Perché si affermino la pace e la giustizia, infatti, occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza.
Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione.
Il Camerun possiede le risorse umane, culturali e spirituali necessarie per superare le prove e i conflitti e avanzare verso un futuro di stabilità e prosperità condivisa.
Bisogna che l’impegno comune a favore del dialogo, della giustizia e dello sviluppo integrale trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento.
Come dicevo, i giovani rappresentano la speranza del Paese e della Chiesa.
La loro energia e la loro creatività sono ricchezze inestimabili.
Naturalmente, quando disoccupazione ed esclusione persistono, la frustrazione può generare violenza.
Investire nell’istruzione, nella formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è allora una scelta strategica per la pace.
È l’unico modo per contenere l’emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del Pianeta.
È anche il solo modo di contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite, in modo sempre più drammatico.
Grazie a Dio, ai giovani camerunesi non manca una profonda spiritualità, che resiste ancora all’omologazione del mercato.
Si tratta di un’energia che rende preziosi i loro sogni, radicati nelle profezie che alimentano la loro preghiera e i loro cuori.
Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà.
Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco.
La Chiesa cattolica in Camerun, attraverso le sue opere educative, sanitarie e caritative, desidera continuare a servire tutti i cittadini senza distinzioni.
Desidera collaborare lealmente con le autorità civili e con tutte le forze vive della nazione per promuovere la dignità umana e la riconciliazione.
Dove possibile, intende facilitare la cooperazione con altri Paesi e i legami fra i camerunesi nel mondo e le loro comunità di provenienza.
Che Dio benedica il Camerun, sostenga i suoi dirigenti, ispiri la società civile, illumini il lavoro del Corpo diplomatico e conceda a tutto il popolo camerunese – cristiani e non cristiani, responsabili politici e cittadini – di accogliere il Regno di Dio, costruendo insieme un futuro di giustizia e di pace.
Data: Wed, 15 Apr 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Buongiorno a tutti! Spero che siate tutti riposati e pronti per questa prossima tappa del nostro viaggio.
Sono lieto di salutarvi tutti questa mattina, dopo quelli che, a mio avviso, sono stati un viaggio e una visita in Algeria davvero benedetti.
E vorrei iniziare esprimendo un ringraziamento a tutte le autorità algerine, che hanno reso possibile questa visita.
Come avete visto, ci hanno persino concesso l’onore di una scorta mentre sorvoliamo lo spazio aereo algerino.
È un segno della bontà, della generosità, del rispetto che il popolo algerino e il governo algerino hanno voluto mostrare alla Santa Sede, a me stesso.
Desidero quindi rivolgere loro un ringraziamento.
Così come un ringraziamento va alla presenza, molto piccola ma molto significativa, della Chiesa Cattolica in Algeria.
Abbiamo avuto, come sapete, alcune visite molto speciali sia nella Basilica di Notre Dame d’Afrique, sia ieri ad Annaba, nella Basilica di Sant’Agostino, sulla collina che domina sia la città moderna di Annaba, sia le rovine della città romana di Ippona.
E questo di per sé, direi, è anche simbolicamente significativo, perché Sant'Agostino, che fu vescovo, come sapete, di Ippona per più di trent'anni, è in realtà una figura che oggi, da un lontano passato, ci parla di tradizione, ci parla della vita della Chiesa, di come la Chiesa è cresciuta nei primi secoli.
Ancora oggi è una figura di grande rilievo, poiché i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c'è grande bisogno nel nostro tempo; un messaggio che è molto attuale per tutti noi oggi, come credenti in Gesù Cristo, ma anche per ogni persona.
E come avete visto, anche il popolo algerino, la cui grande maggioranza non è cristiana, onora e rispetta profondamente la memoria di sant’Agostino, come di uno dei grandi figli della propria terra.
È stata quindi una benedizione speciale per me personalmente tornare ancora una volta ad Annaba ieri, ma anche offrire alla Chiesa e al mondo una visione che sant’Agostino ci offre in termini di ricerca di Dio e di lotta per costruire comunità, per cercare l’unità tra tutti i popoli e il rispetto per tutti i popoli nonostante le differenze.
Quindi, in questi due giorni in Algeria, penso che abbiamo davvero avuto una meravigliosa opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo.
Penso che la visita alla Moschea [di Algeri] sia stata significativa e che abbia dimostrato che, sebbene abbiamo credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace.
E dunque penso che promuovere questo tipo di visione sia qualcosa di cui il mondo ha bisogno oggi, e che insieme possiamo continuare a offrirla nella nostra testimonianza mentre proseguiamo questo viaggio apostolico.
Vi auguro un ottimo viaggio.
È stato bello vedervi tutti.
Grazie ancora per il vostro servizio, grazie!
Data: Tue, 14 Apr 2026 15:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore.
Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona.
Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo.
È proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca.
Inviato dallo Spirito di Dio, «che non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8), Gesù è per Nicodemo un ospite speciale.
Lo chiama infatti a vita nuova, consegnando al proprio interlocutore e anche a noi un compito sorprendente: «dovete rinascere dall’alto» (v.
7).
Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio.
In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto.
Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme.
Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile.
Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento.
Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio.
Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede.
Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo.
Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi» (Confessiones, X, 29, 40).
Allora, quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza.
Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi.
Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo.
Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore.
Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione.
In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: «Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me.
O meglio, non sarei, se non fossi in te» (Confessiones, I, 2).
Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra.
Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo (cfr At 4,32-37).
Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace.
In primo luogo, infatti, «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (v.
32).
Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo.
La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra.
In secondo luogo, ammiriamo l’effetto materiale di quest’unità spirituale dei credenti: «Ogni cosa era fra loro comune» (v.
32).
Tutti hanno tutto, partecipando ai beni di ciascuno come membra di un unico corpo.
Nessuno viene privato di qualcosa, perché ognuno condivide quel che è proprio.
Trasformando il possesso in dono, questa dedizione fraterna non rappresenta un’utopia se non per cuori rivali tra loro e animi avidi per sé.
Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo.
Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi (cfr Mt 7,12).
Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.
In terzo luogo, nel testo degli Atti troviamo il fondamento di questa vita nuova, che coinvolge popoli di ogni lingua e cultura: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande favore» (At 4,33).
La carità che li anima, prima che impegno morale, è segno di salvezza: gli Apostoli proclamano che la nostra vita può cambiare perché Cristo è risorto dai morti.
Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso.
Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo.
In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo.
Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete.
La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle.
Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente.
Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore (cfr Ef 5,2) della misericordia, dell’elemosina e del perdono.
La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente.
Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.
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Ringraziamento finale
Grazie, Eccellenza, per i sentimenti che ha manifestato da parte dell'intera comunità! E grazie a tutti per l'accoglienza di questi giorni.
Una gratitudine particolare esprimo alle Autorità civili, per l’ospitalità premurosa che ho ricevuto e per l’attenzione con cui hanno provveduto alla felice riuscita di questa mia visita in Algeria.
Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio, un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa.
E mi pare di poterlo riassumere così: Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne.
Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l'attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio.
Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia.
Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione.
Grazie, grazie tante a tutti!
Data: Tue, 14 Apr 2026 11:35:00 +0200 leggi alla fonte
Eccellenze,
Care Sorelle,
cari fratelli e sorelle, buongiorno! As-salamu alaykom!
Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio.
Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa.
Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.
Grazie, caro Monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo.
Come fece Gesù quel giorno, in cui gioì nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21).
Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante.
Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne.
Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno.
Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme.
Grazie, care sorelle e cari fratelli, di questo incontro! Vi porto nella mia preghiera e di cuore vi lascio la mia benedizione.