Data: Wed, 08 Jul 2026 17:15:00 +0200 leggi alla fonte
Cari giovani amici,
è un piacere per me salutare tutti voi che state partecipando all’Ankawa Youth Meeting nell’Arcieparchia di Erbil.
Siete venuti da diverse parti dell’Iraq per riunirvi in un clima di fede e di comunione, e prego perché questa sia per tutti voi un’occasione per crescere nell’amicizia con Gesù e tra di voi.
La gioventù è un periodo della vita caratterizzato dal desiderio di compiere grandi cose e di fare una differenza nel mondo.
A tale riguardo, sono lieto di apprendere che il tema scelto per il vostro incontro di quest’anno sia la missione.
La Chiesa ha la missione fondamentale di servire il mondo diffondendo la luce di Cristo (cfr.
Gv 8, 12) e portando gli uomini e le donne in comunione con Dio.
Voi partecipate a questa missione e conto su di voi perché aiutiate a plasmare la Chiesa — e il mondo — negli anni a venire.
Come ho già detto in passato, i giovani non sono solo il futuro della Chiesa, ma anche il suo presente.
Non è sempre facile essere una luce nel mondo (cfr.
Mt 5, 13).
Di fatto, al presente siete chiamati a irradiare questa luce in una situazione spesso segnata da guerra e instabilità.
Il Signore ha riposto grande fiducia in voi affidandovi questa missione, e anch’io confido molto in tutti voi.
Dovete essere la luce di Cristo in mezzo a un’oscurità che, talvolta, può apparire soverchiante.
Non abbiate paura! E non pensate di essere soli in questo compito.
Io sono con voi; la Chiesa è con voi.
Riponete la vostra fiducia in Gesù; ascoltateLo nella preghiera e attraverso la guida di altri, e permetteteGli di guidarvi.
La luce è essenziale per la vita in molti modi, e vorrei menzionarne tre che possono aiutare a guidarvi in questa missione.
Anzitutto, la luce è necessaria per vedere, il che ci ricorda il dono della fede.
La fede in Dio non è un meccanismo per affrontare le difficoltà della vita.
Piuttosto, è riconoscere la realtà e vivere nella verità, imparando a vedere il mondo, gli altri e noi stessi come fa Dio.
Esige che percorriamo la vita con i cuori e gli occhi fissi sulla nostra vera patria (cfr.
Eb 11, 14), sapendo che Dio è con noi anche se non possiamo vederlo.
Il modo in cui vivete deve inoltre dare testimonianza della vostra fede, così che gli altri possano vedere in voi la verità e il significato che anche loro desiderano e arrivare così a partecipare della stessa luce.
La seconda caratteristica della luce è di dare calore, che simboleggia l’amore.
Per essere luce per il mondo, prima dobbiamo partecipare della luce e della vita di Cristo.
Per partecipare alla missione, prima dobbiamo scoprire una relazione viva con Dio.
Dobbiamo imparare a conoscerlo.
Aprendoci al suo amore trasformativo, riceviamo la grazia necessaria per seguire Gesù e abbracciare la vita che ci chiama a vivere.
Per questo è così importante trascorrere ogni giorno del tempo in preghiera e avvicinarsi a Dio attraverso i sacramenti, specialmente la Confessione e l’Eucaristia.
Radicate i vostri cuori nel solido fondamento dell’amore di Dio per voi; scoprite il cuore di Cristo e non abbiate paura di costruire la vostra vita su di Lui (cfr.
1 Gv 4, 16).
Così facendo, non solo potrete realizzarvi come desiderate, ma riuscirete anche a condividere il calore dell’amore di Dio e il potere riconciliante della sua grazia con le persone intorno a voi.
Infine, la luce è necessaria alla crescita e alla nuova vita ed è un’immagine di speranza.
Radicati nella carità, siete chiamati in modo particolare a essere operatori di pace, a unire le persone intorno a voi e a istillare negli altri la speranza di un futuro caratterizzato da pace duratura.
Forse non riuscirete a controllare la vostra situazione o le sfide che sarete chiamati ad affrontare, ma potrete sempre scegliere di permettere alla pace di Cristo di regnare nei vostri cuori (cfr.
Col 3, 15).
La virtù della speranza ci ispira a guardare verso il cielo.
Questo non significa dimenticare il mondo, ma avere la fiducia per condividere con esso la pace e la vita che viene da Cristo, la cui luce illumina la Nuova Gerusalemme (cfr.
Ap 21, 23).
Cari giovani, non dubitate mai della bontà di Dio, e non abbiate paura del disegno che il Signore ha per ognuna delle vostre vite.
Anche il profeta Geremia ha dovuto affrontare momenti difficili, e lui testimonia che i progetti del Signore sono “di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29, 11).
Affidando ognuno di voi alla protezione materna e alla guida di Maria, Madre della Chiesa, prego perché in questi giorni di rinnovamento spirituale possiate scoprire in Lei il vero modello di una vita interamente affidata alla grazia di Dio.
E vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Amen.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
154, giovedì 9 luglio 2026, p.
2.
Data: Wed, 08 Jul 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Sua Santità Papa Leone XIV porge cordiali saluti a tutti i partecipanti al AI for Good Global Summit 2026, organizzato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) in collaborazione con altre agenzie delle Nazioni Unite e co-ospitato dal Governo svizzero.
Mentre vi riunite per riflettere sull’intelligenza artificiale, che solleva alcune delle più importanti domande del nostro tempo relative al futuro dell’umanità, il Santo Padre desidera assicurarvi della presenza della Santa Sede e della sua apertura al dialogo, specialmente in questo punto di svolta epocale.
Nella sua recente Lettera Enciclica Magnifica humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Papa Leone ha espresso il suo desiderio di impegnarsi in un dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, al fine di «individuare […] nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti».
Magnifica humanitas è nata dopo avere ascoltato «scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani».
Tuttavia, al tempo stesso, è stata indotta anche da racconti molto preoccupanti sui potenziali abusi degli algoritmi e sulla perdita dell’agire umano in ambiti critici.
Augurandovi di svolgere dibattiti costruttivi e arricchenti, il Santo Padre vi assicura volentieri delle sue preghiere nei vostri sforzi «di servire l’umanità».
[1]
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[1] Leone XIV, Discorso alla presentazione della Lettera Enciclica “Magnifica humanitas”, Vaticano, 25 maggio 2026
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
153, mercoledì 8 luglio 2026, p.
4.
Data: Sun, 05 Jul 2026 17:10:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
sono lieto di salutarvi al termine del Pellegrinaggio Eucaristico Nazionale.
Come sapete, i pellegrinaggi sono profondamente radicati nella tradizione giudeo-cristiana e vengono spesso compiuti per celebrare importanti anniversari, poiché la comunità si unisce in preghiera.
In quest’ottica, è stato particolarmente opportuno commemorare il 250° anniversario degli Stati Uniti d’America con un pellegrinaggio incentrato su nostro Signore.
Attraversando molte delle tredici colonie originali, avete pregato per l’unità, il rinnovamento e la guarigione per il Paese, con il motto “Un’unica nazione sotto Dio”.
Queste intenzioni stanno a cuore anche a me.
Perciò esprimo sincera gratitudine alla Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti e a tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione di questo evento, come anche a tutti coloro che vi hanno partecipato di persona o in modo virtuale.
Questa nazione, unita “sotto Dio”, è stata intrisa di un senso di fede che riconosce la sovranità di Dio ancor prima della sua istituzione formale.
Il vostro pellegrinaggio è iniziato a Saint Augustine, in Florida, dove l’8 settembre 1565, nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, gli esploratori e i coloni spagnoli al loro arrivo celebrarono la Messa di rendimento di grazie, seguita da un banchetto al quale partecipò la locale tribù di Seloy.
Questo evento storico, insieme a molti altri, testimonia la forte, sebbene largamente sconosciuta, eredità eucaristica degli Stati Uniti d’America.
Tale eredità, lungi dall’essere stata dimenticata, deve continuare a servire come fonte sia di rinnovamento sia di unità.
Con la benedizione di Dio Onnipotente, questa eredità ha continuato a dare frutto guidando nuove generazioni di cattolici americani verso Gesù Cristo.
Il Signore ha anche ispirato alcuni uomini e donne a dare testimonianza del Vangelo in un modo radicale.
Penso ad esempio ai martiri di New York e della Georgia, santa Kateri Tekakwitha, santa Elizabeth Ann Seton, santa Katharine Drexel, san John Neumann e il venerabile Fulton Sheen, che verrà presto beatificato.
Il cammino che avete percorso porta il nome di un’altra santa, Francesca Saverio Cabrini, la fondatrice di una congregazione religiosa, la cui missione era l’attenzione ai bisogni spirituali e materiali dei migranti poveri.
L’intensa attività apostolica di questi uomini e donne santi, e di altri come loro, non sarebbe stata possibile senza la forza che attingevano quotidianamente a momenti di preghiera silenziosa dinanzi al tabernacolo.
Fratelli e sorelle, partecipando a questo Pellegrinaggio Eucaristico, voi portate avanti questa grande eredità di fede.
Lungo il vostro cammino, la celebrazione della Messa, le processioni eucaristiche e l’adorazione del Santissimo Sacramento non sono mancate, dandovi la forza e il nutrimento necessari per continuare il vostro percorso.
Forse avete addirittura sperimentato voi stessi una fame per «il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6, 51).
Di fatto, il vero corpo e sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è la vita della Chiesa pellegrina sulla terra.
San Giovanni Paolo II lo ha espresso meravigliosamente nella sua Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia: «L’Eucaristia, presenza salvifica di Gesù nella comunità dei fedeli e suo nutrimento spirituale, è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia» (n.
9).
Mentre il Paese celebra l’anniversario della fondazione della sua patria terrena, è mia speranza che questa esperienza di pellegrini vi aiuti anche a fissare lo sguardo su quella celeste (cfr.
Eb 11, 16), e che al tempo stesso serva a ricordare che l’Eucaristia è un dono prezioso, il nostro nutrimento indispensabile.
È proprio riconoscendo e accogliendo questo dono che la Chiesa negli Stati Uniti troverà la forza di proseguire il suo servizio caritativo alla società più in generale, specialmente negli ambiti dell’educazione, dell’assistenza sanitaria e dei servizi sociali di base, continuando al contempo la sua missione di evangelizzare.
Mentre questo pellegrinaggio giunge al termine, vi incoraggio a affidare le vostre vite all’amorevole provvidenza di Dio quando ritornerete alle vostre case, come anche a coltivare una forte vita eucaristica tra le vostre famiglie, i vostri amici e le vostre comunità.
Fiducioso che il Pellegrinaggio Eucaristico darà abbondanti frutti negli Stati Uniti d’America, affido tutti voi alla materna intercessione dell’Immacolata Vergine Maria.
E che Dio Onnipotente benedica tutti voi, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Amen.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
151, lunedì 5 luglio 2026, p.
3.
Data: Sun, 05 Jul 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il Vangelo della liturgia odierna (Mt 11,25-30) ci invita a condividere la lode che Gesù eleva al Padre, «Signore del cielo e della terra» (v.
25).
Il Figlio di Dio, fatto uomo, manifesta il suo amore coinvolgendo ogni creatura in questo rendimento di grazie.
La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi «ai piccoli», mentre resta nascosto «ai sapienti e ai dotti» (cfr v.
25).
Costoro, infatti, sono talmente pieni delle proprie idee che non riconoscono la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo.
L’umana sapienza diventa allora arroganza e la dottrina degrada in superbia.
La vera sapienza di Dio si rivela invece nell’umiltà della carne e il suo insegnamento si rivolge a quanti fanno più fatica: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi» (v.
28), dice il Signore.
Andare da Gesù significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, come ci ha spiegato Egli stesso: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
Proprio il dono di sé per amore è il “giogo” di Gesù (cfr Mt 11,29), cioè la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua sapienza, ardente di carità verso tutti.
Fratelli e sorelle, come può essere “leggero” e “dolce” il peso della croce (cfr v.
30)? Per una sola ragione: perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte.
Da autentico maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura.
La sapienza che Egli ci dona è allora un annuncio di salvezza e il suo giogo ci solleva da ogni caduta.
Alla sequela di Cristo, il nostro cammino non è dunque un’ascesi che mortifica: è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri.
Difatti, solo nella croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova conforto e riscatto.
Nella schiavitù, Cristo è liberazione.
Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza.
Nell’ora del peccato, Cristo è perdono.
Questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome.
Gesù ce la insegna da Figlio, diventando nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso manifesta alla Chiesa la verità di Dio e dell’uomo, perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (v.
27).
Carissimi, mentre ringraziamo il Signore per questa sua confidenza piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
giovedì scorso, 2 luglio, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, ucciso nel 1946 in odio alla fede.
In un contesto di prevaricazione e di violenza, si pose come difensore dei diritti della gente e non abbandonò i suoi parrocchiani.
La sua intercessione e la sua preghiera sostengano gli operai del Vangelo che anche oggi si trovano in situazioni di persecuzione.
Saluto con affetto tutti voi presenti oggi in Piazza San Pietro!
Dou as boas-vindas aos peregrinos do Brasil y bienvenido al Coro de la Universidad de Mérida, en Venezuela.
Recuerdo siempre en mis oraciones a las víctimas del terremoto y a todo el pueblo venezolano: que el Señor lo sostenga en este momento tan difícil.
Saluto alcuni gruppi polacchi: i sacerdoti novelli dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Cracovia; il Coro di bambini dell’Arcidiocesi di Łódź, accompagnato dal Vescovo Ausiliare, e il gruppo della Diocesi di Legnica.
Saluto i giovani di Bellagio e la Corale “Jubilaeum” di Augusta, in Sicilia, con il Sindaco e il Parroco.
A tutti auguro una buona domenica!
Data: Sat, 04 Jul 2026 10:30:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto del Santo Padre in risposta al saluto del Sindaco
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Signor Sindaco,
Grazie, grazie!
Signor Sindaco,
Eccellenza, distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!
Ringrazio il Signor Sindaco per il saluto che mi ha rivolto a nome del Comune di Lampedusa e Linosa, e ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza!
Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo.
E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.
Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi.
Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione.
Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti.
Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore.
Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti.
Grazie!
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Cari fratelli e sorelle,
Dio ci ama sempre per primo.
La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna.
Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro.
Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà.
Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo.
Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto.
In questo senso, la parabola del buon Samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua (cfr Lc 10,25-37) e l’Enciclica Fratelli tutti ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi.
La Parola di Dio è sempre per l’oggi e ci porta in una conversazione da cui uscire trasfigurati.
Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo?
Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v.
30).
Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30).
Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano.
Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso.
Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità.
La Lettera agli Ebrei ci ha detto: «Ricordatevi […] di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo» (Eb 13,3).
È il centro della parabola evangelica: prossimi ci si fa, prossimo si diventa (cfr Lc 10,36-37)!
Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare.
È avvenuto ancora il miracolo della compassione – «vide e ne ebbe compassione» (v.
33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita.
Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme.
Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato.
Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri.
Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico.
La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni.
C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere.
I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate.
Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv.
31.
32).
Nella parabola, un sacerdote si trova lì «per caso» (v.
31), e dopo di lui un levita.
Entrambi vedono, ma passano oltre.
Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti.
È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza.
Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14).
Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino.
Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato.
Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente.
Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi.
Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore.
L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata.
Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione.
Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza.
Lui «si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,34).
Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (Lett.
enc.
Magnifica humanitas, 213).
Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ognuno può verificare la direzione della propria vita.
«Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […].
Eppure, nessuno è senza responsabilità.
Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (ibid.
, 212).
Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee.
Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità.
Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare.
Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona.
È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.
Sorelle e fratelli, come dicevo recentemente a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici.
Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza.
Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri.
Abbiate l’audacia di pensare diversamente.
Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato.
C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna.
In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca.
La prima Lettura ci ha ricordato che, praticando l’ospitalità, «alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2).
Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala.
A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere.
La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione.
Abbiamo qui, accanto all’altare, l’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa.
Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro.
Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza.
La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso.
Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità.
Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra.
E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” [Saluto tipico dei Lampedusani].
Data: Sat, 04 Jul 2026 07:15:00 +0200 leggi alla fonte
ore 7,15 Partenza in auto dal Vaticano
ore 7,45 Decollo dall’aeroporto di Ciampino
ore 9,00 Atterraggio all’aeroporto di Lampedusa
sono previsti i seguenti momenti:
- sosta al Cimitero, con omaggio floreale sulle tombe
- sosta alla “Porta d’Europa”
- sosta al Molo Favaloro: benedizione della targa che intitola il Molo a Papa Francesco
saluto ad alcuni Migranti
ore 10,30 - Celebrazione della Santa Messa
sul palco è esposta l’immagine della Madonna di Portosalvo
- al termine della Messa: saluti alle Autorità, a bambini ammalati, Volontari
ore 12,30 Decollo da Lampedusa
ore 13,45 Atterraggio a Ciampino
Rientro in Vaticano
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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2026
Data: Fri, 03 Jul 2026 16:45:00 +0200 leggi alla fonte
Cari amici,
è per me un onore accettare la Liberty Medal del National Constitution Center in quest’anno in cui ricorre il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America con la firma della Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776.
Alla vigilia di questa importante occasione, porgo un cordiale saluto a tutti coloro che si sono riuniti nel National Constitution Center di Philadelphia.
Come figlio di questo grande Paese, fondato da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà e un mondo migliore per se stessi e per i loro figli, mi unisco a voi nel chiedere le benedizioni di Dio sul futuro dell’America, affinché gli alti ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare la prosperità della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace.
Fin dalla nostra gioventù, la maggior parte di noi ha ammirato l’eloquenza di quelle parole, con il loro forte appello alla legge della natura e al Dio della natura quale base della loro affermazione che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, tra i quali il diritto alla vita, la libertà e la ricerca della felicità.
Pur se espressa nel linguaggio dell’Illuminismo, quella affermazione in fondo è radicata in una comprensione della persona umana ispirata dalla grande visione biblica dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio.
Di fatto, è qui che scopriamo il fondamento della dignità umana; una dignità che precede l’istituzione di qualsiasi Stato e la cui custodia rappresenta il suo stesso fine.
Negli ultimi duecentocinquant’anni, per tanti popoli del mondo è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il Paese apriva le sue porte a ondate successive di immigranti, permettendo loro e ai loro figli di fare la loro parte nel plasmare il futuro della nazione.
È stato questo stesso amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie dello scorso secolo, al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre e, con grande sacrificio, a sostenere la causa della libertà al di là dei propri confini.
Tuttavia, come ogni Americano sa, il percorso per costruire una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e di giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un lavoro in corso.
Di fatto, lo sforzo per realizzare questa visione deve essere ripreso in ogni generazione e dinanzi a sfide sempre nuove.
Oggi, guardando al futuro, questo storico anniversario ci offre l’opportunità di riflettere ancora una volta sui principi fondanti della nazione, nella speranza che l’America rimanga sempre fedele al sogno che le ha fatto meritare il titolo di Paese degli uomini liberi e dimora degli uomini coraggiosi.
Il primo diritto sancito dai fondatori della nazione è stato il diritto alla vita, poiché nessuno che viene privato della vita può godere della libertà o perseguire la felicità.
La vitalità di un Paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni forma e condizione, riconoscendo la dignità di cui è dotata ogni persona umana in virtù della sua stessa esistenza.
Il valore inerente di ogni vita umana ha portato i nobili cuori di generazioni a rendere lode alle meravigliose opere del Creatore (cfr.
Sal 139, 14) e rimanere in riverenza dinanzi a un dono tanto prezioso.
Di fatto, è proprio questa riverenza che dobbiamo continuare a coltivare, una riverenza che smuova i cuori degli individui e ispiri leggi che riconoscano e salvaguardino questo dono dal momento del concepimento fino alla morte naturale.
La riverenza, inoltre, ci aiuterà a scoprire che siamo guardiani e custodi di quanti sono affidati alle nostre cure.
A tale riguardo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, attraverso la sua capacità di supportare, proteggere e apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione.
Dopo il diritto alla vita, era, ed è, la libertà a essere preminente tra i principi onorati dagli uomini e dalle donne che hanno cercato un nuovo inizio entro i confini di questa nazione, spesso equiparandola a una speranza prima inimmaginabile.
Sebbene venga frequentemente intesa come la possibilità di agire come si vuole, la libertà autentica è molto più profonda.
È fondata sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire a ciò che è bene, anche a caro prezzo: un sacrificio ben noto a molti di coloro che si sono adoperati per plasmare questo Paese.
Il desiderio di verità e di libertà, come anche la ricerca stessa della felicità, continuano a ispirare persone di tutte le generazioni a porre domande fondamentali sul significato della vita, sul nostro fine ultimo e, in fondo, su Dio, ed è proprio dei cuori magnanimi cercare di rispondere a queste domande con sincerità.
Le risposte inevitabilmente determinano la direzione che cerchiamo di dare alla nostra vita, e l’America promuove da molto tempo la libertà religiosa necessaria per seguire in modo responsabile i dettami della coscienza a questo riguardo, senza paura né coercizione, come sancito nel Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
È questa la libertà che considera sacra la sfera intima della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nel profondo del cuore umano.
Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona a rendere culto secondo la propria credenza, e degli individui, delle comunità e delle associazioni a esprimere pubblicamente la loro fede.
Di fatto, la libertà religiosa ha dato vita alla tradizione americana di contemplare il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene pubblico e arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che sono state poste alla nazione e che hanno plasmato il corso della sua storia.
È mia speranza che questa tradizione continui a dare frutto in un dibattito pubblico caratterizzato da moderazione, rispetto per i punti di vista altrui e da uno sforzo costante per trovare un terreno comune nel promuovere la causa della pace e della riconciliazione, in patria e all’estero.
Gli antenati di questo Paese, uomini e donne di origini, religioni e lingue diverse, sono stati capaci di trovare un terreno comune e la forza necessaria per inseguire un futuro migliore.
I principi che hanno ispirato i fondatori dell’America, essendo radicati nella verità della persona umana, li hanno uniti in un’unica causa, un sogno comune.
L’unità ha dato forza a quel sogno, facendo nascere, sotto Dio, gli Stati Uniti d’America.
E pluribus unum: da molti, uno.
Perché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non soltanto da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono col passare del tempo.
Possano i principi sui quali abbiamo riflettuto oggi — una dignità umana condivisa, l’uguaglianza e i diritti esposti nella Dichiarazione d’Indipendenza — essere sempre una fonte di questa unità e una luce di riferimento per il momento presente e per gli anni a venire.
Accettando questo premio, dunque, prego perché il 250° anniversario della fondazione di questa grande nazione sia l’occasione per rinnovare solennemente l’impegno verso questi ideali che hanno fatto dell’America un Paese che apprezza la pace e la prosperità, un Paese caratterizzato da generosità e nobiltà di cuore.
Affido tutti voi, come anche il futuro della Nazione a Colui che è egli stesso fonte di vera libertà e di pace duratura, Colui il cui nome stesso è Pace.
Dio benedica l’America! Grazie!
____________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
150, sabato 4 luglio 2026, p.
5.
Data: Thu, 02 Jul 2026 18:00:00 +0200 leggi alla fonte
Dal Vaticano, 2 luglio 2026
Eccellenza Reverendissima,
sono lieto di trasmettere il saluto del Santo Padre Leone XIV a Lei, agli organizzatori e ai partecipanti del Columbanus Day, che in questa XXVII edizione ritorna a Lodi, da dove è partito.
Perciò Sua Santità desidera anzitutto congratularsi per la perseveranza con cui tale iniziativa è stata portata avanti negli anni, coinvolgendo sempre più le comunità ecclesiali e civili intitolate a San Colombano in Europa e promuovendo la conoscenza del grande Abate, della sua eredità spirituale e della sua attualità per la cultura europea.
Il Sommo Pontefice apprezza in particolare il fatto che, nel nome di San Colombano e quasi imparando da lui a non tenere per sé i doni di Dio ma a condividerli con tutti, le Giornate Colombaniane abbiano contribuito a far incontrare tante persone diverse per lingua e nazione, invitandole a riscoprire insieme i valori della tradizione cristiana per rispondere alle sfide del nostro tempo.
Tra queste sfide, di massima importanza è quella della pace.
Al riguardo, il Santo Padre invita ad apprendere da San Colombano un atteggiamento indispensabile per qualsiasi cammino di riconciliazione, cioè l’atteggiamento penitenziale, con cui ci si pone davanti a Dio riconoscendo umilmente le proprie colpe, sia personalmente, sia collettivamente.
In particolare, quando un conflitto è degenerato in guerra, con il tragico portato di morte e distruzione, invece di accusarsi reciprocamente occorre implorare pietà da Dio, Giudice misericordioso.
Solo la pietà divina può infondere nei cuori la pietà umana e far sì che i nemici si tendano la mano.
Con questi pensieri, ispirati dalla luminosa figura del Santo Abate, il Sommo Pontefice augura ogni bene per il Columbanus Day in terra lodigiana, dove recentemente si è recato per rendere omaggio a Santa Francesca Saverio Cabrini, e di cuore invia a quanti vi prenderanno parte l’implorata Benedizione Apostolica.
Auspicando a mia volta il miglior successo per l’iniziativa, profitto della circostanza per confermarmi, con sensi di distinto ossequio,
dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
dev.
mo
Pietro Card.
Parolin
Segretario di Stato
Data: Thu, 02 Jul 2026 15:00:00 +0200 leggi alla fonte
LUGLIO: Per il rispetto della vita umana
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Signore della vita,
ci hai creati per amore e ci hai chiamati a vivere in pienezza.
Ogni persona è un dono sacro che riflette il tuo volto,
dal primo istante della sua esistenza
fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra.
Oggi ti chiediamo la grazia di riconoscere e custodire
il valore unico e irripetibile di ogni essere umano.
Insegnaci ad accogliere la vita senza condizioni,
a sostenere con tenerezza la fragilità,
ad accompagnare ogni fase con rispetto
e a difendere con coraggio chi non ha voce.
Perdonaci, Signore,
quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto,
quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno d’amore.
Donaci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita,
e mani generose che la proteggano con gesti concreti.
Fa’ della tua Chiesa una testimonianza viva del Vangelo della vita,
una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata,
dove nessuno si senta di troppo
e dove la dignità sia sempre rispettata e custodita.
Signore Gesù,
fa’ che amiamo la vita come Tu la ami:
con tenerezza, fedeltà e dono di sé.
Che sappiamo proclamare, con parole e gesti,
che ogni vita umana merita il dono totale di noi stessi.
Amen.
__________________________
Data: Tue, 30 Jun 2026 09:00:00 +0200 leggi alla fonte
Eminenza,
cari fratelli in Cristo,
Sono molto lieto di incontrarvi, dopo che ieri abbiamo celebrato insieme la festa degli Apostoli Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa che è in Roma.
La vostra presenza tra noi esprime la fraterna vicinanza della Chiesa sorella che è in Costantinopoli e del suo pastore e guida Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico.
A lui e a tutti i membri del Santo Sinodo sono vivamente grato per aver voluto inviarvi a Roma, per continuare il tradizionale scambio di visite in occasione delle feste dei Santi Patroni delle nostre rispettive Chiese.
A tale proposito, è vivo in me il ricordo della mia partecipazione alla celebrazione di Sant’Andrea, nella Chiesa patriarcale di San Giorgio al Phanar, lo scorso 30 novembre.
Ricordo con gioia e riconoscenza gli incontri che ho avuto con Sua Santità Bartolomeo, nei quali abbiamo potuto approfondire la nostra vicendevole amicizia e condividere la visione su numerose questioni, soprattutto il comune desiderio di progredire nel cammino verso la piena unità tra tutti i cristiani.
In questa prospettiva, la commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, tenutasi alla vigilia della festa di Sant’Andrea a Ìznik, su invito del Patriarca Bartolomeo e con la presenza di rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, ha rappresentato un’eloquente testimonianza della comunione già esistente tra tutti coloro che condividono la fede in Dio, Padre di tutti gli uomini, e confessano il Signore e Figlio di Dio Gesù Cristo e lo Spirito Santo, che ci ispira e ci conduce alla pienezza della verità e dell’unità.
Alla luce di quell’evento commemorativo, è apparso evidente come il Credo di Nicea debba essere la base e il criterio di riferimento di questo processo, proponendo il modello di vera unità nella legittima diversità: Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità (cfr Lett.
ap.
In unitate fidei, 12).
Possa il cammino verso la celebrazione del secondo millennio della Redenzione, nel 2033, essere percorso insieme tra tutte le Confessioni cristiane del mondo, riscoprendo il dono e la chiamata ad essere testimoni del Risorto.
In un’epoca caratterizzata da guerre e da una crescente polarizzazione, nonché da divisioni culturali e sociali, i cristiani, riconciliati tra loro e concordi nella professione dell’unica fede, sono chiamati ad essere segno credibile di pace, contribuendo in modo decisivo all’impegno in tal senso di tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Infatti, nell’attuale situazione è in gioco non solo la credibilità dell’annuncio cristiano, ma il futuro stesso dell’umanità.
L’esigenza di una maggiore collaborazione tra i cristiani di fronte alle sfide odierne, quali la pace, il buon uso delle nuove tecnologie, la cura del creato, scaturisce dallo stesso Vangelo di Gesù Cristo: infatti la responsabilità nei confronti della vita e della dignità di ogni essere umano, a partire dai più piccoli e bisognosi, è il criterio che decide del nostro destino presente ed eterno (cfr Mt 25,31-46).
Eminenza, cari fratelli, vi rinnovo di cuore la mia gratitudine per questa visita, come pure per l’impegno vostro personale e del Patriarcato Ecumenico in ordine a promuovere la santa causa dell’unità dei cristiani.
Vi assicuro la mia preghiera, per intercessione dei santi Apostoli Pietro e Andrea, fratelli nella carne e nella fede, e chiedo a Dio nostro Padre che ci accompagni sempre con la sua benedizione.
Grazie!
Data: Mon, 29 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Celebriamo oggi la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma.
Questa festa richiama il legame originario che unisce in comunione di fede e di carità la Chiesa che è in Roma con tutte le altre Chiese del mondo.
La testimonianza di questi due Apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento.
Il sangue da loro versato in questa città rivela fin dove arriva l’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato.
Sì, è per la loro parola e il loro martirio che il Vangelo di Cristo si è, per così dire, radicato a Roma, manifestando proprio qui, nella capitale dell’impero, la sua capacità di rinnovamento: una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita.
Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: “Seguimi!”.
Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso.
Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene.
Carissimi, forse Pietro e Paolo non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro.
Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati.
Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia.
Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari.
Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità.
Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina.
La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione.
Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti.
Maria, Regina degli Apostoli, protegga sempre il Popolo di Dio, a Roma e nel mondo intero.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle!
Oggi si celebra la Giornata dell’Obolo di San Pietro.
Ringrazio di cuore quanti con il loro dono sostengono il mio ministero di Successore di Pietro.
Continuiamo a camminare insieme nella fede e nella comunione.
Nella festa dei nostri Santi Patroni, rivolgo i miei auguri ai romani e a tutti coloro che vivono in questa città.
Un pensiero, accompagnato dalla preghiera, rivolgo specialmente ai malati, alle persone sole, ai carcerati.
Ringrazio i parroci e tutti i sacerdoti, le religiose e i religiosi che lavorano a Roma, perché con la loro presenza e il loro servizio quotidiano mantengono vivo il suo grande cuore cristiano.
Saluto i volontari delle Pro Loco d’Italia che hanno realizzato l’Infiorata in Via della Conciliazione e Piazza Pio XII.
Grazie e complimenti! Come pure ringrazio quanti organizzano la “Girandola di Castel Sant’Angelo”, che quest’anno sarà dedicata a San Francesco e al suo Cantico delle creature.
Sono lieto inoltre di accogliere due Confraternite: quella spagnola di Nuestra Señora del Carmen del Camino de Zamora, e quella degli Agonizzanti, di Artena.
Saluto le persone senza fissa dimora che oggi sono in Piazza San Pietro per distribuire “L’Osservatore di strada”, supplemento de “L’Osservatore Romano”.
Grazie e auguri a chi porta avanti questo giornale!
E buona festa a tutti!
Data: Mon, 29 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Al Reverendo
Don Davide Pagliarani
Superiore Generale
della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro.
La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità.
Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato.
Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione.
La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.
Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità.
Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori.
Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio.
Dal Vaticano, 29 giugno 2026
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
LEONE PP.
XIV
Data: Mon, 29 Jun 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti.
In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli.
È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé.
È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici.
È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19).
Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità.
Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto.
Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14).
Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19).
Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente.
Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità.
L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia.
Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro.
Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita.
L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm.
, 6).
E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace.
Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.
).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità.
È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti.
Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
past.
Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore.
È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
Data: Sun, 28 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Fratelli e sorelle, buona domenica!
Anche nel Vangelo di oggi (Mt 10,37-42), ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno.
Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui.
E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza.
Anzitutto il distacco.
Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (v.
37).
Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame.
Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona.
Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori (cfr Mt 19,6) per impegnarsi nella relazione coniugale.
Pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte.
Dice Sant’Agostino: «È doloroso il distacco da ciò che ami.
Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina» (Discorso 330, 2).
Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire.
In questo senso, l’amore è anche perdita.
Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.
L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio.
Chi trattiene la vita solo per sé stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde (cfr v.
39), perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile.
Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza.
Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni.
Infine, l’accoglienza.
L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete (cfr v.
42).
Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno.
E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato.
L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli.
Carissimi, preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
deseo expresar mi cercanía a las hermanas y hermanos venezolanos afectados por los recientes terremotos que provocaron numerosas víctimas y heridos, así como ingentes daños materiales.
Mientras ruego al Señor por el eterno descanso de los fallecidos, renuevo mi cercanía espiritual a sus familiares, a los lesionados y a quienes han sido golpeados por esta tragedia.
Así mismo, manifiesto mi gratitud y aliento a cuantos trabajan con generosidad en las labores de búsqueda y de asistencia.
Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini: vi ringrazio, perché siete venuti con questo caldo!
Saluto i fedeli della Diocesi di Kumba in Camerun e quelli di vari altri Paesi.
Saluto i giovani religiosi Camilliani; i gruppi parrocchiali di Priolo Gargallo, Avola, Regalbuto e Bari; gli scout di Rovereto e i ragazzi di Mestrino, diocesi di Padova, che hanno ricevuto la Comunione e la Cresima.
A tutti auguro una buona domenica! Arrivederci a domani per la solennità dei Santi Pietro e Paolo.
Data: Sat, 27 Jun 2026 17:30:00 +0200 leggi alla fonte
Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni.
Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia.
Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione.
Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine.
Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori.
Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili.
In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione.
Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui.
Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza.
Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura.
Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus.
Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino.
Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo.
La riflessione conclusiva sul cammino sinodale ci ha aiutato a rileggere quanto abbiamo vissuto in questi giorni.
Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”.
La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”.
Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo.
Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo.
Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico.
Mi raccomando, come abbiamo sentito dal Card.
Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro.
È uno stile spirituale.
Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento.
La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri.
Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore.
Ripensando alle conversazioni di questi giorni, porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione.
Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli.
Non vi siete fermati però a descriverle.
Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle.
È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità.
Molti cercano oggi speranza e relazioni vere.
Mi ha colpito, in particolare, il modo con cui avete parlato dei giovani.
Nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione – e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita – avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo.
Ma avete saputo riconoscervi anche l’azione dello Spirito.
La loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso ci ricorda che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano.
Ascoltare loro e le loro famiglie con umiltà è anche una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa.
Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia.
Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze.
A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo Amoris laetita.
Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze.
La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese.
Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo.
È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace.
Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia.
Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci.
Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli.
La seconda sessione ci ha condotti a fare un passo ulteriore.
Mi sembra che abbiate colto con grande chiarezza una delle intuizioni della Magnifica humanitas: la guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati.
Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione.
Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana.
In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la “carità politica” che avete ricordato.
La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace.
Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza.
Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù.
Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica.
Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi.
Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta.
È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.
In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei.
Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale.
Ho accolto con particolare interesse anche la vostra insistenza sulla Dottrina sociale della Chiesa.
Avete espresso il desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale.
Essa non offre soluzioni precostituite, ma educa la Chiesa a un modo evangelico di abitare la realtà, interpretarla e orientare responsabilmente l’azione.
Mi ha colpito anche un’altra convergenza.
Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme.
Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti.
Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune.
Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri.
In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia.
Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione.
Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.
Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo.
La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama.
È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto.
Così, questi giorni rafforzano la mia speranza.
Non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.
In un tempo segnato dalla polarizzazione, anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio.
Se sapremo continuare a cercare insieme la volontà del Signore, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, sono certo che la nostra comunione diventerà sempre più feconda per la missione della Chiesa e per il servizio all’intera famiglia umana.
Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa.
Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.
Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio.
È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune.
Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno.
Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno.
Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato.
In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme.
È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo.
Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad Amoris laetitia e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere.
Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore.
Prima di concludere desidero accogliere l’appello unanime che è salito da questo Concistoro e farlo mio.
Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole.
Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo.
Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza.
La violenza non avrà l’ultima parola.
Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace.
Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli.
Fratelli vi ringrazio di cuore per il vostro contributo, come pure i relatori, i moderatori e tutti coloro che, con generosità e discrezione, hanno reso possibile queste giornate di lavoro e di fraternità.
Grazie per avermi aiutato, ancora una volta, a riconoscere l’opera che Cristo continua a compiere in mezzo al suo popolo e nel mondo.
Affidiamo i frutti di questo Concistoro all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa.
Ci insegni a custodire l’unità nella diversità e a servire il Vangelo della pace con umiltà, coraggio e speranza.
Grazie!
Data: Fri, 26 Jun 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari Fratelli Cardinali,
vi do il benvenuto e vi ringrazio di cuore per avere accolto ancora una volta il mio invito.
La vostra presenza manifesta la sollecitudine per tutta la Chiesa che condividiamo nel servizio al Popolo di Dio e alla missione affidataci dal Signore.
Nel Concistoro dello scorso gennaio avevo espresso un desiderio semplice: che questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a «lavorare insieme nel servizio della Chiesa» e a proseguire «una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa».
Non erano soltanto parole introduttive.
Continuo a pensare che questa sia una delle responsabilità più importanti affidate al Collegio Cardinalizio.
Anche noi, come tutta la Chiesa, impariamo camminando.
La comunione non è mai un risultato acquisito una volta per tutte: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera, e attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità ad ascoltarci reciprocamente.
In questi mesi ho avuto modo di ricordare più volte che siamo chiamati a essere costruttori della comunione di Cristo, una comunione che prende forma in una Chiesa sinodale nella quale tutti cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero.
Come dicevo alla Curia Romana, questa comunione «si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano, anche nell’ambito lavorativo» (Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2025).
Non siamo custodi di interessi particolari, ma, «discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale» (Ivi).
Per questo motivo ho desiderato che il nostro lavoro si concentrasse su quattro temi tra loro profondamente collegati.
Anzitutto siamo invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo.
Prima di domandarci che cosa fare, occorre sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli.
Come ho ricordato poche settimane fa, «Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia» (Omelia in “Plaza de Cibeles”, Madrid, 7 giugno 2026).
E anche oggi il Signore continua a precederci nella storia, e la Chiesa è chiamata anzitutto a riconoscere la sua presenza.
Successivamente rifletteremo insieme sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore.
Molti di voi provengono da terre segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa.
Ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitto, di sopraffazione e di frattura che attraversano oggi le nostre società.
Per questo il discernimento che siamo chiamati a compiere riguarda tutti e interpella la missione della Chiesa in ogni contesto.
L’Enciclica Magnifica humanitas ci offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo.
Mi interessa soprattutto ascoltare come queste pagine risuonano nelle vostre Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono.
Una enciclica continua infatti il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese.
La terza sessione approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune.
Viviamo in un tempo nel quale cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari.
La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma domanda responsabilità condivise.
Per la Chiesa questo assume una forma ben precisa: uno stile sinodale al servizio della missione del Regno.
Lo ricorda l’Enciclica Magnifica humanitas al n.
86, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità.
Infine, dedicheremo una sessione al cammino di attuazione del Sinodo.
Questa ultima sessione non apre un tema nuovo, ma raccoglie e mette in relazione quanto avremo condiviso nelle sessioni precedenti.
Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, la sinodalità indica un modo di procedere: ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida.
La sinodalità non è anzitutto un insieme di procedure; come ho avuto modo di dire più volte, la sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere.
Talvolta essa è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità.
In realtà essa ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa.
Queste quattro sessioni trovano la loro unità nella prospettiva missionaria che abbiamo condiviso nell’ultimo Concistoro e che ho richiamato nella lettera dello scorso aprile.
Non siamo qui anzitutto per riflettere sulla vita interna della Chiesa.
Tutti i temi che affronteremo — lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune, la sinodalità — convergono in un’unica domanda: come possiamo aiutare oggi le nostre Chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà, libertà e credibilità? La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa.
È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento.
Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo soltanto migliorando il nostro modo di lavorare: stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo.
Per questo desidero chiedervi un aiuto particolare.
Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo.
Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati.
Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa.
Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico.
Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli.
Vi chiedo così di accompagnarmi non soltanto in questi giorni di lavoro, ma anche nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale.
Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino.
Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà.
Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione.
Vi chiedo inoltre di sostenere, ciascuno nella propria Chiesa e nel proprio ministero, questo stile di discernimento ecclesiale.
So che esso richiede pazienza e talvolta suscita interrogativi.
Tuttavia sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato.
Anche da questo dipende la credibilità della nostra testimonianza e la fecondità della nostra missione.
Desidero perciò incoraggiarvi a vivere con convinzione il lavoro nei gruppi.
So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro.
Eppure anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo.
Naturalmente rimarrà spazio anche per gli interventi personali e, come sempre, ciascuno potrà farmi pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate.
Ma vi chiedo di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale.
Anche noi impariamo la sinodalità praticandola, impariamo insieme a crescere nella comunione.
Vi ringrazio fin d’ora per la vostra disponibilità, per la vostra libertà interiore e per il vostro amore alla Chiesa.
Affidiamo questi giorni allo Spirito Santo, perché ci renda docili alla sua voce e ci conceda la grazia di cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo e il bene del Popolo di Dio.
Grazie.
Data: Fri, 26 Jun 2026 07:30:00 +0200 leggi alla fonte
Carissimi fratelli,
ci siamo radunati attorno all’altare del Signore, presso la tomba di San Pietro, per iniziare il Concistoro.
Veniamo a celebrare questa Eucaristia provenendo da ogni parte del mondo: insieme alla nostra vita, offriamo dunque a Dio le comunità e i popoli che portiamo nel cuore, così come i progetti e le esperienze pastorali, liete e faticose.
Questa varietà di affetti e di pensieri ora si concentra: trova cioè quel centro luminoso, che è Cristo.
Egli stesso, in persona, si rivolge a noi dicendo: «Io sono la vite vera» (Gv 15,1).
Mediante Gesù, la grazia e la verità fluiscono nella nostra vita (cfr Gv 1,17), rinnovandoci intimamente: questi doni divini sono la linfa feconda anche del Concistoro che oggi inauguriamo.
È il Vangelo stesso a preparare la condizione affinché sia fruttuoso: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4).
Da un lato, il Maestro ci avverte così che «senza di me non potete far nulla» (v.
5), dall’altro vuole che i suoi discepoli portino «molto frutto» (v.
8).
Sì, molto: la grazia di Dio non produce in chi la accoglie una crescita stentata, ma uno sviluppo rigoglioso.
Il Verbo eterno, infatti, si è fatto uomo perché tutti «abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Iniziata nella fede, questa vita viene persino rafforzata dalla prova della potatura, perché coltivata dalla premura del Padre.
Mentre dunque chiediamo a Dio di concederci forza e sapienza, è significativo che il nostro Concistoro avvenga alla vigilia della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo.
Sostiamo insieme in questa memoria, che ricorda le colonne della Chiesa cattolica e romana, i due missionari martiri la cui predicazione fece tutt’uno con la loro vita, al punto da diventare parte delle Sacre Scritture.
Ascoltando oggi le parole di san Paolo ai Corinzi, possiamo notare la felice consonanza con quelle del Vangelo.
I diversi carismi, infatti, i ministeri e le attività ecclesiali sono come i tralci dell’unica vite, cioè del solo Signore (cf 1Cor 12,4-6) che infonde lo Spirito Santo nella sua Chiesa.
A questa organica unità corrisponde il criterio che fa buoni e gustosi tutti quei servizi ecclesiali: il criterio del bene comune (cfr v.
7).
Carissimi, dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato vorrei trarre alcune indicazioni per il nostro discernimento di questi giorni.
In primo luogo, l’esempio dei santi Pietro e Paolo ci incoraggia a condividere nella fede la vera libertà.
Difatti, proprio la relazione con il Signore Gesù ci libera dal peccato e dalla paura: mentre chiama a seguirlo, Egli stesso ci invia nel mondo come successori degli Apostoli.
Annunciare il Vangelo, celebrare i Sacramenti e dedicarci al gregge del Signore si attua e porta frutto nella misura del nostro credere in Lui, Pastore buono.
La fede è quella virtù, mai scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite.
La Chiesa viva è la Chiesa che crede, per il dono dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori: questa Chiesa porta molto frutto.
Come dunque la grazia divina precede la libertà umana, così la fede della Chiesa precede la nostra e chiede di essere testimoniata con ardore.
Questa missione ha Cristo per principio e fine: con le parole del salmista, «annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria» (Sal 96, 2-3).
In secondo luogo, chiediamo il dono della pace nell’unità.
Mentre invitiamo tutti i popoli alla fede, nella quale siamo davvero liberi, tensioni internazionali e conflitti feriscono gravemente la famiglia umana.
Tuttavia, non mancano, anzi, si moltiplicano nella Chiesa e nel mondo iniziative ed esperienze che richiamano al rispetto della dignità umana, della giustizia, del diritto, semplicemente dell’umano.
Questo è motivo di speranza, perché attesta la bellezza dell’opera di Dio, il quale ci ha creati a sua immagine e somiglianza, come segno della sua gloria nel mondo.
Quando questo segno viene ferito, tutti siamo feriti.
Quando è corrotto, tutti ne soffriamo.
Quando è ucciso, tutti ci sentiamo lacerati.
Perciò la guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche.
L’unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati.
Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico.
La pace è un dovere di giustizia perché siamo un’unica famiglia umana, una magnifica humanitas che trova in Cristo il proprio Capo e Redentore.
Riflettendo sull’Enciclica che ho promulgato il 15 maggio scorso, occorre perciò proseguire nel cammino tracciato da San Paolo VI: quando egli «introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici.
In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano» (Lett.
enc.
Magnifica humanitas, 186.
Cfr S.
Paolo VI, Regina Caeli, 17 maggio 1970).
È così, infatti, che la testimonianza cristiana diventa profezia di un mondo nuovo, evangelizzazione e servizio, progetto culturale e sociale che promuove integralmente lo sviluppo umano.
Mentre annuncia il Vangelo, tra gioie e persecuzioni, la Chiesa non è mai di parte: è per tutti, e a ciascuno rivolge l’identica parola di conversione e di salvezza.
In terzo luogo, gustiamo oggi e sempre la concordia nell’obbedienza, cioè nell’ascolto che riconosce il dono del Verbo, fatto carne per noi.
Attraverso questo esercizio, lo Spirito Santo ci orienta, indicando Egli stesso problemi e opportunità pastorali, purificando le intenzioni e correggendo ciò che devia dal cammino comune.
L’attuazione del Sinodo, per la quale ci stiamo impegnando, invita tutti a procedere nell’unità della fede, nella promozione della pace, nell’obbedienza alla Parola vivente, che è Gesù.
In questa luce «gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 41).
L’unico Verbo, fatto uomo, si esprime difatti in tutte le lingue: il Cristo morto e risorto è la vite vera, che porta frutto mediante tutte le culture che i cristiani trasformano dall’interno.
Così, mentre appassiscono le ideologie del mondo, lo Spirito Santo fa fiorire nella Chiesa l’intesa fraterna, la carità, lo slancio missionario.
Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio.
Sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi.
Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda.
L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro.
L’intercessione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ci accompagni in questo appassionante cammino.
Data: Thu, 25 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
È con gioia che incontro tutti voi, Dirigenti della Federazione Italiana Nuoto, atleti e membri delle delegazioni partecipanti agli Internazionali di Nuoto – 62° Trofeo Sette Colli.
Lo sport, quando ben vissuto, è medicina per il corpo e per lo spirito.
Integra le diverse componenti della persona e le indirizza a valori molto importanti, come l’impegno, la solidarietà, l’onestà.
Nell’attività sportiva, specialmente quella svolta a livelli agonistici, l’essere umano esercita la forza di volontà, ma lo fa nella misura in cui è motivato.
E qui si distingue la qualità dello sportivo: dalla qualità delle sue motivazioni.
Lo sport è anche un’opportunità di crescita spirituale.
E il nuoto, in questo, ha qualcosa di speciale.
Infatti si pratica immersi in un elemento, l’acqua, che avvolge la persona.
Questo richiama simbolicamente un aspetto che ci costituisce, fin dal grembo di nostra madre: vivere significa imparare a muoversi in armonia con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.
Per noi cristiani, poi, l’acqua è simbolo del Battesimo e della vita nuova in Cristo.
C’è, però, un altro motivo per cui mi rallegro della vostra presenza.
Tutti voi, infatti, provenienti da Paesi diversi, vi siete riuniti qui, animati dalla stessa passione e dagli stessi valori, al di là di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura.
Questo fatto, tipico delle manifestazioni sportive internazionali, offre un segno di speranza, un segno del mondo che vogliamo; offre un apporto all’incontro pacifico tra i popoli e alla fraternità.
Perciò vi incoraggio a continuare a praticare e diffondere i valori dello sport.
Perché l’età dell’agonismo passa, ma quei valori restano! Vi affido all’intercessione di San Pier Giorgio Frassati – un giovane sportivo, che amava tanto la montagna – e di cuore benedico tutti voi e i vostri cari.
Grazie!
Data: Thu, 25 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
La trasparenza, l’integrità e la responsabilità nell’ambito delle attività economiche e finanziarie costituiscono degli elementi imprescindibili della buona amministrazione e del servizio al bene comune che devono caratterizzare le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.
Proprio per questo, la Santa Sede si è impegnata, con continuità e determinazione, al progressivo rafforzamento del proprio assetto normativo e istituzionale, sviluppando un sistema organico di prevenzione, vigilanza e controllo fondato sui principi di legalità, trasparenza, proporzionalità e cooperazione con le controparti internazionali.
Tale impegno si è tradotto, nel corso degli anni, nell’adozione di una disciplina sempre più articolata per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nonché nel costante perfezionamento dei meccanismi di vigilanza delle entità che svolgono attività di natura finanziaria.
Parimenti, è stata sviluppata una normativa sempre più strutturata per assicurare la sostenibilità, nonché la sana e prudente gestione, degli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria, nel rispetto sia dell’unicità della missione ad essi affidata sia dei più rigorosi parametri internazionali di riferimento.
La Santa Sede intende proseguire con convinzione su questo cammino, promuovendo un ordinamento che, in armonia con i più elevati parametri internazionali e nel rispetto delle proprie peculiarità istituzionali, possa contribuire attivamente all’integrità e alla sicurezza del sistema finanziario internazionale.
In tale contesto, l’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (ASIF) riveste un ruolo di primaria importanza quale Autorità competente, a norma dell’ordinamento vigente, per la vigilanza, la regolamentazione e supervisione, informazione finanziaria.
Con Chirografo del 5 dicembre 2020, il mio venerato Predecessore ha approvato il vigente Statuto dell’ASIF, consolidando il percorso di sviluppo istituzionale già avviato negli anni precedenti.
Successivamente, la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, del 19 marzo 2022, ha confermato il ruolo strategico dell’Autorità nell’ambito del sistema economico e finanziario della Santa Sede.
In seguito, la Legge n.
DCXIV, del 7 novembre 2023, ha rafforzato ulteriormente il quadro giuridico in materia aggiornando la Legge n.
XVIII dell’8 ottobre 2013 in materia di trasparenza, vigilanza e informazione finanziaria.
Da ultimo, il Regolamento del Personale della Curia Romana del 23 novembre 2025 ha introdotto una nuova disciplina concernente il personale degli Organismi della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede, rendendo opportuno l’adeguamento delle disposizioni statutarie relative all’organizzazione interna dell’Autorità.
Alla luce di questi sviluppi normativi, nonché dell’esperienza maturata dall’Autorità nell’esercizio delle proprie attribuzioni e della costante evoluzione dei parametri internazionali di riferimento, appare opportuno procedere all’aggiornamento dello Statuto dell’ASIF, affinché essa possa continuare a svolgere le funzioni ad essa affidate con la massima efficacia e contribuire, con rinnovato vigore, alla trasparenza, integrità, stabilità e sicurezza del sistema economico-finanziario della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.
Pertanto, ordino che il presente Chirografo e l’annesso Statuto siano promulgati mediante pubblicazione su L’Osservatore Romano ed entrino in vigore il giorno stesso della loro pubblicazione, per essere successivamente inseriti negli Acta Apostolicae Sedis.
Quanto stabilito con il presente Chirografo abbia immediato, pieno e stabile vigore, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche se degna di speciale menzione.
Dal Vaticano, 25 giugno 2026, secondo del Pontificato.
LEONE PP.
XIV
______________________________________
STATUTO
DELL’AUTORITÀ DI SUPERVISIONE E INFORMAZIONE FINANZIARIA
TITOLO I
Articolo 1 - Natura e sede
1.
L’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (“Autorità”) è una Istituzione collegata con la Santa Sede.
2.
L’Autorità è dotata di personalità giuridica canonica pubblica e personalità giuridica civile.
3.
L’Autorità ha sede nello Stato della Città del Vaticano.
Articolo 2 - Funzioni
1.
L’Autorità, cui è assicurata piena autonomia ed indipendenza per l’adempimento delle proprie funzioni istituzionali, ha competenza esclusiva per:
(a) la vigilanza e regolamentazione ai fini della prevenzione e del contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e del finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa;
(b) l’informazione finanziaria, comprese la ricezione delle segnalazioni di attività sospetta, l’analisi operativa, l’analisi strategica, la collaborazione interna ed internazionale, la disseminazione spontanea e su richiesta;
(c) la vigilanza e regolamentazione prudenziale degli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria.
2.
Nell’attuare le proprie competenze di natura regolamentare, l’Autorità adotta regolamenti, istruzioni e linee guida.
3.
L’Autorità fornisce supporto alle altre Autorità Pubbliche della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano nell’ambito della prevenzione e del contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nonché dei relativi reati presupposti.
4.
L’Autorità può servire da sistema di risoluzione alternativa delle controversie che possono sorgere tra gli utenti e gli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria in materia di operazioni e servizi di natura finanziaria.
5.
Nei casi stabiliti dall’ordinamento, l’Autorità irroga, o propone al Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano l’irrogazione di, sanzioni amministrative.
Articolo 3 - Obblighi di rendicontazione
1.
L’Autorità trasmette un rapporto annuale sulle proprie attività al Consiglio per l’Economia, con copia al Presidente del Comitato di Sicurezza Finanziaria.
2.
Il Consiglio per l’Economia può richiedere all’Autorità delle relazioni periodiche sulle attività da essa svolte, nel rispetto della sua autonomia operativa e dei parametri internazionali sulla riservatezza nell’ambito della vigilanza e dell’informazione finanziaria.
3.
L’Autorità, in conformità alle regole di contabilità vigenti, sottopone il proprio bilancio preventivo e consuntivo direttamente all’approvazione del Consiglio per l’Economia.
4.
L’Autorità pubblica un rapporto annuale sul proprio sito istituzionale.
Articolo 4 - Risorse finanziarie
1.
L’Autorità è dotata di risorse adeguate alle sue funzioni istituzionali, nei limiti stabiliti dal bilancio preventivo.
2.
L’Autorità riceve la propria dotazione annuale di funzionamento dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dagli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria.
Il Consiglio per l’Economia determina il contributo di ciascuno.
3.
Le risorse finanziarie annualmente attribuite all’Autorità sono utilizzate in autonomia, secondo criteri di sana gestione finanziaria, senza necessità di ulteriore autorizzazione.
4.
L’Autorità può rivolgersi all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica o al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano per l’acquisto, in conformità alla normativa vigente, di beni e servizi.
TITOLO II
Articolo 5 - Struttura
1.
L’Autorità è retta e rappresentata da un Direttore, con funzioni di indirizzo e di coordinamento.
Il Direttore è coadiuvato da un Vice Direttore.
2.
L’Autorità è suddivisa in Uffici che svolgono le attività ad essi attribuite in modo autonomo ed operativamente indipendente.
3.
A supporto delle attività dell’Autorità operano il Responsabile degli Affari Legali, i servizi amministrativi e i servizi informatici.
4.
Le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità del Direttore, del Vice Direttore, degli Uffici, del Responsabile degli Affari Legali e degli Officiali addetti ai servizi a supporto delle attività dell’Autorità, così come le procedure e le misure volte a garantire l’indipendenza e la separazione operativa fra le funzioni, sono disciplinate nel Regolamento interno.
Articolo 6 - Il Direttore
1.
Il Direttore è nominato dal Sommo Pontefice ad quinquennium tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interesse e con una riconosciuta competenza nei campi giuridico, economico e finanziario e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità.
2.
Il Direttore è legale rappresentante dell’Autorità.
3.
Il Direttore:
(a) è responsabile per l’operato dell’Autorità; ne programma, dirige e controlla le attività, garantendone l’efficacia, l’efficienza e il corretto svolgimento;
(b) garantisce la separazione delle funzioni dell’Autorità, nonché i requisiti di riservatezza e sicurezza;
(c) emana regolamenti, istruzioni e linee guida nei casi stabiliti dall’ordinamento.
4.
Durante la Sede vacante, il Direttore cessa dall’esercizio dell’ufficio.
5.
Il Vice Direttore è nominato dal Sommo Pontefice ad quinquennium, su proposta formulata dal Direttore, tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interessi e con una riconosciuta competenza nelle materie giuridiche, economiche e finanziarie e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità.
6.
Il Vice Direttore sostituisce il Direttore in caso di assenza.
Durante la Sede vacante, il disbrigo degli affari ordinari o di quelli indilazionabili è affidato al Vice Direttore.
7.
Per il rapporto di lavoro del Direttore e del Vice Direttore si attuano i principi e le norme stabiliti nel Regolamento per il personale dirigente laico della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano del 22 ottobre 2012, come eventualmente integrato e modificato.
Articolo 7 - Gli Uffici
1.
L’Autorità è composta da tre Uffici:
(a) Ufficio per la vigilanza e la regolamentazione in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e del finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa;
(b) Ufficio per l’informazione finanziaria;
(c) Ufficio per la vigilanza e la regolamentazione in materia prudenziale.
2.
Gli Uffici sono operativamente autonomi e indipendenti nello svolgimento delle proprie attività.
Articolo 8 – Il Responsabile degli Affari Legali
1.
Il Responsabile degli Affari Legali supporta il Direttore e gli Uffici nei rispettivi adempimenti, rappresenta in giudizio l’Autorità, gestisce tutte le attività di contenzioso, cura i profili legali connessi all’esercizio del potere sanzionatorio.
2.
Il Responsabile degli Affari Legali cura l’effettivo svolgimento della funzione di sistema di risoluzione alternativa delle controversie connesse alla prestazione dei servizi di natura finanziaria.
3.
Il Responsabile degli Affari Legali è responsabile dei diritti fondamentali nell’ambito dell’attività di informazione finanziaria.
Articolo 9 - Personale
1.
L’Autorità è dotata di risorse umane adeguate alle sue funzioni istituzionali, nei limiti stabiliti dalla Tabella organica.
2.
I Capi Ufficio, i Responsabili degli Uffici, il Responsabile degli Affari Legali e gli Officiali sono scelti tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interessi e con un significativo livello di preparazione nei campi giuridico, economico e finanziario e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità.
L’individuazione e la scelta degli stessi deve rispecchiare, il più possibile, l’universalità della Chiesa Cattolica.
3.
L’assunzione e la gestione del personale dell’Autorità è di competenza del Direttore, che può avvalersi della Direzione per le Risorse Umane della Santa Sede.
Articolo 10 - Consultori
1.
L’Autorità si può avvalere della collaborazione di Consultori, selezionati tra coloro che si distinguono per scienza, comprovata capacità e prudenza.
L’individuazione e la scelta degli stessi deve rispecchiare, il più possibile, l’universalità della Chiesa Cattolica.
2.
I Consultori sono nominati ad quinquennium dal Sommo Pontefice su proposta del Direttore, per il tramite della Segreteria di Stato.
3.
I Consultori, che normalmente collaborano a titolo gratuito e ai quali possono essere assegnate questioni che esigono uno studio particolare, offrono la propria collaborazione alle attività dell’Autorità dando in merito, solitamente per iscritto, il proprio parere.
Quando sia ritenuto necessario i Consultori – tutti o parte di loro, attese le specifiche competenze – possono essere convocati collegialmente per esaminare particolari questioni e dare il loro parere.
TITOLO III
Articolo 11 - Protezione dei documenti, dati ed informazioni
1.
I documenti, i dati e le informazioni posseduti dall’Autorità sono:
(a) utilizzati esclusivamente ai fini stabiliti dall’ordinamento;
(b) protetti al fine di garantire la loro sicurezza, integrità e riservatezza;
(c) coperti dal segreto d’ufficio.
2.
I documenti, i dati e le informazioni relativi alle funzioni dell’Autorità, con particolare riguardo per quelli inerenti alla funzione di informazione finanziaria, possono essere visionati ed utilizzati esclusivamente dal personale specificamente individuato e abilitato a norma del Regolamento interno.
3.
Il Regolamento interno individua i livelli di accesso alle informazioni, le relative misure di sicurezza, le modalità per la condivisione e la trasmissione, nei casi previsti dalla legge, attraverso canali protetti.
4.
L’Autorità è responsabile della conservazione del proprio archivio, cartaceo e digitale, che deve essere custodito in un luogo sicuro e protetto.
Articolo 12 - Norma finale
Per quanto non previsto dal presente Statuto e dal Regolamento interno, si fa riferimento alle disposizioni del diritto canonico e alla normativa vigente nell’ordinamento giuridico della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, per quanto applicabili.
Data: Thu, 25 Jun 2026 11:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di dare il benvenuto, qui questa mattina, a tutti voi, Presidenti e rappresentanti dei College e delle Università dei Gesuiti del Nord America, e vi ringrazio per la vostra presenza.
Sono certo che la vostra visita a Roma e al Vaticano servirà a rafforzare i vostri vincoli sia con il Successore di Pietro, sia con la leadership della Compagnia di Gesù, che da secoli è impegnata nel campo dell’educazione.
Mentre possiamo guardare al passato con gratitudine per tutto ciò che è stato realizzato nella storia di ognuno dei vostri istituti educativi, siamo anche ben consapevoli della moltitudine di sfide che l’umanità deve affrontare oggi.
Di fatto, il nostro è stato definito un tempo di cambiamenti epocali.
Le società stanno diventando sempre più secolarizzate, con molti che cercano di eliminare ogni menzione di Dio dalla sfera pubblica e dalla cultura popolare.
I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri, dei migranti e di coloro che il mondo considera emarginati.
Molte volte i giovani sono lasciati senza speranza in un mondo che sembra privo della promessa di un futuro migliore, e l’ambiente naturale continua a essere degradato da coloro che vorrebbero sfruttare le risorse del pianeta per i propri interessi invece che per il bene comune.
Il nostro mondo è anche sempre più consapevole del crescente impatto dell’intelligenza artificiale e degli effetti a più ampio raggio che può avere sull’umanità.
A tale riguardo, le quattro Preferenze Apostoliche Universali della Compagnia di Gesù, che sono state confermate dal mio predecessore nel 2019, propongono cammini che potrebbero aiutare ad affrontare tali sfide al livello dell’educazione superiore.
Vorrei riflettere con voi su queste quattro Preferenze.
La prima, indicare il cammino verso Dio mediante gli Esercizi Spirituali e il discernimento, integra in modo naturale le vostre attività accademiche.
Chi conduce ricerche, chi si dedica agli studi e chi cerca la verità, in definitiva sta cercando Dio, che se ne renda conto o meno (cfr.
Visita pastorale all’Università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026).
È pertanto essenziale fornire modi perché i membri delle vostre comunità accademiche imparino a conoscere Colui che è Verità.
Di fatto, nel nostro tempo, come ho osservato durante la recente visita in Spagna, “[n]umerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio” (Veglia di preghiera, 9 giugno 2026).
Alla luce di questa tangibile e crescente fame di Dio tra i giovani, vorrei quindi incoraggiarvi a continuare a mettere a disposizione nei vostri campus opportunità di partecipazione agli Esercizi.
In tal modo, i membri delle vostre comunità accademiche potrebbero riuscire ad avere un incontro personale con nostro Signore e cercare liberamente di servirlo nella loro vita quotidiana.
In modo analogo, i principi degli Esercizi riguardanti il discernimento possono essere strumenti utili per voi, perché siate aperti ai suggerimenti dello Spirito Santo nelle decisioni che prendete quotidianamente.
La seconda preferenza della Compagnia, camminare insieme ai poveri e agli esclusi del mondo, è particolarmente importante in un tempo in cui un numero record di nostri fratelli e sorelle sta vivendo in povertà.
Molti alla fine sono costretti a lasciare le proprie case per diverse ragioni, come la guerra, la persecuzione religiosa o politica, la fame e gli effetti del cambiamento climatico.
I vostri istituti sono chiamati non solo a far conoscere agli studenti le ingiustizie subite da quanti sono ai margini della società, ma anche di essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico attraverso la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune (cfr.
Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025).
È anche importante offrire agli immigrati, ai rifugiati e a quanti hanno uno status socioeconomico più basso opportunità per beneficiare di un percorso di studi avanzato.
In tal modo, riusciranno a integrarsi più pienamente nelle società nelle quali vivono oltre che ad arricchire la comunità degli studenti nel suo complesso con le loro esperienze e prospettive diverse.
I vostri college e le vostre università sono anche luoghi naturali per accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza, che è la terza preferenza.
Gli studenti di solito iniziano il loro percorso accademico pieni di idealismo e di energia, spesso cercando di servire i bisogni degli altri.
Gli studi svolti nei vostri campus, le amicizie che vi nascono in modo naturale e l’opportunità d’incontro con il pensiero e la ricerca di grandi studiosi, passati e presenti, per tutti nelle vostre comunità accademiche, possono portare un senso di speranza e la promessa di ciò che potrebbe cambiare in meglio (cfr.
Discorso ai docenti e agli studenti, Università “Sapienza” , 14 maggio 2026).
Vi invito a continuare a promuovere quel senso di speranza tra i membri delle vostre comunità attraverso opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la risurrezione di Cristo è la fonte ultima della nostra speranza (cfr.
1 Pt 1, 3) e che con lui tutto è possibile (cfr.
Mt 19, 26).
La quarta preferenza riguarda un altro dovere urgente, ovvero collaborare nella cura del creato.
Si tratta di un compito particolarmente importante alla luce delle realtà che viviamo quotidianamente, quali gli effetti del cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte di pochi a scapito del bene comune.
A tale riguardo, vi incoraggio a perseverare nei vostri sforzi di sensibilizzare le comunità dei vostri campus riguardo ai pericoli attuali, ma anche a lasciare “che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio” (Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025).
In tal modo, i vostri istituti potranno insegnare con l’esempio, e non solo con la teoria.
Infine, il nostro è un tempo che sta subendo sempre più l’impatto dell’intelligenza artificiale, con la quale altre “nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere” (Lettera Enciclica Magnifica humanitas, 15 maggio 2026, n.
4).
È importante iniziare adesso ad affrontare le conseguenze, sia positive sia negative, derivanti da questi progressi.
I college e le università hanno un ruolo speciale da svolgere a questo riguardo, specialmente dando ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa nuovo slancio “in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale” (Ibidem, n.
47).
Miei cari amici, con queste riflessioni esprimo gratitudine per tutto ciò che fate nelle vostre importanti attività educative.
Con l’aiuto delle preghiere di sant’Ignazio di Loyola, possiate continuare la tradizione gesuita di formare quanti sono affidati alle vostre cure a essere “uomini e donne per gli altri”.
Imparto con piacere a ciascuno di voi la mia Benedizione Apostolica, che estendo volentieri ai vostri cari e alle comunità degli istituti che rappresentate.
Grazie.
____________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
143, giovedì 25 giugno 2026, p.
2.
Data: Thu, 25 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Porgo i miei cordiali auguri a tutti gli americani in occasione del 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza.
Questa ricorrenza dei 250 anni ricorda quel momento unico nella storia degli Stati Uniti d’America, il 4 luglio 1776, che ha dato voce duratura agli ideali di libertà, di uguaglianza, di ricerca della felicità, di giustizia e di autogoverno democratico.
Per due secoli e mezzo, generazioni di americani hanno lavorato insieme per portare avanti questi principi, attraverso sacrificio, servizio, innovazione e partecipazione civica.
Il presente anniversario rappresenta un invito non solo a celebrare lo straordinario percorso della nazione, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri e verso le generazioni che erediteranno la nazione che viene plasmata oggi.
Uno dei principi più cari tra questi è la libertà religiosa: il diritto di ogni persona di rendere culto secondo la propria coscienza e di praticare la sua fede apertamente, senza coercizione o paura.
Nel celebrare questo anniversario, è importante riconoscere che la libertà di religione è da molto tempo centrale alla promessa americana, tutelando sia la dignità individuale, sia la pacifica coesistenza di un popolo variegato.
Questa stessa libertà ha consentito alla Chiesa cattolica di radicarsi e prosperare negli Stati Uniti, a vantaggio non solo dei suoi membri, ma anche dell’intera nazione.
Come figli e figlie fedeli della Chiesa, i cattolici sono chiamati a permeare ogni dimensione della loro esistenza della carità di Cristo (cfr.
2 Cor 5, 14), vivendo il Vangelo nelle circostanze della vita quotidiana.
Questo modo di vivere ha dato origine ai molti benefici con cui la Chiesa nel corso degli anni ha contribuito allo sviluppo di questa nazione.
In particolare vorrei ricordare il suo servizio negli ambiti dell’educazione, la cura preferenziale per i poveri, l’assistenza sanitaria e i servizi sociali di base, solo per citarne alcuni.
Nell’Enciclica Sapientiae christianae, il mio predecessore Papa Leone XIII scrisse che “[n]essun cittadino […] è migliore di un vero cristiano, memore del proprio dovere” (n.
7).
Di fatto, la fede — ben lungi dall’essere in contrasto con le responsabilità civiche — presta nuovo vigore alla ricerca della giustizia, della pace e del bene comune, portando a perfezione ogni dono naturale elargito dal Creatore.
Lo stesso san Paolo incoraggiava i primi cristiani a pregare per coloro che occupavano posizioni di autorità al fine di vivere una vita tranquilla secondo il volere di Dio (cfr.
1 Tm 2, 2).
A tale riguardo, è nel fedele adempimento del dovere — verso Dio e verso il Paese — che i cattolici sono chiamati a continuare a servire la nazione, come lievito per la crescita di una civiltà dell’amore (cfr.
Mt 13, 33).
Tra i principi che hanno guidato la crescita di questo Paese, c’è anche la dignità donata da Dio di ogni vita umana, essendo ogni persona dotata di un valore inerente che esige riverenza, protezione e cura.
In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio con il concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore.
La difesa della vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e i cui contributi hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dall’inizio.
In ogni generazione, quanti sono arrivati alla ricerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno aiutato a plasmare il carattere della nazione.
Accoglierli con compassione e generosità non è soltanto un atto di carità, ma anche il riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana.
Nella mia recente Lettera Enciclica, Magnifica humanitas, ho scritto sul lavorare insieme per il bene comune.
«Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige [.
.
.
] una corresponsabilità coraggiosa.
Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo» (n.
13).
Abbiamo bisogno gli uni degli altri, e abbiamo bisogno di lavorare insieme in unità per affrontare le sfide dinanzi alle quali si trova oggi il mondo.
Possa questa pietra miliare rinnovare l’impegno comune verso la promessa di libertà, giustizia, opportunità e democrazia.
Possano gli americani onorare il coraggio e la visione di quanti li hanno preceduti, rafforzando le loro comunità, rispettando le loro differenze e lavorando insieme per un’unione più perfetta.
Auguri in questo straordinario anniversario nazionale.
Possa lo spirito del 1776 continuare a ispirare speranza e unità mentre gli Stati Uniti d’America procedono verso il futuro.
Assicurando tutti voi delle mie preghiere nei vostri rinnovati sforzi per rafforzare la nazione nei principi che guidarono i suoi Padri Fondatori, vi affido all’intercessione dell’Immacolata Concezione, patrona di questo Paese, affinché continui a vegliare sull’America e a proteggere tutti coloro che vi dimorano.
Dal Vaticano, 25 giugno 2026
Leone PP.
XIV
____________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
150, sabato 4 luglio 2026, p.
5.
Data: Wed, 24 Jun 2026 14:30:00 +0200 leggi alla fonte
Sua Santità Papa Leone XIV invia cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale a tutti coloro che partecipano alla Conferenza sulla Salute, incentrata su “Un approccio olistico alla salute nella Confederazione Caritas”.
Egli prega perché le deliberazioni contribuiscano a un nuovo slancio per la cooperazione e la solidarietà nei vostri sforzi per migliorare l’assistenza sanitaria ai malati basata sui valori evangelici.
Di fatto, la Scrittura spesso ritrae Gesù come Medico Divino che porta salus agli infermi guarendo una vasta gamma di afflizioni mentali, fisiche e spirituali che causavano loro dolore, umiliazione e isolamento.
Sua Santità di recente in Magnifica humanitas ha affermato che la «dignità ontologica […] appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (n.
52), e pertanto trascende le circostanze individuali della persona.
Restituendole la salute, Gesù rivela questa dignità inerente (cfr.
Gen 1, 26) e quindi indica la nostra salvezza eterna in Dio.
Il Santo Padre vi incoraggia a continuare a contribuire alla missione della Chiesa mentre proclama il Regno di Dio attraverso la sua presenza tra i malati, dimostrando che la salvezza non è un’idea astratta ma inizia con l’azione concreta di guarire le ferite di quanti soffrono (cfr.
Dilexi te, n.
52).
In tal modo, confida che il vostro lavoro sarà sempre teso a portare la compassione e la bontà di Dio ai più bisognosi.
Con questi sentimenti, Papa Leone XIV imparte volentieri la sua Benedizione Apostolica, come pegno di saggezza, forza e gioia nel Signore, a tutti voi e ai vostri collaboratori.
Pietro Card.
Parolin
Segretario di Stato
_________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
142, mercoledì 24 giugno 2026, p.
6.
Data: Wed, 24 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Conferma i tuoi fratelli (cfr.
Lc 22,32), questa è la missione che il Signore Gesù affidò all’Apostolo Pietro e che continua nel ministero dei suoi Successori che governano la Chiesa che è in Roma.
La Diocesi di Roma, nella peculiarità del suo legame con il ministero petrino, è chiamata a rendere particolarmente visibile quella comunione ecclesiale che costituisce insieme dono e compito per tutti i discepoli del Signore.
In un tempo nel quale l’evangelizzazione domanda rinnovato slancio apostolico e una sempre più efficace capacità di testimonianza, appare necessario che anche le strutture ecclesiastiche siano costantemente orientate a sostenere la missione, a promuovere la comunione ecclesiale e a sostenere l’esercizio ordinato dei compiti affidati a coloro che partecipano alla vita della Chiesa di Roma.
In questo contesto, il Vicariato di Roma è chiamato a essere non soltanto strumento di governo ecclesiale, ma anche espressione di quella comunione missionaria che deve animare ogni dimensione della vita della Chiesa che è in Roma.
In questa prospettiva si colloca il costante impegno di rinnovamento che ha accompagnato, nel corso degli anni, l’evoluzione dell’ordinamento del Vicariato.
Questo cammino ha trovato una significativa tappa nella Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione, promulgata dal mio venerato Predecessore Papa Francesco il 6 gennaio 2023, con la quale è stato delineato un nuovo assetto istituzionale volto a rendere più efficace il servizio pastorale della Diocesi di Roma e a rafforzarne l’impulso missionario.
L’esperienza maturata nell’applicazione di tale Costituzione Apostolica e l’ascolto attento delle esigenze emerse nella vita pastorale della Diocesi hanno tuttavia suggerito l’opportunità di procedere a una ulteriore verifica di alcune disposizioni, affinché gli strumenti giuridici e organizzativi del Vicariato possano corrispondere sempre meglio alle finalità ecclesiali che sono chiamati a servire.
Per questo motivo, con il Decreto circa l’assegnazione dei Settori territoriali ai Vescovi Ausiliari e al Vicegerente della Diocesi di Roma del 25 febbraio 2026, ho disposto la costituzione di uno specifico Gruppo di lavoro incaricato di esaminare la vigente disciplina e di formulare eventuali proposte di aggiornamento.
Ora, dopo aver attentamente ponderato le indicazioni ricevute, ritengo opportuno apportare alcune modifiche alla Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione, affinché il Vicariato di Roma possa rispondere con sempre maggiore efficacia alle esigenze della missione evangelizzatrice, favorire una più intensa comunione ecclesiale e sostenere il servizio pastorale della Chiesa che è in Roma.
Pertanto, dopo aver attentamente esaminato il lavoro compiuto e dopo matura riflessione, con la presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio stabilisco e dispongo che la Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione del 6 gennaio 2023, entrata in vigore il 31 gennaio 2023, sia integralmente sostituita dal testo allegato alla presente Lettera Apostolica e che ne costituisce parte integrante.
Quanto deliberato con questa Lettera Apostolica, ordino che abbia fermo e stabile vigore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di speciale menzione, e che sia promulgato tramite pubblicazione su L’Osservatore Romano, entrando in vigore il giorno stesso della pubblicazione, e in seguito inserito nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.
Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 24 giugno dell’anno 2026, Solennità della Natività di San Giovanni Battista, secondo del Pontificato
LEONE PP.
XIV
_________________________________
COSTITUZIONE APOSTOLICA
IN ECCLESIARUM COMMUNIONE
CIRCA L’ORDINAMENTO
DEL VICARIATO DI ROMA
Proemio
1.
Nella comunione delle Chiese, alla Chiesa di Roma è affidata la particolare responsabilità di accogliere la fede e la carità di Cristo trasmesse dagli Apostoli e di testimoniarle in modo esemplare.
È quindi primaria preoccupazione del suo Vescovo provvedere a quanto è necessario perché questa Chiesa corrisponda a ciò che le dice lo Spirito del Signore Gesù Cristo (cfr Ap 3,22).
Congiunto agli altri Vescovi nella comune successione apostolica, [1] il Vescovo di Roma, successore di Pietro e, in quanto tale, «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli», [2] esercita il proprio ministero anzitutto garantendo che il popolo di Dio nella Diocesi a lui affidata sia confermato nella fede e nella carità (cfr Lc 22,32).
In questo modo egli per primo onora il principio secondo il quale ciascun vescovo, reggendo bene una porzione della Chiesa universale, contribuisce «efficacemente al bene di tutto il corpo mistico, che è anche il corpo delle chiese».
[3]
2.
La Chiesa è posta nel mondo come “samaritana” (cfr Lc 10, 25-37), [4] come sacramento di salvezza, [5] in intima solidarietà con la storia delle donne e degli uomini che vivono in questo mondo, [6] nell’attesa del suo compimento in Cristo.
Mentre ricordiamo i sessant’anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale.
[7]
Per rianimare la missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, vanno sostenute e promosse, in sinergia, la collegialità episcopale e l’attiva partecipazione del popolo dei battezzati.
In questo orizzonte si colloca l’impegno per la riorganizzazione del Vicariato, l’organismo che a Roma svolge la funzione di Curia diocesana, [8] riprendendo e proseguendo l’opera compiuta dai miei predecessori, San Paolo VI e San Giovanni Paolo II, con le Costituzioni Apostoliche Vicariae potestatis (1977) ed Ecclesia in Urbe (1998), e da quanti hanno generosamente contribuito ad adempierle nella cura pastorale.
Anche il Vicariato di Roma - come altre strutture direttamente collegate al ministero petrino: la Curia Romana, il Sinodo dei Vescovi - è chiamato a diventare sempre più «un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione», [9] a servizio di una Chiesa che si riconosce di fronte a tutti, anche a chi vive nell’indifferenza religiosa, come «comunità evangelizzatrice [che] si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».
[10]
Se ogni chiesa locale è, «ciascuna nel proprio territorio, il popolo nuovo chiamato da Dio nello Spirito Santo», [11] desidero che quella di Roma, affidata al mio servizio episcopale, possa risplendere come esempio della comunione di fede e di carità, pienamente coinvolta nella missione dell’annuncio del Regno di Dio, custode della speranza divina di accogliere tutti nella sua salvezza (cfr Is 25, 6 ss.
).
Valga per Roma quello che san Gregorio Magno scrisse di sé al Patriarca Eulogio di Alessandria: «non ricerco la mia grandezza con le parole, ma con la mia condotta […] Scompaiano le parole che gonfiano la vanità e ledono la carità».
[12]
3.
Siamo in un tempo di rinnovamento nel quale bisogna operare insieme, come popolo di battezzati, vincendo la «tentazione pelagiana» che tutto riduce all’ennesimo piano «per cambiare strutture, ma radicandosi in Cristo e lasciandosi condurre dallo Spirito».
[13] Sogno una trasformazione missionaria che coinvolga integralmente le persone e le comunità, senza nascondersi o cercare conforto nell’astrattezza delle idee.
[14] Si tratta, dunque, di «porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno».
[15]
4.
Consapevole di avere sempre bisogno di convertirsi, non presumendo di essere migliore delle altre, è nella natura spirituale, pastorale e canonica della diocesi di Roma rappresentare in sé la missione di esemplarità in costante tensione verso il regno di Dio.
Se nella Chiesa si riflette la luce che è Cristo (cfr Gv 8, 12) [16] - i Padri hanno parlato, a questo proposito, del “mistero della luna” - possiamo pensare alla Chiesa di Roma come a quella nella quale si riflette, con una singolare luminosità, il volto della Chiesa universale, popolo santo che ha il compito di essere testimone credibile dell’amore di Dio, riconoscendo e aiutando a vedere in particolare nei poveri e nei sofferenti l’immagine di Cristo povero e sofferente.
[17] Nel nostro tempo la capacità della Chiesa di riflettere la luce divina è stata messa duramente alla prova: non vengono meno però né il desiderio profondo di questa luce né la disponibilità della Chiesa ad accoglierla e condividerla.
La Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo.
Questo non è un problema solo per la Chiesa: lo è anche per coloro che la Chiesa, popolo di Dio, è chiamata a servire con l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità.
Solo nella totale donazione di sé a Cristo per un servizio alla salvezza del mondo la Chiesa rinnova la sua fedeltà perché, come insegna Sant’Ambrogio, «tutto quel che si è svuotato riacquista pienezza».
[18]
5.
Per comprendere l’identità della Chiesa, anche della Chiesa di Roma, è necessario riconoscere la sua “trama sacramentaria”, cioè il suo essere riferita ad altro da sé.
Si vigila così sulla “tentazione sostitutiva”: la tentazione di fare da soli, come se il Signore, ascendendo al cielo, avesse lasciato un vuoto da riempire con le nostre iniziative.
[19] Superando la tentazione di sostituire alla luce di Cristo e alla voce dello Spirito luci e ispirazioni mondane e clericali, siamo ricondotti alla missione del popolo dei battezzati, chiamato a essere «segno e strumento» credibile «dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano».
[20]
A Roma, come nelle altre Chiese particolari, bisogna continuare ad ascoltare la voce dello Spirito Santo che si manifesta anche oltre i confini dell’appartenenza ecclesiale e religiosa, curando uno stile sinceramente ospitale, animati dalla spinta di chi esce a cercare i tanti esiliati dalla Chiesa, gli invisibili e i senza parola della società (cfr Mt 22, 9).
[21] Torniamo così alla lezione dei Padri che, guardando all’esperienza dell’esodo e dell’esilio, leggono la necessità per la Chiesa di essere come la tenda mobile nel deserto, da smontare, rimontare e “allargare” lungo il cammino (cfr Is 54, 2).
Il primo effetto dello slancio evangelizzatore e sinodale dovrà essere recuperare fiducia nello Spirito Santo che guida i diversi cammini ecclesiali, apre nuove comprensioni del contenuto della Rivelazione, [22] distoglie dalla rigidità delle formule e delle strutture: meglio comunità inquiete, prossime «agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti», [23] che luoghi a chiusura stagna.
[24]
6.
Perché questo sia possibile, è necessario valorizzare la comune dignità battesimale, anche tramite istituzioni, strutture e organismi rinnovati.
È compito essenziale del vescovo garantire uno spazio aperto a tutti, dove ciascuno trovi posto, abbia la possibilità di prendere la parola, sentendosi ascoltato e imparando ad ascoltare.
Scrutando i segni dei tempi, [25] il discernimento spirituale permetterà di riconoscere nuove esigenze e di favorire più larghe e inclusive soggettività pastorali, estendendo la partecipazione e la condivisione delle responsabilità: «camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità.
La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo.
I pastori camminano con il popolo».
[26]
7.
La riorganizzazione del Vicariato tiene conto delle molte e diverse realtà ecclesiali presenti nell’Urbe, oltre che della situazione sociale ed economica delle persone e delle famiglie che la abitano o che attorno ad essa gravitano.
Alla Chiesa di Roma appartengono a proprio titolo i membri del Collegio Cardinalizio ai quali spetta di eleggere, a norma di diritto, il Vescovo di Roma.
Qui hanno sede le Istituzioni della Curia Romana, delle quali si avvale la Santa Sede per l’esercizio delle sue funzioni universali.
Vi si trovano inoltre gli organi di governo di un gran numero di Istituti di Vita consacrata e Società di Vita apostolica, comunità deputate alla formazione dei ministri ordinati, qualificate, antiche e più recenti, istituzioni culturali della Chiesa e gli uffici centrali di diverse organizzazioni cattoliche internazionali.
Roma è altresì la sede primaziale d’Italia e la sede della Conferenza Episcopale Italiana, nonché di varie organizzazioni apostoliche nazionali.
A Roma studia e vive un elevato numero di presbiteri, di religiosi e di cristiani laici provenienti dalle varie parti del mondo: la loro presenza e la loro attività - se ben coordinate a fronte di esigenze umane, spirituali e pastorali - arricchiscono la vita cristiana di Roma con l’apporto di diverse spiritualità ed esperienze.
Roma presenta anche tutte le caratteristiche proprie della capitale di uno Stato moderno, nella quale si riflettono come in uno specchio globale i problemi e le difficoltà dell’intera Nazione, dell’Europa e del mondo.
Quale sede delle principali istituzioni nazionali, e di organismi internazionali, e centro culturale, sociale e politico di primaria importanza, essa contribuisce a creare nei suoi abitanti particolari esigenze.
8.
Un numero rilevante di persone e di famiglie che abitano i diversi quartieri della città di Roma, non solo le periferie, è gravato da pesanti difficoltà economiche, sociali, psicologiche e sanitarie.
L’invecchiamento della popolazione, la crisi demografica, la presenza di persone senza fissa dimora, sono conseguenza di scelte poco avvedute, oltre che sintomo delle fatiche e delle incertezze del nostro tempo.
I cristiani di Roma, e in particolare coloro ai quali sono affidati incarichi e responsabilità pastorali, siano consapevoli di dover svolgere la loro missione in un contesto nel quale molte persone si trovano a vivere situazioni di grande sofferenza.
Particolare impegno deve riversarsi nell’accoglienza dei tanti rifugiati e migranti perché la Chiesa di Roma sia, per tutte le altre Chiese, testimone del fatto che nessuno deve essere escluso: «le tue porte saranno sempre aperte» (Is 60, 11).
Attraverso programmi pastorali e sociali mirati va riconosciuto, sostenuto e valorizzato il contributo che ciascuno può dare al bene di tutti.
9.
Per la sua storia singolare, Roma custodisce un patrimonio artistico unico, fiorito in gran parte nel contesto dell’esperienza della fede cristiana.
La città è meta di pellegrinaggi religiosi e conosce ingenti flussi turistici.
La Chiesa di Roma, attraverso i suoi organismi pastorali, dovrà prendersi cura anche delle persone che a Roma cercano testimonianze di autentica bellezza e di una ricca storia cristianamente connotata, ma pure debitrice verso altre tradizioni e culture.
10.
Per la sua stessa singolare vocazione, alla Chiesa che è a Roma non può non stare particolarmente a cuore il cammino verso la piena e visibile unità dei cristiani.
L’intento ecumenico, che non dipende da scelte o iniziative contingenti ma dalla stessa volontà di Cristo, dalla fede in Lui e dal Battesimo che accomuna i cristiani, rappresenta un impegno prioritario della diocesi.
Esso va alimentato con la conoscenza reciproca, la carità vicendevole, lo scambio dei doni, la collaborazione con le sorelle e i fratelli di altre Confessioni cristiane.
11.
La Chiesa di Roma, fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, continuerà a promuovere e a favorire l’amicizia e il dialogo con la Comunità ebraica romana, una delle più antiche presenti nel mondo.
12.
La presenza di tante persone, famiglie e comunità appartenenti a diverse tradizioni religiose richiede anche alla Chiesa di Roma una particolare attenzione al dialogo interreligioso, evitando proselitismi senza rinunciare a una gioiosa testimonianza della fede trasmessa dagli apostoli e della carità cristiana.
13.
La memoria viva dei missionari che nel corso dei secoli sono partiti dalla Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per annunziare il Vangelo in ogni parte della Terra, sollecita in tutta la Diocesi e in ogni fedele di Roma l’apertura alla missio ad gentes, per rendere testimonianza della carità universale che la anima e che anima la missione apostolica del proprio Vescovo, Pastore Universale della Chiesa.
14.
Alla luce di queste considerazioni è bene richiamare alcuni dei più gravi e urgenti impegni, già in parte segnalati dalla Costituzione Apostolica Ecclesia in Urbe, che attendono la Chiesa di Roma e sollecitano l’azione pastorale del Vicariato e di ogni componente diocesana.
Essi sono: l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità verso ogni abitante della Città e in ogni ambiente; la promozione di uno stile sinodale e di pratiche sinodali, così da favorire l’ascolto, la partecipazione, la corresponsabilità, e la missione di tutti i battezzati; la cura delle vocazioni al ministero ordinato e alle diverse forme di vita consacrata, accompagnando il discernimento con una formazione evangelicamente umanizzante dei candidati; l’ascolto e il sostegno ai ministri ordinati, favorendo periodiche occasioni di preghiera e riflessione comuni; il rinnovamento delle modalità di presenza parrocchiale nelle diverse zone della città, perché sia, al contempo, ospitale e in uscita verso chi è lontano; l’amministrazione dei sacramenti, assicurando la formazione continua e il confronto con i ministri ordinati e i catechisti; la pastorale familiare e giovanile di fronte all’infragilirsi dei legami e alla crescente incredulità; l’attenzione da rivolgere agli anziani, valorizzando il patrimonio delle esperienze e nella sollecitudine per i loro bisogni; la vicinanza alle persone sole, ai malati e ai carcerati; l’impegno nell’ambito della cultura e delle comunicazioni, perché il pensiero e le relazioni possano nutrirsi di Vangelo; la pastorale della mobilità umana, di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza, assicurando alle comunità straniere luoghi di culto e di incontro per sentirsi a casa lontano da casa, e, insieme, favorendo la graduale integrazione; l’impegno sociale e la testimonianza della carità verso le vecchie e nuove povertà di cui soffrono tante persone e famiglie nella città.
Particolare attenzione deve essere rivolta al discernimento della vocazione al diaconato permanente, alla formazione nella prospettiva di una effettiva corresponsabilità pastorale, e per il servizio della carità.
Bisogna, inoltre, assicurare la continua formazione di catechisti, lettori, accoliti e di altre figure ministeriali, per dare piena espressione dei doni battesimali; insistere nell’incontro ecumenico e nel dialogo interreligioso; prestare attenzione a quanti non hanno una fede, ma sono portatori delle domande che sfidano le nostre autoreferenzialità; tenere presente la necessità della ristrutturazione delle chiese e la costruzione delle nuove parrocchie, in particolare nelle periferie della città, armonizzando bellezza, sobrietà e sostenibilità ambientale ed economica, e assicurando strutture a servizio dell’attività pastorale e del quartiere.
Chiedo, infine, di vigilare sulla gestione economica, perché sia prudente e responsabile, confidando sempre nella provvidenza divina, e condotta in coerenza con il fine che giustifica il possesso di beni da parte della Chiesa, sacramento di Cristo povero (cfr Fil 2, 5-8), a sostegno dell’attività pastorale e della carità.
15.
Poiché ad ogni ufficio nel popolo di Dio sono collegati comportamenti e impegni corrispondenti alla sua natura, nel disporre questa nuova Costituzione per il Vicariato, di fronte a un «cambiamento epocale» [27] che tutto e tutti coinvolge, auspico che esso sia principalmente un luogo esemplare di comunione, dialogo e prossimità, accogliente e trasparente a servizio del rinnovamento e della crescita pastorale della Diocesi di Roma, comunità evangelizzatrice, Chiesa sinodale, popolo testimone credibile della misericordia di Dio.
E chiedo a quanti ne fanno parte che, nell’adempimento della loro missione, facciano proprio lo sguardo di Gesù (cfr Lc 19, 5), che insegna a guardare dal basso.
Lui che «si è abbassato fino a lavarci i piedi», riassumendo così «l’intera storia della salvezza».
[28]
A questo scopo si dovranno osservare i principi e le norme qui di seguito riportati che sostituiscono quelli finora vigenti, derogando per quanto necessario a tutte le disposizioni generali e particolari di documenti antecedenti.
Titolo I
PRINCIPI ORIENTATIVI
Articolo 1
Ogni attività svolta nell’ambito del Vicariato di Roma, a qualsiasi livello e con qualsiasi grado di responsabilità, è sempre per sua natura pastorale, orientata alla realizzazione del mistero della salvezza per la Chiesa di Cristo che è in Roma, secondo uno stile sinodale, e favorisce così quell’esemplarità nella missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, di cui questa Chiesa particolare di origine apostolica è debitrice all’intera Chiesa cattolica e alle donne e agli uomini del mondo.
[29]
Articolo 2
Il fine di ogni attività svolta dagli Uffici del Vicariato di Roma è quello di sostenere l’annuncio del Vangelo, seguendo gli indirizzi del programma pastorale diocesano.
Ponendosi al servizio di tutti i soggetti e di tutte le realtà ecclesiali, in specie delle parrocchie, ogni Ufficio è coinvolto nell’impegno a far crescere - mediante un’assidua opera di ascolto, formazione e coordinamento - la corresponsabilità dei fedeli, la comunione e l’unità pastorale, in vista di un più incisivo e permanente impegno missionario nella Città e nel Mondo.
Articolo 3
Pur nella distinzione dei compiti e nella responsabilità propria di ciascuno, tutti coloro che lavorano a qualsiasi titolo negli Uffici del Vicariato di Roma, scelti in base al loro percorso religioso di fede, esperienza pastorale e competenza, prestino la loro valida collaborazione in spirito di servizio, guardando alla diaconia di Cristo che è venuto a servire e non ad essere servito.
[30]
Articolo 4
I singoli Uffici, pur rispondendo a peculiari finalità, nel rispetto delle competenze di ciascuno, avranno fra loro unità e stretta coordinazione di indirizzi, di scelte e di attività, al fine di realizzare un’effettiva sinodalità e ottenere una organica e fruttuosa azione pastorale, secondo gli orientamenti del programma pastorale diocesano, approvato dal Cardinale Vicario.
[31]
Articolo 5
La vitalità degli Uffici deve essere assicurata anche mediante un’integrazione vicendevole e, ove possibile, mediante un opportuno avvicendamento del personale direttivo, nominato per un quinquennio.
La proroga, per un ulteriore quinquennio, può essere concessa dal Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale.
Per una più efficace mediazione con le comunità ecclesiali presteranno la loro collaborazione, anche a tempo parziale e secondo la loro specifica competenza, presbiteri, diaconi, religiose, religiosi, laiche e laici scelti dai diversi ambienti pastorali.
[32]
Articolo 6
Da parte di tutti dovrà esserci l’impegno di una costante personale assiduità e di un progressivo aggiornamento, nonché un concreto inserimento nella vita e nell’azione pastorale diocesana e, da parte dei sacerdoti, anche un’attiva partecipazione alla cura d’anime.
[33]
Articolo 7
Nel nuovo Regolamento Generale per il personale del Vicariato di Roma [34] sarà contenuta la normativa circa le competenze degli Uffici, le procedure da applicare, le funzioni e le attività del personale in servizio presso il medesimo Vicariato, sotto i diversi profili organizzativo, disciplinare ed economico.
Titolo II
STRUTTURA CENTRALE DEL VICARIATO
Articolo 8
§ 1.
Il Vicariato di Roma, organo della Santa Sede dotato di personalità giuridica ed amministrazione propria, svolge la funzione di Curia diocesana [35] caratterizzata dalla peculiare natura della Diocesi di Roma.
§ 2.
La sua configurazione giuridica di Organo della Santa Sede lo rende soggetto alle norme del diritto canonico universale, nonché a quelle applicabili alle Istituzioni della Curia Romana.
Si applicano al Vicariato di Roma le norme vigenti nello Stato della Città del Vaticano per ciò che riguarda il Palazzo Lateranense e gli altri immobili, indicati nel Trattato Lateranense, di cui il Vicariato abbia la disponibilità.
Si applica la normativa italiana per tutte le altre fattispecie.
Articolo 9
Nell’ambito della Diocesi di Roma, i fedeli che si trovano nel territorio della Città del Vaticano sono soggetti alla giurisdizione dell’Arciprete pro tempore della Basilica Vaticana, mio Vicario Generale per la Città del Vaticano.
[36]
Articolo 10
Il Cardinale Vicario, a mio nome e per mio mandato, esercita il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la Diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria nei termini da me stabiliti.
Egli, perciò, ha l’alta ed effettiva direzione del Vicariato ed è giudice ordinario della Diocesi di Roma [37], avvalendosi anche della collaborazione degli altri miei Vescovi Ausiliari, tra i quali nomino il Vicegerente.
Articolo 11
Il Cardinale Vicario è il legale rappresentante della Diocesi di Roma e del Vicariato di Roma.
Articolo 12
Il Cardinale Vicario provvederà a riferirmi periodicamente e ogniqualvolta lo riterrà necessario circa l’attività pastorale e la vita della Diocesi.
In particolare, non intraprenderà iniziative importanti senza aver prima a me riferito.
[38]
Articolo 13
Il Cardinale Vicario non cessa dal suo Ufficio nella vacanza della Sede Apostolica.
[39]
Articolo 14
Il Cardinale Vicario, nell’esercizio della sua potestà ordinaria vicaria, è coadiuvato dal Vicegerente e dagli altri Vescovi Ausiliari da me nominati.
[40]
Articolo 15
§ 1.
Il Vicegerente esercita la potestà ordinaria vicaria nei limiti da me stabiliti, in stretta comunione ed in costante raccordo con il Cardinale Vicario.
Egli coadiuva il Cardinale Vicario nell’attuazione delle sue direttive.
§ 2.
Esercita i poteri propri del Cardinale Vicario quando questi sia impedito o assente o l’Ufficio del medesimo sia vacante, [41] avendo cura di sottopormi le questioni di maggior rilevanza.
Articolo 16
L’Ufficio del Vicegerente non cessa durante la vacanza della Sede Apostolica.
[42]
Articolo 17
§ 1.
I Vescovi Ausiliari sono Vicari episcopali ed esercitano il loro ministero nel settore territoriale o nell’ambito pastorale e amministrativo per cui sono stati nominati.
Ogni Vescovo Ausiliare potrà esercitare il ministero sia nell’ambito territoriale che in quello pastorale e amministrativo.
§ 2.
Essi hanno la facoltà ordinaria, in tutta la Diocesi, di celebrare i sacramenti ed i sacramentali nonché di assistere ai matrimoni.
Hanno altresì le facoltà che il Cardinale Vicario conferirà loro con proprio decreto.
Nel caso delle Sacre Ordinazioni, sono soggetti al disposto dei cann.
1015-1017 C.
I.
C.
[43].
§ 3.
Alle facoltà di cui al paragrafo precedente si applica il can.
409 § 2 C.
I.
C.
Articolo 18
§ 1.
I Vescovi Ausiliari operano al servizio delle realtà ecclesiali del Settore loro assegnato o del proprio ambito pastorale, in comunione con i chierici, i laici e i consacrati e in piena condivisione con il Cardinale Vicario.
Essi si riuniscono periodicamente nel Consiglio Episcopale.
§ 2.
Quando si presenta la necessità di provvedere alla nomina di un Parroco e di un Viceparroco, il Vescovo Ausiliare competente del Settore territoriale valuta le caratteristiche proprie e le esigenze della parrocchia e, sentito il Consiglio Pastorale parrocchiale interessato, presenta le proprie indicazioni al Consiglio Episcopale, che esprime il proprio parere.
Il Cardinale Vicario, tenuto conto degli elementi acquisiti, sottopone i candidati all’ufficio di Parroco al Vescovo di Roma per la nomina e provvede inoltre alla nomina dei Viceparroci.
Articolo 19
§ 1.
Il Moderator curiae coadiuva il Cardinale Vicario nell’esercizio delle sue funzioni.
È da me nominato su presentazione del Cardinale Vicario per un quinquennio e può essere riconfermato per un ulteriore mandato.
§ 2.
Egli coordina le attività del Vicariato in attuazione delle direttive del Cardinale Vicario.
§ 3.
Il Moderator curiae vigila sul corretto adempimento dei compiti affidati al personale.
Articolo 20
In vista delle ordinazioni diaconali e presbiterali per la Diocesi di Roma, il Vescovo Delegato per i Seminari, sentito il Rettore e i formatori del Seminario, presenta una relazione al Consiglio Episcopale.
Il Cardinale Vicario, tenuto conto degli elementi acquisiti e sentito il Consiglio Episcopale, mi sottopone i candidati per l’eventuale ammissione agli Ordini sacri.
Titolo III
ORGANI DELLA SINODALITÀ
A SERVIZIO DELLA MISSIONE DELLA DIOCESI DI ROMA
Articolo 21
§ 1.
Il Consiglio Episcopale, presieduto dal Cardinale Vicario, è composto dal Vicegerente e dai Vescovi Ausiliari [44].
§ 2.
Il Cardinale Vicario, nell’esercizio della sua potestà ordinaria vicaria, si avvale del Consiglio Episcopale quale organo consultivo, al fine di favorire l’unità dell’azione pastorale e di governo.
Esso esprime il proprio parere sulle principali questioni pastorali e amministrative riguardanti la Diocesi e il Vicariato di Roma.
§ 3.
Il Consiglio Episcopale si riunisce periodicamente su convocazione del Cardinale Vicario.
Alle riunioni del Consiglio Episcopale può partecipare il Moderator curiae su invito del Cardinale Vicario.
§ 4.
Delle riunioni del Consiglio Episcopale viene redatto verbale, poi conservato nell’Archivio generale diocesano.
Articolo 22
§ 1.
Il Cardinale Vicario si avvale del parere del Consiglio Pastorale Diocesano, del Consiglio Presbiterale, del Collegio dei Consultori e del Consiglio dei Prefetti per l’elaborazione e la verifica del programma pastorale diocesano e per la formulazione delle linee direttive dell’azione pastorale.
[45]
§ 2.
I predetti Consigli sono convocati dal Cardinale Vicario e da lui presieduti e operano secondo le norme del Codice di Diritto Canonico e i rispettivi statuti, da lui approvati, nel rispetto della peculiare configurazione della Diocesi di Roma.
Articolo 23
§ 1.
Il Consiglio Diocesano per gli Affari Economici, costituito a norma dei cann.
492-494 C.
I.
C.
e presieduto dal Cardinale Vicario o dal Vicegerente, ha il compito di predisporre ogni anno il preventivo della gestione economica della Diocesi di Roma e di approvare il rendiconto consuntivo delle entrate e delle uscite.
§ 2.
Il Cardinale Vicario si avvale del parere del Consiglio Diocesano per gli Affari Economici negli atti di maggiore importanza e, nei casi previsti dal diritto, ne richiede il consenso.
Articolo 24
§ 1.
In ogni parrocchia della Diocesi di Roma sia costituito il Consiglio Pastorale Parrocchiale, a norma del can.
536 C.
I.
C.
, presieduto dal Parroco.
§ 2.
I Consigli Pastorali di Settore e di Prefettura sono costituiti secondo le disposizioni particolari della Diocesi di Roma.
§ 3.
I predetti Consigli operano secondo i rispettivi statuti, approvati dal Cardinale Vicario.
Titolo IV
UFFICI, SERVIZI E ORGANI GIUDIZIARI DEL VICARIATO
Articolo 25
Il Vicariato o Curia diocesana di Roma si articola in Uffici, Organi giudiziari ed eventuali altri organismi che siano previsti nel Regolamento.
Articolo 26
§ 1.
Ogni Ufficio, oltre al Direttore, può avere un Vicedirettore ed uno o più Addetti.
§ 2.
I Direttori degli Uffici sono nominati dal Cardinale Vicario previa mia approvazione; i Vicedirettori sono nominati dal Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, per un quinquennio e possono essere confermati per un ulteriore mandato.
Gli altri Addetti sono nominati dal Cardinale Vicario a norma del Regolamento.
Articolo 27
Il Cancelliere ha le competenze previste dal Codice di Diritto Canonico e dirige l’Ufficio di Cancelleria.
È nominato a norma dell’articolo 5.
Articolo 28
L’Economo, distinto dal Direttore dell’Ufficio amministrativo, ha le competenze previste dal Codice di Diritto Canonico.
È nominato a norma dell’articolo 5.
Articolo 29
Presso il Vicariato di Roma è istituita come organo di controllo interno, una Commissione Indipendente di Vigilanza, con un proprio Regolamento da me approvato.
Articolo 30
Presso il Vicariato di Roma è costituita, sotto la presidenza del Cardinale Vicario, l’Opera Romana Pellegrinaggi, che per il raggiungimento delle sue specifiche finalità è dotata di un proprio statuto e di un proprio regolamento, approvati dallo stesso Cardinale Vicario.
Articolo 31
§ 1.
Per rispondere alle esigenze della Diocesi di Roma, in conformità ai principi e alle norme di cui sopra, sono istituiti nel Vicariato i seguenti Uffici, raggruppati nei diversi ambiti pastorali e amministrativi:
Ambito della formazione cristiana
Ufficio per la formazione liturgica e la celebrazione dei Sacramenti
Ufficio catecumenato
Ufficio catechesi
Ambito per la cura del diaconato, del clero, e della vita religiosa
Ufficio per le vocazioni
Ufficio per il diaconato
Ufficio per il clero
Ufficio per la formazione permanente del clero
Ufficio per la vita consacrata
Ambito per la cura delle età e della vita
Ufficio per la pastorale familiare
Ufficio per la pastorale giovanile
Ufficio per la pastorale degli anziani e dei malati
Ufficio per la pastorale cimiteriale
Ambito dell’educazione
Ufficio per la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione
Ufficio scuola cattolica
Ufficio per la pastorale universitaria
Ambito della Diaconia della Carità
Ufficio della «Caritas» diocesana
Ufficio per la pastorale sanitaria
Ufficio per la pastorale carceraria
Ambito della Chiesa ospitale e «in uscita»
Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti
Ufficio Cultura
Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese
Ufficio per le aggregazioni laicali e le confraternite
Ufficio Migrantes per la pastorale della mobilità umana
Ufficio per la pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato
Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport
Ufficio per la pastorale del pellegrinaggio
Ambito dell’Amministrazione dei beni
Ufficio Amministrativo
- sezione affari interni
- sezione affari esterni
Ufficio per l’edilizia del culto
- sezione affari interni
- sezione affari esterni
Ufficio del patrimonio, la cui competenza consiste nel censimento delle proprietà immobiliari a reddito e dei relativi contratti in uso e scadenza
Ambito giuridico
Ufficio Matrimoni e disciplina dei Sacramenti
Ufficio di Cancelleria
- sezione affari interni
- sezione affari esterni
Ufficio giuridico
- sezione affari interni
- sezione affari esterni
Servizio della Segreteria generale
Ufficio di segreteria
Ufficio di comunicazioni sociali
Ufficio affari informatici - Centro elaborazione dati
Ufficio dell’Archivio generale diocesano
Ufficio dell’Archivio storico diocesano
Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che riferisce al Consiglio Episcopale per il tramite del Vescovo Ausiliare da me nominato.
§ 2.
Il Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, può istituire Sezioni interne a un Ufficio con specifiche competenze.
Articolo 32
Il Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, può sottoporre alla mia considerazione la creazione di nuovi Uffici o la modifica e la soppressione degli Uffici esistenti.
Titolo V
I TRIBUNALI
Articolo 33
Presso il Vicariato di Roma sono costituiti due distinti Tribunali:
- il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma,
- il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio della Regione Lazio.
Articolo 34
§ 1.
Il Cardinale Vicario, in virtù della potestà ordinaria vicaria che esercita in nome del Sommo Pontefice, è giudice ordinario della Diocesi di Roma e Moderatore dei Tribunali.
§ 2.
Il Vicegerente di Roma esercita la potestà propria del Cardinale Vicario sui Tribunali nel caso di impedimento o di assenza del medesimo, o qualora l’Ufficio resti vacante.
Articolo 35
I singoli Tribunali sono costituiti dal Vicario Giudiziale, da un numero conveniente di Vicari Giudiziali aggiunti, da Giudici, da Promotori di Giustizia e Difensori del Vincolo, dal Cancelliere, da un congruo numero di Notari e dal personale ausiliario.
Articolo 36
§ 1.
I Vicari Giudiziali dei suddetti Tribunali sono da me nominati per un quinquennio e possono essere riconfermati anche per più mandati consecutivi.
Per il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma la nomina avverrà su presentazione del Cardinale Vicario; per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio avverrà su presentazione del Cardinale Vicario, previo consenso delle Diocesi che aderiscono ad esso.
§ 2.
I Vicari Giudiziali aggiunti e i Giudici sono nominati dal Cardinale Vicario, col consenso del Consiglio Episcopale, previa mia approvazione, per un quinquennio, e possono essere riconfermati anche per più mandati consecutivi.
Nel caso di nomina per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio, il Cardinale Vicario conferirà l’Ufficio udite anche le Diocesi che aderiscono ad esso.
§ 3.
I Promotori di Giustizia, i Difensori del Vincolo, i Cancellieri, i Notari e gli altri addetti sono tutti nominati dal Cardinale Vicario, con il consenso del Consiglio Episcopale.
Nel caso di nomina dei Promotori di Giustizia e dei Difensori del Vincolo per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio, il Cardinale Vicario conferirà l’Ufficio udite anche le Diocesi che aderiscono ad esso.
Articolo 37
§ 1.
Salvo il prescritto del can.
1490 C.
I.
C.
, nei suddetti Tribunali fungono da Patroni e Procuratori delle parti nelle cause matrimoniali coloro che, iscritti all’Albo dei Procuratori e degli Avvocati del Tribunale della Rota Romana, sono stati approvati dal Cardinale Vicario, sentito il parere del Consiglio Episcopale.
§ 2.
Altri Patroni e Procuratori, compresi quelli iscritti negli elenchi degli altri Tribunali ecclesiastici, possono assumere il patrocinio solo se approvati nei singoli casi dal Cardinale Vicario.
§ 3.
Possono fungere da Periti coloro che sono stati ammessi dal Cardinale Vicario con suo decreto, ottenuto il consenso del Consiglio Episcopale.
Articolo 38
§ 1.
Il Vicario Giudiziale esercita l’autorità amministrativa, disciplinare ed economica sul proprio Tribunale ed è tenuto a renderne conto al Moderatore.
§ 2.
Ogni Tribunale è dotato di una propria amministrazione.
§ 3.
I Tribunali si atterranno, per quanto compatibile con la loro condizione giuridica, alle disposizioni emanate dalla Conferenza Episcopale Italiana in materia di regime amministrativo e di regolamentazione dell’attività di patrocinio.
Articolo 39
Il Vicario Giudiziale di ogni Tribunale presenta il regolamento interno del proprio Tribunale al Cardinale Vicario che lo approva con suo decreto, udite anche le Diocesi che accedono ad esso quando si tratti del regolamento per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità del matrimonio.
Tale regolamento, complementare a quanto in materia già prevedono il Codice di diritto canonico e le disposizioni della Conferenza Episcopale Italiana di cui all’articolo precedente, deve stabilire i criteri per l’attività amministrativa disciplinare ed economica del Tribunale.
Articolo 40
§ 1.
Il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma, retto dai cann.
1419-1437 C.
I.
C.
, ha competenza nelle cause che il Codice attribuisce al Tribunale diocesano di primo grado, eccetto le cause di nullità di matrimonio.
§ 2.
Il Tribunale Ordinario tratta altresì le cause dei Santi, in conformità alle disposizioni speciali emanate dalla Santa Sede, le cause di dispensa «super rato et non consummato», le cause di scioglimento del vincolo «in favorem fidei».
§ 3.
Da questo Tribunale si appella al Tribunale della Rota Romana.
Articolo 41
§ 1.
Il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio ha competenza sulle cause di nullità di matrimonio delle Diocesi che accedono ad esso.
§ 2.
Da questo Tribunale si appella al Tribunale della Rota Romana.
Articolo 42
Le cause che erano devolute al Tribunale di Appello del Vicariato di Roma sono trattate e decise dal Tribunale della Rota Romana.
_________________
[1] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 22.
[4] Cfr PAOLO VI, Allocuzione per l’ultima Sessione Pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II (7 dicembre 1965).
[5] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 1.
[6] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 1.
[7] Cfr FRANCESCO, Discorso in occasione della commemorazione del 50º anniversario dell’Istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015).
[8] Cfr Codice di Diritto Canonico, can.
469.
[9] FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 27.
[11] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 26.
[12] GREGORIO MAGNO, Epistola VIII, 30, PL 77, 933 C.
[13] FRANCESCO, Discorso in occasione del Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.
[14] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 231-233.
[16] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 1.
[18] AMBROGIO, I sei giorni della creazione, IV.
[19] Cfr FRANCESCO, Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma (18 settembre 2021).
[20] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 1.
[21] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 20-24.
[22] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 8.
[23] Cfr FRANCESCO, Discorso in occasione del Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.
[24] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 49.
[25] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 4.
[26] Cfr FRANCESCO, Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma (18 settembre 2021).
[27] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 52.
[28] Cfr FRANCESCO, Angelus (30 ottobre 2022).
[29] Cfr PAOLO VI, Cost.
ap.
Vicariae potestatis (6 gennaio 1977): AAS 69 (1977), 5-18, 1 § 1, l.
c.
, 8.
[31] Cfr Ibid.
, 1 § 3, l.
c.
, 9.
[34] Cfr Ibid.
, Regulae Vicariatus, 24, l.
c.
, 18.
[35] Cfr Ibid.
, Principia directoria, 1, l.
c.
, 8.
[36] Cfr Ibid.
, Normae 2 § 2, l.
c.
, 10; GIOVANNI PAOLO II, Chirografo Dopo la costituzione (14 gennaio 1991): AAS 83 (1991), 147-148.
[37] Cfr PAOLO VI, Cost.
ap.
Vicariae potestatis (6 gennaio 1977), 2 § 1; 3 § 2: AAS 69 (1977), 9-10; 12.
[38] Cfr Ibid.
, 2 §§ 10-11, l.
c.
, 11-12.
[39] Cfr Ibid.
, 2 § 1, l.
c.
, 10-11; GIOVANNI PAOLO II, Cost.
ap.
Universi Dominici Gregis (22 febbraio 1996), 14: AAS 88 (1996), 305-343.
[40] Cfr PAOLO VI, Cost.
ap.
Vicariae potestatis (6 gennaio 1977), 2 § 3: AAS 69 (1977), 10.
[41] Cfr Ibid.
, 2 § 4, l.
c.
, 10.
Data: Wed, 24 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione Sacrosanctum Concilium.
4.
Il mistero eucaristico
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguiamo le catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, in particolare sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) sulla Liturgia.
Quando Sant’Agostino vuole spiegare ai nuovi battezzati il mistero del Corpo di Cristo, riprende il passo di San Paolo che abbiamo ascoltato: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27).
E aggiunge: «È il vostro mistero che ricevete.
A ciò che siete voi rispondete: Amen, e la vostra risposta è come la vostra firma.
Vi si dice: “Il corpo di Cristo”, e voi rispondete: “Amen”.
Siate dunque membra del corpo di Cristo, perché il vostro amen sia vero.
[…] Siate ciò che vedete, e ricevete ciò che siete» (Sermone 272: PL 38, 1247).
Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani.
Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti “essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio” (cfr SC, 48).
È ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo.
Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre (cfr Col 1,18), il quale ci prepara un posto nei cieli (cfr Gv 14,3): l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene.
È il Pane del cammino, che ci conduce verso la Patria celeste, fino al giorno beato in cui «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28).
L’assemblea liturgica offre il Sacrificio «non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui» (SC, 48).
In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani (cfr Eb 13,16; Rm 12,1), in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca.
Partecipandovi, essi imparano «ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro» (ibid.
).
Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé.
Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore (cfr SC, 47).
Carissimi, quando partecipiamo all’Eucaristia siamo invitati ad ascoltare la Parola di Dio e a nutrirci alla mensa del Signore, dove Lui stesso si offre al Padre.
Queste due parti della Messa, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, «sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto» (SC, 56).
Per quanto riguarda la Parola, bisogna ricordare che non si tratta soltanto di acquisire un sapere intellettuale sulle Scritture, ma di ricevere la Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12), rivolta da Dio a tutti e al tempo stesso a ciascuno, Parola che nutre e alimenta insieme al Pane eucaristico e ci fa passare dalla decadenza del peccato alla vita nuova in Cristo.
«L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura illumina e spiega a sua volta il Mistero eucaristico» (Benedetto XVI, Esort.
ap.
postsin.
Verbum Domini, 55).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio (cfr SC, 51).
La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche.
Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso (cfr SC, 23).
L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi.
Lo cito: «Il nostro Salvatore nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (SC, 47).
Cari fratelli e sorelle, attingiamo con fede a questa fonte di vita divina e lasciamoci trasformare dal mistero che celebriamo.
_________________
Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus de Belgique, du Cameroun et de France.
Frères et sœurs, puissions-nous trouver dans l’Eucharistie, source de l’unité du peuple chrétien, les forces nécessaires pour susciter la concorde et la charité dans nos familles et nos communautés souvent marquées par des conflits et des divisions.
Que Dieu vous bénisse
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese provenienti dal Belgio, dal Camerun e dalla Francia.
Fratelli e sorelle, possiamo trovare nell’Eucaristia, fonte dell’unità del popolo cristiano, le forze necessarie per promuovere la concordia e la carità nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, spesso segnate da conflitti e divisioni.
Che Dio vi benedica]
I greet this morning all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly groups from England, Sweden, Malawi, Tanzania, Indonesia, Singapore, South Korea, Canada and the United States of America.
Upon all of you and your families, I invoke the peace and joy of our Lord Jesus Christ.
God bless you!
Liebe Brüder und Schwestern, am heutigen Hochfest der Geburt des heiligen Johannes des Täufers hören wir auf seine Aufforderung, uns zu Christus zu bekehren, den er als das Lamm Gottes erkannt hat, das die Sünden der Welt hinwegnimmt.
Folgen wir seinem Beispiel und bereiten auch wir die Wege des Herrn, damit die Welt an Christus, den Erlöser, glaubt.
Ich segne euch alle.
[Cari fratelli e sorelle, oggi, nella solennità della Natività di San Giovanni Battista, accogliamo il suo invito alla conversione a Cristo, da lui riconosciuto come l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
Seguendo il suo esempio, prepariamo anche noi le vie del Signore perché il mondo creda in Cristo Redentore.
A tutti la mia benedizione]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Tal como indicó Jesús a sus discípulos, los invito a alzar la mirada para aprender a ver en las personas su deseo de vida, de verdad y de plenitud (cf.
Jn 4,35).
Que Él nos enseñe también a nosotros a mirar a los demás con los ojos de Dios, es decir, con amor, respeto y compasión.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,感恩圣祭是天路行粮,引领我们抵达天乡。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è il Pane del cammino che ci conduce verso la Patria celeste.
Vi benedico di cuore.
]
Saúdo com carinho todos os peregrinos de língua portuguesa, em especial o grupo de São José do Rio Preto e os sacerdotes de Sorocaba! Queridos irmãos e irmãs, gostaria de aconselhar a todos que não descuideis da preparação para a Missa: interiormente, através da confissão frequente; e, à nossa volta, silenciando os ruídos que nos impedem de ouvir a Palavra de Deus.
Que o Senhor vos abençoe!
[Saluto con affetto tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale il gruppo di São José do Rio Preto e i sacerdoti di Sorocaba! Cari fratelli e sorelle, a tutti voi vorrei raccomandare di non trascurare la preparazione alla Messa: interiormente, con la confessione frequente, e attorno a noi, facendo tacere i rumori che ci impediscono di ascoltare la Parola di Dio.
Il Signore vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أَنْ نَحتَفِلَ بالإفخارِستِيَّا علَى مَذبَحِ الرَّبّ، وأَيضًا في الحَياةِ اليَومِيَّة، حَيثُ يُمكِنُنا أَنْ نَعِيشَ كُلَّ شَيءٍ كَذَبِيحَةٍ وتَقدِمَةِ شُكر.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
Siamo chiamati a celebrare l’Eucaristia sull’altare del Signore, ma anche nella quotidianità, dove è possibile vivere ogni cosa come offerta e rendimento di grazie.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Pozdrawiam serdecznie Polaków, szczególnie dzieci i młodzież.
Wakacje to czas odpoczynku oraz odnajdywania znaków Boga w pięknie stworzenia.
Wykorzystajcie je na częstszy udział we Mszy św.
, medytację Słowa Bożego, rekolekcje, pielgrzymki i spotkania z bliskimi.
Módlmy się także za młodych o mądre wybory szkół i studiów oraz roztropne rozeznanie własnego powołania.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i bambini e i ragazzi.
Le vacanze sono un tempo di riposo e di ricerca dei segni di Dio nella bellezza del creato.
Approfittatene per una maggiore partecipazione alla Santa Messa, la meditazione della Parola di Dio, i ritiri spirituali, i pellegrinaggi e gli incontri con i vostri cari.
Preghiamo anche per i giovani, affinché scelgano con saggezza la scuola e l’Università e discernano con prudenza la propria vocazione.
A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto i fedeli delle tante parrocchie qui presenti nonostante il caldo di questi giorni, come pure i Membri della Fondazione Rubes Triva e i partecipanti alla quinta edizione del Festival Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro: cari fratelli e sorelle, possa la visita alle tombe degli Apostoli rinsaldare la vostra comunione fraterna e suscitare in ciascuno la disponibilità a mettersi al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.
Accolgo con affetto i Sacerdoti del Cammino Neocatecumenale, provenienti da diversi Paesi: auspico che l’offerta quotidiana del sacrificio Eucaristico sia per voi sostegno nel ministero a favore del Popolo di Dio.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli; oggi celebriamo la Solennità della natività di San Giovanni Battista, che ha preparato la via a Cristo: egli vi aiuti a riscoprire la vocazione battesimale per essere ovunque annunciatori lieti del Regno di Dio.
A tutti la mia benedizione!
Data: Wed, 24 Jun 2026 09:00:00 +0200 leggi alla fonte
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Sono lieto di dare il benvenuto a voi, scrittori e scrittrici provenienti da tante parti del mondo, convenuti a Roma in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede, sorta nel 1926.
Questa circostanza è propizia per riflettere sull’importanza del libro e dello scrivere, una forma di espressione umana di cui voi siete, con varietà di stili e di linguaggi, maestri e modelli.
Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento.
Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo.
In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo.
«La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» (Magnifica humanitas, 25).
Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”.
Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti.
Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità.
«Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo», argomentava Terenzio (Il punitore di sé stesso, I, 1, 25).
Nelle letteratura si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: «Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.
S.
Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità.
Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia» (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34).
Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria.
E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera.
Infine, scrivere ha a che fare con Dio.
Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico.
È la struttura stessa della Rivelazione ad autorizzarci in questo: «Per i cristiani – ha scritto il Cardinale Radcliffe – nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo.
Ogni tentativo di venire a capo degli interrogativi fondamentali della nostra vita – in quale modo amare, essere giusti, essere liberi, affrontare la sofferenza e la morte – ci aiuta a comprendere Cristo, colui che è il più umano di tutti» (T.
Radcliffe, Accendere l’immaginazione, Verona 2021, p.
29).
Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela.
Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele.
Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie.
«Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83).
Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che San Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero.
Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace.
Vi ringrazio per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia.
Per questo vi incoraggio nel vostro lavoro e volentieri invoco per voi e per i vostri cari la benedizione del Signore.
Grazie!
Data: Mon, 22 Jun 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Videocollegamento con i rappresentanti delle zone di frontiera dove il Pam opera
Saluto improvvisato ai dipendenti nel Giardino della Pace
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Illustri Autorità,
Eccellenze,
Signore e signori,
vorrei ringraziare Sua Eccellenza la Signora Cindy McCain per il suo gentile invito a intervenire a questo incontro annuale del Consiglio Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.
Saluto in particolare il signor Carl Skau, Direttore esecutivo ad interim, e Sua Eccellenza la Signora Carla Barroso Carneiro, Presidente di questa importante assemblea.
Porgo i miei saluti ai Rappresentanti degli Stati Membri, ai distinti ospiti di questo incontro e al personale di questa istituzione intergovernativa, impegnata a salvare vite in situazioni di emergenza e a fornire aiuti alimentari in mezzo ai conflitti e alle catastrofi naturali.
L’impegno della vostra istituzione è in profonda sintonia con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e promuovere la fratellanza, radicata nella chiamata evangelica ad amare il prossimo (cfr.
Mc 12, 31).
Insieme, condividiamo il compito urgente di combattere la fame e la malnutrizione, affrontando al tempo stesso le cause strutturali sottostanti che le mantengono.
Per svolgere questo compito in maniera efficace, dobbiamo esaminare le sfide che si prospettano, le loro cause sottostanti e i cammini verso soluzioni durature.
Oggi, le crisi si sono trasformate da eventi isolati a realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche.
Ciò solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è capace di produrre, riprodurre e, talvolta, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; si estende invece alla comprensione del perché il sistema produce di continuo gli stessi problemi che poi è costretto a correggere.
L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, dovuto in parte alla crisi del sistema multilaterale.
Come ho osservato di recente nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, “[l]e istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite” (n.
201).
In assenza di un orizzonte etico comune capace di sostenere la cooperazione autentica, il sistema internazionale è passato dal multilateralismo a “un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza” (Ibidem).
Di conseguenza, gli Stati hanno destinato le proprie risorse sempre più alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra tali questioni e la cooperazione multilaterale.
Questa tendenza rivela un notevole paradosso: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone sempre più estese di estrema vulnerabilità.
Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso aggravano l’esclusione e la marginalizzazione.
Sebbene alleviare la sofferenza umana di principio sia largamente riconosciuto come essenziale, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in secondo piano tra le priorità internazionali.
È proprio in questo divario tra il riconoscimento di principio e l’attribuzione di priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, accanto alla silenziosa mercificazione della vita umana.
Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata di procedure burocratiche che possono ritardare gli aiuti a chi ne ha bisogno.
Dall’altro, l’accesso a beni essenziali, tra cui il cibo, troppo spesso è influenzato da considerazioni economiche o strategiche.
Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili.
Questa duplice dinamica crea una sfida etica seria: la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale.
In questo contesto, è importante riconoscere che “mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no” (Papa Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale, 13 giugno 2016).
In effetti i conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite.
Questa realtà rispecchia non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.
Le conseguenze si estendono ben oltre le persone direttamente coinvolte.
Oltre a essere una preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata.
Inoltre, mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire una educazione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile.
Così facendo, perpetua cicli di fragilità che in ultima analisi incidono sulla comunità internazionale più ampia.
Da questo punto di vista, appare evidente che l’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale.
Piuttosto, rispecchia la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, opporsi all’esclusione e riconoscere la dignità inerente donata da Dio di ogni persona umana.
Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili.
In tal senso, il Programma Alimentare Mondiale è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale.
Di fatto, laddove le istituzioni nazionali si ritirano e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a evitare che le crisi umanitarie degenerino fino al collasso irreversibile.
Per questa ragione è essenziale un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale.
In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato singolo può affrontare da solo le sfide globali.
Una pace duratura e uno sviluppo umano sostenibile e integrale sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un dialogo internazionale autentico e da una cooperazione orientata al bene comune.
Un tale approccio esige una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire in beni pubblici globali.
“Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi.
L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida” (Visita alla Sede centrale della FAO a Roma, 16 ottobre 2025, n.
6).
In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno.
Al tempo stesso, tale sostegno dovrebbe consolidare anche l’impegno con la Chiesa e la società civile.
Rafforzare le capacità di tutti questi attori nel loro insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame.
L’attuazione efficace di questo appello esige la riduzione della burocrazia inutile, di modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone invece di ostacolare l’assistenza.
In situazioni in cui i governi non hanno un controllo territoriale effettivo o in cui l’accesso umanitario è limitato, partner locali fidati diventano indispensabili.
La Chiesa cattolica — attraverso parrocchie, diocesi, agenzie di Caritas, e altre iniziative confessionali — spesso raggiunge popolazioni vulnerabili in aree che sono inaccessibili per gli attori internazionali.
Incoraggio pertanto il Programma Alimentare Mondiale e i suoi partner a continuare a sostenere questi sforzi.
È parimenti importante resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali.
Acqua, cibo e assistenza sanitaria non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici.
L’accesso a cibo adeguato è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona.
Rispondere a questo bisogno non serve solo ad alleviare la sofferenza, ma anche ad affrontare le cause sottostanti di instabilità geopolitica.
Di fatto, la sicurezza alimentare è una componente essenziale della sicurezza globale e integrale.
A tale riguardo, è lodevole che, accanto alle operazioni di intervento nelle emergenze, il Programma Alimentare Mondiale estenda il suo lavoro oltre agli aiuti immediati, dedicandosi anche alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti ai bambini nelle scuole.
Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, rispecchiando una visione integrale dello sviluppo umano che promuova la dignità, le opportunità e il benessere di tutta la persona.
Eccellenze, cari amici, a essere in gioco non è solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità stessa della cooperazione internazionale.
La vostra organizzazione dimostra che un cammino rinnovato è possibile; tuttavia, esige la determinazione a semplificare ciò che è diventato troppo complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e ad assicurare che nessuna persona venga dimenticata.
Di fatto, questo impegno è radicato nel riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità inerente e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale.
Radicata nell’amore incondizionato e sconfinato di Dio, questa dignità può essere descritta come infinita, poiché nulla ne può diminuire, cancellare o negare il valore (cfr.
Lettera Enciclica Magnifica humanitas, n.
53).
È proprio con la nostra fedeltà a questa verità che si misura l’umanità delle nostre politiche, e con ciò il futuro della comunità internazionale.
Con questi sentimenti, chiedo a Dio di benedire abbondantemente i vostri sforzi, di modo che tutti possano ricevere il loro pane quotidiano e vivere in dignità.
Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.
Grazie.
____________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
140, lunedì 22 giugno 2026, p.
2.
_____________________________
Videocollegamento con i rappresentanti delle zone di frontiera dove il Pam opera
Buon giorno, buon pomeriggio,
e probabilmente buona sera a tutti voi, sparsi in ogni parte del mondo.
Siamo lieti di essere qui oggi, per condividere questo breve momento con rappresentanti delle diverse nazioni membro che fanno parte del Programma Alimentare Mondiale, ma anche con ciascuno di voi che rappresentate così tante persone impegnate sul campo nel difficile compito della lotta contro la fame.
Non so se sia opportuno chiedere magari a due o tre di voi di dire qualche parola su dove vi trovate e quali sono le sfide più difficili che dovete affrontare, perché così anch’io potrò ascoltare parte della realtà di ciò che significa lottare contro la fame.
So che molti di voi rischiano letteralmente la propria vita per essere nei luoghi dove operano, e vorrei assicurarvi tutti delle preghiere e del sostegno della comunità mondiale e, in modo particolare, della Chiesa cattolica, che è spesso un’interlocutrice e collabora ai programmi ai quali sovrintendete e lavorate.
Il compito di portare aiuti ai più bisognosi, naturalmente, è spesso una grande sfida.
Ma forse, ascoltare personalmente alcune esperienze potrebbe anche aiutare tutti e ciascuno di noi, presenti qui a Roma questa mattina, a comprendere un po’ meglio, da vicino, il tipo di sfide che affrontate.
[Dopo la terza presentazione]
Una delle cose che la gente spesso non comprende è la progressione ciclica che porta molte parti del mondo a trovarsi in difficoltà sempre più grandi; la fame è spesso causa di conflitti, e i conflitti causano più fame.
E quindi continuiamo a girare a vuoto, come sono certo che alcuni di voi, se non tutti, abbiano potuto constatare nel lavoro che svolgono.
Spesso, la crisi che sta colpendo il mondo intero, nel campo della migrazione, è anche il risultato di fame estrema e di conflitti che costringono le persone a lasciare le proprie case, cosa che fanno non perché lo vogliano.
Lo fanno perché sono costrette per sopravvivere.
Quindi il lavoro di ognuno di voi, di tutti voi insieme nel Programma Alimentare Mondiale — quello che certamente stiamo cercando di sostenere e promuovere — è molto importante, perché insieme non stiamo dando solo l’aiuto immediato, che chiaramente è essenziale, di portare cibo a chi ha fame; siamo anche chiamati a individuare le cause profonde della fame nelle diverse aree in cui operate, a intervenire lì e a cercare di trovare soluzioni a quei problemi.
Il mondo oggi potrebbe vivere senza fame.
Le risorse dovrebbero essere disponibili.
La capacità di produrre cibo esiste, e tuttavia spesso le risorse vengono spese per promuovere guerre e conflitti e, per così dire, altri risultati finali meno importanti, sicché la fame continua e, in alcune parti del mondo, addirittura aumenta.
Voi siete sul campo, in prima linea, ed è grazie a voi che il lavoro del Programma Alimentare Mondiale può essere svolto.
Desidero quindi ringraziare tutti e ciascuno di voi e tutte le persone che rappresentate.
E desidero incoraggiarvi nel vostro lavoro, perché è molto importante che ci siano persone che assistano il Programma Alimentare Mondiale nel fornire questo aiuto alle tante persone bisognose.
Quindi grazie per quello che state facendo.
Che Dio vi benedica tutti e che possiate andare avanti: voi e i vostri colleghi.
Per favore trasmettete il mio messaggio alle persone con cui lavorate, e che Dio vi benedica sempre in questo lavoro molto, molto importante.
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
141, martedì 23 giugno 2026, p.
3.
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Saluto improvvisato ai dipendenti nel Giardino della Pace
Sono davvero onorato di trovarmi qui in vostra presenza, e di avere tra voi così tanti rappresentanti dei lavoratori del Programma Alimentare Mondiale, che dedicano la propria vita a una missione speciale in tutto il mondo e, come ha appena detto la signora McCain, anche in luoghi in prima linea dei quali alcuni non hanno mai sentito parlare, in zone dove letteralmente devono rischiare la vita ogni giorno per assicurare che le forniture alimentari raggiungano i più bisognosi.
Si tratta davvero di una grande missione, perché è un modo per riconoscere la dignità umana — quella stessa dignità donata da Dio —, che ogni persona sulla faccia di questa terra merita.
Quindi grazie per il vostro servizio.
Mentre uscivo, attraversando il giardino, c’erano rappresentati una serie di valori e obiettivi differenti del Programma Alimentare Mondiale.
Vorrei solo evidenziare due parole mentre condivido questi brevi momenti con voi.
Una di queste è la parola “comunità”.
È una parola che personalmente mi sta molto a cuore e che ritengo sempre più importante, poiché viviamo in un mondo che è polarizzato, diviso e segnato da tanti conflitti e guerre, dove la distruzione delle relazioni umane prosegue per molte ragioni diverse, tra cui la tecnologia.
Invece di aiutarci a creare un mondo migliore in cui vivere, la tecnologia spesso viene usata come metodo di guerra, di distruzione e di morte.
Quindi, il lavoro che svolgete — e, forse ancor più del lavoro stesso, lo spirito che condividete mentre collaborate tutti insieme nel costruire una comunità, nell’andare incontro alle comunità bisognose — è davvero un dono speciale.
E vorrei incoraggiare tutti voi a riflettere sul vostro ruolo nell’essere famiglia — anche la signora McCain ha usato questa parola, la famiglia che tutti voi rappresentate —, ma di costruire una comunità in tutto il mondo, perché voi e il vostro servizio siate davvero una via per aiutare le persone a incontrarsi, a essere unite e a lavorare insieme per risolvere i problemi che causano la fame e per cercare modi di creare un mondo più giusto.
E l’altra parola — l’ultima che ho visto mentre uscivo — è la parola “speranza”.
Voi rappresentate, in un modo molto reale, la speranza per il mondo, e questa è una missione che penso condividiamo tutti e alla quale tutti guardiamo come parte della nostra missione, sia la Chiesa cattolica, quelli tra noi che sono credenti, sia coloro che lavorano insieme perché credono nella dignità umana di tutti.
Diciamo di volere edificare un mondo in cui vi sia speranza per il futuro.
Molto spesso leggiamo di giovani che non hanno più speranza, giovani che, a causa delle difficoltà nella loro vita, non vivono necessariamente nelle parti più povere del mondo, ma dove hanno perso una visione e un senso della propria esistenza.
Hanno perso quella capacità di guardare al futuro e dire: «Questo vale la pena farlo.
Per questo vale la pena donare la mia vita.
Per questo vale la pena incontrarsi e cercare un modo per andare avanti».
Voi rappresentate la speranza.
E il lavoro che fate, specialmente raggiungendo i più bisognosi, è senz’altro un segno di speranza, un’espressione concreta della speranza che tutti stiamo cercando.
Quindi vi ringrazio per questo e desidero assicurare tutti voi delle mie preghiere per il vostro lavoro, per la vostra missione, e per tutti coloro che lavorano nel Programma Alimentare Mondiale.
Che siate tutti rafforzati e protetti mentre svolgete questa missione, perché il cibo per il mondo è qualcosa che tutti noi desideriamo offrire: cibo per il mondo nel senso di qualcosa da mangiare ogni singolo giorno, ma anche cibo che dia speranza per costruire un mondo migliore, un mondo di pace, un mondo in cui siamo tutti veramente uniti.
Dio vi benedica tutti e grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
141, martedì 23 giugno 2026, p.
3.
Data: Mon, 22 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Federico:
Caro Papa Leone, qui all’Estate Ragazzi ci divertiamo un mondo senza telefono e sappiamo che tutto questo è possibile grazie a Lei.
Ma dobbiamo ammettere che durante il resto dell’anno, quando torniamo a casa, è quasi impossibile staccarsi dallo schermo.
Spesso ci sentiamo un po’ catturati dal digitale e temiamo di perdere di vista i nostri amici veri o di chiuderci nel nostro mondo.
Come possiamo essere dei campioni di tecnologia usandola per fare cose belle e senza dimenticare gli amici che ci stanno intorno? Grazie.
Papa Leone XIV:
Innanzitutto buongiorno a tutti! Buongiorno ai grandi e ai piccoli.
Sono molto contento di trovarmi qui con voi questa mattina.
Bene.
Come staccarci un po’ dallo schermo? Questa è la domanda più o meno.
In questo momento, se vedo bene, c’è solo uno che ha lo schermo in mano ed è perché sta facendo una foto, però nessuno ce l’ha vero? Quindi una cosa importante: la tecnologia può essere molto buona e ci serve per tante cose, però quando ci troviamo insieme non è necessario avere in mano in tutti i momenti il cellulare, il telefonino o il tablet.
E infatti siamo felici quando qualche volta non siamo legati al tablet o al telefonino.
E quindi questa sarebbe una prima cosa.
È molto importante formare le amicizie, trovarci insieme, giocare insieme, magari anche studiare insieme come persone, non come computer o come macchine, come tecno-robot.
Siamo esseri umani, persone, ed è molto importante il contatto con gli altri.
Quindi questa sarebbe una prima cosa.
Anche in famiglia: la famiglia che si trova insieme, non è sufficiente che stiamo tutti lì ognuno guardano il suo telefonino.
È molto importante imparare a dialogare, a conversare, a trovarci bene con gli altri, a giocare insieme, e anche a pregare insieme, perché anche se possiamo avere la Bibbia e qualche preghiera nel telefonino, Dio non vuole guardare il telefonino: Dio vuole guardare i nostri cuori, la nostra vita.
E quindi essere liberi da queste cose che in sé stesse possono essere divertenti, un aiuto, una cosa bella, però è molto più importante sviluppare il nostro essere umano con l’amicizia, con la conversazione e anche con tutte le cose che state facendo durante questi mesi adesso, qui.
Quindi penso che questa sia una cosa molto importante.
L’altra è – questo per quelli un po’ più grandi – stare attenti al meccanismo: una specie di dipendenza che, di proposito, mettono nei programmi le applications, le applicazioni, che ci sono nel telefonino.
Loro cercano di renderci dipendenti da questa tecnologia.
Tante volte, quindi, aiuterebbe molto mettere dei limiti, dire: “Dopo una certa ora non guardo più il telefonino”, “In certi orari faccio piuttosto conversazione con la famiglia, cerchiamo di stare insieme”.
Quindi, penso che queste cose aiuteranno a staccarci un po’.
Non siamo tutti attaccati a un cavo, vero? Siamo esseri umani.
Vivere e sviluppare questa dimensione umana.
E anche la parte spirituale della nostra vita: cercare Dio nella preghiera, cercare Dio insieme, nella famiglia, vivere un po’ più liberi da questa dipendenza dalla tecnologia.
Grazie.
Michela:
Caro Papa Leone, il tema di quest’anno dell’Estate Ragazzi è “Il giro del mondo in 80 giorni”.
Ci porta a viaggiare con la fantasia, esplorando tanti mondi diversi.
Tu, che nella tua vita hai viaggiato tanto, hai visitato tantissimi posti lontani e conosciuto tante persone diverse, ci sveli un segreto sui tuoi viaggi?
Papa Leone XIV:
Racconto una piccola cosa, che si collega con la prima domanda.
Da piccoli abbiamo imparato tutti a leggere le mappe stradali.
E se dovevamo andare da qui, da Roma a Napoli, o da Roma a Tivoli, prima di andare, studiavamo: cercavamo la mappa, vedevamo quale strada, per dove era meglio andare… Oggi tutti mettiamo il GPS nella macchina o nel telefonino e andiamo.
Allora, più volte nella mia vita – in Italia mi è successo, in altri Paesi d’Europa, in Perù e una volta anche negli Stati Uniti – ho messo il GPS e mi ha portato per una strada sbagliata e sono rimasto bloccato e non potevo arrivare a destinazione.
Per questo dico – anche parlando della prima domanda – che è importante non essere troppo dipendenti dalla tecnologia.
È molto meglio imparare noi stessi a pensare, ad avere la capacità critica di sapere dove andiamo nella vita, nei viaggi, quello che sia.
Studiare bene, usare la capacità che Dio ci ha dato! Non ho bisogno del telefonino se il cervello funziona! Sì, mi può aiutare, mi può dare informazione, ma anche è importante prepararsi bene per viaggiare.
Questo sì ho imparato, perché uno che va preparato, anche quando succede qualcosa, può sempre trovare una soluzione.
Perché Dio ci ha dato una capacità meravigliosa con la nostra testa, con il nostro cervello.
Quindi questo in generale direi è una cosa che serve per tutti.
Il Santo Padre viene nominato Capo Esploratore, gli vengono consegnati il kit dell’esploratore e una targa dell’Estate Ragazzi.
Papa Leone XIV:
Allora ci sono ancora tante altre domande, però purtroppo devo andare in un altro posto.
Però prima di andare via pensavo sarebbe molto bello che tutti potete dire anche ai vostri genitori che avete pregato con il Papa, perché la preghiera è molto importante per noi.
Vogliamo che Gesù sia qui con noi! Pregheremo insieme – potete restare ai vostri posti, seduti – la preghiera che Gesù ci ha insegnato, con una sola voce.
“Padre nostro.
.
.
”
Benedizione.
Buona giornata! Tanti auguri!
Data: Mon, 22 Jun 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo,
la pace sia con voi!
Cari membri della Fondazione,
cari familiari del venerabile professore Jérôme Lejeune,
cari amici,
è una gioia celebrare il centenario della nascita di Jérôme Lejeune con voi, membri della Fondazione che porta il suo nome e che prosegue la sua opera.
Colpito dalla sofferenza dei bambini con disabilità, il professor Lejeune ha dedicato loro la sua vita di ricercatore scientifico.
La sua scoperta più famosa, quella dell’anomalia cromosomica responsabile della trisomia 21, fece di lui il precursore della genetica moderna, riconosciuto in tutto il mondo; il lungo elenco dei suoi titoli onorifici lo testimonia.
Ma fu anche un medico per vocazione e non smise mai di lavorare per trovare una cura, al fine di alleviare la sofferenza dei suoi pazienti che chiamava “i poveri tra i poveri”.
Difese con ardore la vita e la dignità dei più fragili, anche a costo della propria carriera: «La medicina — amava dire — è l’odio per la malattia e l’amore per il malato».
Consapevole dell’eccellenza accademica del professor Lejeune e della sua instancabile dedizione alla Chiesa, Papa san Paolo VI lo nominò membro della Pontificia Accademia delle Scienze.
In seguito, come sapete, la sua profonda amicizia con san Giovanni Paolo II e la loro visione comune a favore della difesa della vita sono state all’origine della creazione della Pontificia Accademia per la Vita, che il professor Lejeune vedeva come istituzione necessaria di fronte al moltiplicarsi delle minacce contro la vita.
Uomo di scienza e di saggezza, Jérôme Lejeune comprese presto che la sua scoperta scientifica sarebbe stata utilizzata per eliminare le persone con sindrome di Down prima della loro nascita.
Non esitò allora a farsi loro difensore, denunciando la violazione del giuramento di Ippocrate e quella nuova eugenetica che definiva “razzismo cromosomico”.
I suoi interventi profetici lo portarono a difendere la vita di ogni essere umano in nome dell’inviolabile dignità che ha la propria origine nell’atto creatore di Dio.
A tale proposito, interpellò e consigliò istituzioni e sovrani del mondo intero.
Quella battaglia gli valse aspre critiche in certi ambienti scientifici.
Il professor Lejeune era consapevole che se la tecnica può aiutare la medicina, non può tuttavia sostituirla.
Sapeva inoltre che la tecnica può essere utilizzata contro la medicina — che è per natura al servizio della vita — come avviene quando la tecnica sfugge a ogni indispensabile controllo etico e quando prevalgono calcoli di efficacia, di redditività o di utilità.
Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce.
Per questo un medico non dovrebbe mai permettersi, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!
Cari amici, oggi la Fondazione Lejeune, di cui voi siete membri attivi, prosegue l’opera iniziata dal professor Lejeune nelle tre dimensioni della ricerca, della cura e della difesa incondizionata della persona umana.
Mi rallegro del posto che occupate a livello mondiale nella ricerca sulle disabilità intellettive di origine genetica.
Avete anche creato e sostenuto l’Istituto Jérôme Lejeune, che offre consulenze a migliaia di pazienti affetti da diverse disabilità mentali.
Ci tengo a esprimervi il mio incoraggiamento nel vostro impegno a favore della vita e della dignità umana, in particolare presso le autorità pubbliche.
So che intervenite regolarmente nei dibattiti sociali al fine di proteggere ogni persona in tutte le circostanze della sua esistenza.
E so che siete anche attenti a promuovere la cultura della vita attraverso la Cattedra Internazionale di Bioetica, che offre una formazione accademica ai diversi operatori di questo settore: personale sanitario, giuristi e filosofi.
Vi ringrazio per questa formazione che dispensate a uomini e donne che domani potranno così contribuire a garantire un’etica medica al servizio della dignità umana e della vita.
A voi, cari amici con Sindrome di Down e ai vostri famigliari, a voi figli del venerabile professor Lejeune presenti qui questa mattina, a voi tutti, membri delle Fondazioni Jérôme Lejeune di Spagna, Argentina e Stati Uniti, e infine a voi, membri venuti da Portogallo, Italia, Tunisia, Costa d’Avorio e Corea, desidero esprimere la mia soddisfazione per l’opera che, come laici, portate avanti nella carità della verità, sulle orme del venerabile Jérôme Lejeune.
Siate come lui testimoni impegnati nella società, al servizio della ricerca costante del bene comune.
È questo il primo grande principio dell’insegnamento sociale della Chiesa, e della “forma sociale” della dignità riconosciuta a ciascuno (Magnifica humanitas, n.
59).
Il bene comune non esclude nessuno di coloro che sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio.
Il messaggio e l’opera del venerabile Jérôme Lejeune si fondano sull’universalità della ragione e del cuore uniti.
Possa ispirare il coraggio della verità ai numerosi giovani e professionisti desiderosi di coerenza; possa aiutarli a unire senza rigidità la ragione e la fede, la parola e gli atti, l’assenza di giudizio sulle persone e il rifiuto della menzogna.
Vi affido all’intercessione di Nostra Signora, chiedendole di guidare i vostri passi, di sostenere i vostri sforzi e di diffondere la sua tenerezza su tutte le persone fragili.
A voi tutti qui presenti imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i membri della Fondazione, alle loro famiglie e ai “cari protetti” di Jérôme Lejeune.
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
140, lunedì 22 giugno 2026, p.
9.
Data: Sun, 21 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Nel Vangelo della Liturgia odierna (Mt 10,26-33) Gesù, inviando i discepoli in missione, tra l’altro rivolge loro questa esortazione: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (v.
27).
Fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno.
La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta.
San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q.
40, a.
1, ad 2).
E non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti.
Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita.
Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato.
San Matteo – autore del brano biblico a cui ci riferiamo – scriveva per comunità che non avevano vita facile.
Dovevano affrontare ostilità e persecuzioni, come succede ancora oggi a tanti cristiani in vari luoghi della terra, e la tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura era grande.
Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza.
Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 8).
Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace.
Il mondo ne ha tanto bisogno!
La Vergine Maria ci aiuti a essere discepoli missionari del Signore Gesù, ciascuno secondo la propria vocazione.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
ieri è stata celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dalle Nazioni Unite, nella ricorrenza del 75° anniversario della Convenzione sullo statuto dei rifugiati, nata per proteggere quanti sono perseguitati e costretti a lasciare la propria terra, la casa e la famiglia.
Auspico che lo spirito che animò l’elaborazione di questo importante strumento internazionale continui ancora oggi a illuminare le coscienze dei responsabili delle nazioni.
Nessuno può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza.
Esorto inoltre tutti ad accogliere coloro che sono vittime di persecuzione, perché possano vivere in pace, con dignità, e guardare al futuro con speranza.
I would like to greet the members of the Catholic Pentecostal International Dialogue.
“The Church believes as she prays”, and reflecting together on the principle “lex orandi, lex credendi” is particularly relevant nowadays.
Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da diversi Paesi.
Dirigindo-me aos peregrinos que vieram do Brasil, asseguro as minhas orações pelos jovens que morreram, há alguns dias, num acidente rodoviário, no Estado do Ceará.
Saluto i ragazzi della Cresima di due parrocchie di Ozieri, in Sardegna.
A tutti auguro una buona domenica!
Data: Sat, 20 Jun 2026 19:00:00 +0200 leggi alla fonte
Parole a braccio del Santo Padre prima di lasciare Sant'Angelo Lodigiano
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Cari fratelli e sorelle,
sono felice di salutare tutti voi, concittadini e conterranei di Santa Francesca Saverio Cabrini! Ringrazio il Vescovo, Mons.
Maurizio Malvestiti, e il Parroco, il Sindaco e le altre Autorità civili.
Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, Patrona dei migranti, prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917.
Quando ho saputo che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato subito di cogliere l’occasione… Ed eccomi qua.
Grazie, grazie della vostra calorosa accoglienza! Così voi mi dimostrate l’amore della Chiesa laudense per il Papa, un amore che madre Cabrini nutriva con singolare devozione e obbedienza.
Infatti, quando fu il momento della scelta decisiva sulla “rotta” da dare alla missione del suo istituto religioso, volle che fosse il Papa a indicarla.
E Leone XIII fu chiaro: “Non all’oriente, ma all’occidente”, al servizio delle migliaia di emigrati italiani in America, come già le aveva suggerito il Vescovo di Piacenza, San Giovani Battista Scalabrini.
Attraverso le voci di questi due Pastori illuminati, madre Cabrini interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando San Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno.
Ma, care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa.
Domandiamoci: se madre Francesca vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? O meglio, che cosa direbbe il Cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata a Lui e al servizio del suo Regno? E che cosa le avrebbe chiesto un Papa come Francesco, il quale, figlio di emigrati italiani, ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti-chiave del suo pontificato?
Carissimi, Papa Francesco ha voluto che la sua quarta Enciclica, Dilexit nos, che è risultata poi l’ultima, fosse dedicata all’“amore umano e divino del Cuore di Cristo”, cioè a quel mistero di carità infinita che è l’unico vero “motore” della vita di Santa Cabrini, di tutto ciò che ha realizzato e, ancor più, di come lo ha fatto.
Ebbene, in questa Enciclica, Papa Francesco scrive: «L’attualità della devozione al Cuore di Cristo è particolarmente evidente nell’opera evangelizzatrice ed educativa di numerose congregazioni religiose femminili e maschili che sono state segnate fin dalle loro origini da questa esperienza spirituale cristologica» (n.
150).
Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il Magistero di Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di “accompagnare i migranti”, compare, proprio accanto a San Giovani Battista Scalabrini, la figura di Santa Francesca Saverio Cabrini.
«Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto – gli emigrati –: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere» (n.
74).
Lei stessa ha scritto così: «Nessun lavoro sarà troppo difficile, nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del Cuore di Gesù e per tutti coloro invitati ad essere portatori dell’amore di Cristo nel mondo».
Fratelli e sorelle, cosa c’è di più attuale di questo carisma? Lo dico qui, davanti alla Reliquia del cuore di madre Cabrini, portata dalla Casa-madre di Codogno.
Lo dico salutando e ringraziando con affetto le sue figlie spirituali, le Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù.
Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?
Colgo dunque questa occasione per rivolgere un appello, specialmente ai giovani: conoscete Santa Francesca Cabrini! Leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri.
Chi conosce madre Cabrini, ne rimane conquistato.
La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie, coerentemente con il motto paolino che aveva scelto per l’Istituto: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).
Questo appello lo rivolgo in modo speciale alla Chiesa che è a Lodi, che oggi mi ha accolto con tanto affetto! E vorrei esprimerlo in forma di augurio: la Chiesa di San Bassiano si distingua sempre per quei tratti che risplendono in questa sua figlia così gloriosa.
Con il suo esempio e la sua intercessione, Santa Cabrini vi aiuti a essere innamorati di Cristo, testimoni del suo Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri.
Vi aiuti a vivere una sinodalità effettiva, camminando uniti e tendendo insieme alla santità, nella varietà dei doni e dei ministeri.
Per questo vi assicuro la mia preghiera.
Infine, prego il Signore per le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in ogni loro comunità: Dio le benedica e le rinnovi nella fedeltà al carisma di madre Cabrini.
E possa la Chiesa intera guardare a questa stupenda missionaria dell’Amore, per imparare che cosa significa servire il Regno di Dio nel vivo della storia.
A tutti voi e ai vostri cari imparto di cuore la benedizione apostolica.
Grazie!
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Parole a braccio del Santo Padre prima di lasciare Sant'Angelo Lodigiano
Ragazzi buonasera,
c'è un gran dono che avete avuto oggi, tutti: pazienza e capacità di aspettare.
Aspettare è un segno di speranza.
Grazie per essere testimonianza di speranza! Non dimenticate mai: voi giovani potete cambiare il mondo, e noi aspettiamo, ognuno di voi.
Che il Signore vi benedica oggi e sempre!
Grazie per essere qui, grazie per questa gioia, per questa accoglienza.
Accogliete tutti nel vostro cuore e con le vostre opere di carità.
Il Signore sia con voi.
Vi benedica Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Amen.
Grazie, grazie a tutti! Arrivederci!
Data: Sat, 20 Jun 2026 17:30:00 +0200 leggi alla fonte
Parole a braccio del Santo Padre all'esterno del Duomo
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Parole a braccio all'esterno del Duomo
Buonasera a tutti!
Grazie! Grazie a tutti per essere qui.
Un saludo a los peruanos, a todos los latinoamericanos.
Un saluto grande a tutti voi!
Evviva Pavia! Viva!
Abbiamo sentito un momento fa dell’importanza della speranza e della pace.
Tutti vogliamo vivere in pace.
È molto importante che non perdiamo mai la speranza, perché come ci ha detto Sant’Agostino: “Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare con noi stessi”.
Ciò vuol dire: basta con parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi.
Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione.
A tutti gli animatori che sono qui: grazie a voi per il vostro lavoro, per il vostro servizio!
E a tutti i ragazzi: perseverate, partecipate, cercate di costruire autentica amicizia, non un’amicizia solo con lo schermo, con il telefonino.
Autentica amicizia, di persona! Presenti! Tutti presenti! E così troveremo che Gesù davvero vive fra noi.
Gesù sarà presente.
Allora, grazie a tutti voi.
Vi do la benedizione e vi incoraggio davvero a vivere la fede, a vivere questa gioia di essere discepoli di Gesù.
Benedizione
Che siate sempre una comunità viva, di fede, di speranza e di amore.
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Eccellenza Reverendissima,
Signor Sindaco,
Distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio per la vostra accoglienza, così festosa, e per le cortesi parole di benvenuto.
Per bocca del Vescovo e del Sindaco, Pavia stessa si presenta dando voce alla bellezza della vostra città.
È una bellezza esigente, in quanto rappresenta l’eredità preziosa di un passato che diventa impegno per il presente.
La città è in effetti un dono e un compito per chi vi abita: da questa piazza tutti ce ne rendiamo conto, guardando come la vita dei cittadini si rifletta sugli edifici e sulle pietre circostanti.
Ci troviamo tra monumenti che parlano di voi, e che perciò parlano a voi.
Mi riferisco non solo a quelli antichi, ma alle case, alle scuole, all’università, all’ospedale, ai centri parrocchiali.
Sono tutti luoghi significativi, strutture dotate di senso proprio, che testimoniano accoglienza, educazione, cultura.
In forme distinte attestano una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta Costituzionale italiana.
Attraversando il centro storico di Pavia, nelle vie e nelle piazze si respira una bellezza carica di storia, non superficiale.
È questa una caratteristica delle città europee: mentre riconosciamo in esse l’ingegno e il senso civico di chi le ha edificate, ci rendiamo conto di come il valore del tessuto urbano sostenga la loro vita quotidiana e il ruolo proprio che ciascuna di esse ricopre nell’ambito nazionale e internazionale.
Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale.
Il popolo che la abita vi costituisce una società, cioè un organismo che dev’essere ben ordinato nelle sue relazioni e nelle sue leggi.
Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte.
I cittadini sono sempre concittadini! Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano.
Poiché dunque il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società.
Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina.
Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio, che custodiscono piazze, parchi, strade come luoghi di incontro per eccellenza.
Questa buona cittadinanza sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture che animano Pavia.
Oggi invito ciascuno di voi a ripetere dentro di sé: mi interessa la nostra città! Mi interessa la salute di chi ho accanto, mi interessa la bellezza del luogo in cui abito, mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero.
Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura.
La coltivazione della terra rispecchia la promozione della cultura, che trova a Pavia un modello particolarmente felice.
Ricordando la vostra illustre tradizione accademica, penso soprattutto ai giovani e agli studenti che frequentano l’Università cittadina.
In questo polo culturale, essi non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro.
Promuovere le scienze, infatti, significa promuovere l’uomo, che deve sempre restare protagonista delle proprie ricerche.
In tale prospettiva, ad ogni sapere corrisponde una forma di cura: come la scienza medica provvede al corpo umano, così la giurisprudenza si preoccupa del corpo sociale e la filosofia considera il pensiero, da cui l’uomo sviluppa ogni sua arte.
Tutto ciò che veniamo a sapere del mondo ci fa conoscere noi stessi e ci fa interrogare nuovamente sulla nostra esistenza, assetata di verità e di giustizia.
Di questa sete fu pieno l’animo di sant’Agostino, esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca, in chi studia, in chi educa.
La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza.
Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede.
Con questa fiduciosa apertura, infatti, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo.
Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita.
A questo proposito, anche nella città di Pavia la Chiesa opera come grembo che accoglie tutti, generando una nuova umanità.
Ancora oggi, la più antica istituzione cittadina è chiamata a evangelizzare anzitutto come focolare di fede e casa di carità al servizio di chi è più piccolo, povero, solo o anziano, coinvolgendo in questa cura dell’umano tutte le forze di volontariato, alle quali indirizzo la mia stima e la mia riconoscenza.
Grazie al vostro impegno, Pavia è prospera, oltre che di beni, anche di virtù: onorate sempre la dignità di ogni vita umana! La croce, che sta nello stemma della vostra città, è ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che la storia di Pavia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra cittadini e associazioni, tra la Chiesa e gli Enti pubblici, tra generazioni e culture.
Care sorelle e cari fratelli, mentre invito ciascuno a dare il meglio di sé per il bene di tutti, di cuore imparto su di voi, sulle vostre case e sulle vostre famiglie la mia benedizione.
Grazie!
Data: Sat, 20 Jun 2026 16:15:00 +0200 leggi alla fonte
Parole a braccio del Santo Padre nel chiostro del Convento dei Padri Agostiniani
Parole a braccio del Santo Padre fuori la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia
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Parole a braccio del Santo Padre
Grazie, grazie! Buongiorno a tutti!
Se resto trenta secondi in più riconosco tanti di voi.
Sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato: amare Dio, amare i fratelli e le sorelle.
Quando gli hanno domandato: “Qual è più importante dei due?”, rispose: “In ordine a quello che hai scritto, amare Dio, però non sappiamo se stiamo amando Dio se non amiamo i fratelli”.
Quindi l’amore fraterno è tanto importante! La carità verso tutti, oggi, è un messaggio di Sant’Agostino, di Gesù Cristo, molto importante per il mondo.
Che siamo tutti veramente questo segno di amore, di carità nel mondo! Che sappiamo vivere il perdono, la riconciliazione, la pace!
Dio benedica tutti voi.
Grazie per essere qui.
È un piacere salutarvi e vi diamo la benedizione.
Benedizione.
Grazie, grazie! Auguri!
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Eminenza,
Eccellenze, cari fratelli nell’Episcopato,
cari presbiteri e diaconi,
cari religiosi, religiose e seminaristi,
miei confratelli agostiniani,
fratelli e sorelle,
sono felice di trovarmi qui in mezzo a voi e ringrazio il Vescovo, Mons.
Corrado Sanguineti, e Padre Joseph Farrell, Priore Generale dell'Ordine di Sant'Agostino, per le parole di benvenuto che mi hanno rivolto.
Sono contento di quanto ho sentito su questa Chiesa che è in Pavia: una Comunità di antica tradizione che rimane viva e presente nella città e nel territorio, attenta ai segni di questo tempo e alle sue sfide, senza lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede.
Per non scoraggiarsi serve uno sguardo animato dallo spirito della fede, che aiuti a leggere la realtà in modo più profondo rispetto a ciò che appare a prima vista, e a non scivolare in un atteggiamento negativo, pessimista, incapace di generare vita nuova.
Lo sguardo che ci è richiesto – e che lo Spirito Santo ci dona – è invece quello di Gesù.
In mezzo alle difficoltà e alle incomprensioni, Egli vede la mano provvidente del Padre nei gigli dei campi, negli uccelli del cielo (cfr Mt 6,28-29), nutre la speranza nel piccolo seme che cresce (cfr Mc 4,30-33) e invita ad alzare i nostri occhi e guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura (cfr Gv 4,35).
Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ci ha spronato a questa lettura spirituale della realtà, dicendo: «Lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità […].
La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo alla zizzania» (n.
84).
Illuminati dalla speranza del Vangelo e prendendo spunto da quanto ci ha detto nella Lettura l’Apostolo Pietro (cfr 1Pt 2,4-10), che chiama “pietre vive” i discepoli del Signore, chiediamoci: come possiamo oggi, qui a Pavia, essere una Chiesa viva?
La prima indicazione dell’Apostolo è essenziale: stare uniti a Cristo, pietra viva, scartata dagli uomini ma scelta da Dio.
Cristo è il fondamento dell’edificio spirituale, è la pietra angolare posta come base del nostro cammino ecclesiale, dell’agire pastorale e dell’evangelizzazione (cfr vv.
4-5).
Questo essere costruiti e costruire in Cristo ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale.
Naturalmente siamo chiamati a essere realisti, e sappiamo che nelle comunità parrocchiali e nella vita di una diocesi ci sono tante urgenze e tanti impegni che richiedono presenza e molteplici attività.
Si tratta però di ricondurre tutto al centro, di costruire sempre a partire dalla pietra angolare, di impedire che le nostre azioni risultino dispersive, centrate unicamente su noi stessi e sui nostri sforzi.
Poiché il centro è Cristo, tutti attingiamo da quest’unica fonte e sottoponiamo il nostro impegno al discernimento che proviene dalla sua luce e dalla sua Parola.
Allora facciamo crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi, in cui tutti si riconoscono fratelli e lavorano con gioia al servizio del Regno di Dio.
Questo implica quanto all’inizio diceva il vostro Vescovo: dobbiamo imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale, anche se ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato.
L’essenziale è vivere con Cristo, e diffondere il suo Vangelo è ciò che ci deve stare a cuore.
Lo raccomando anzitutto ai presbiteri, che talvolta possono soffrire il senso di dispersione interiore, di stanchezza per le molteplici incombenze: ritornate sempre al centro, unificate tutto nella relazione con il Signore, e in Lui scoprite la gioia della fraternità presbiterale e il comune lavoro pastorale con i laici.
E lo raccomando anche alle religiose e ai religiosi, che conoscono spesso la fatica di attualizzare il carisma a cui appartengono, ma che hanno sempre bisogno di ripartire da Cristo e di mettere in comune i talenti ricevuti sia con altre comunità religiose sia con l’insieme della Chiesa diocesana.
Aderire a Cristo, pietra angolare, ci permette anche di affrontare le problematiche odierne che riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa.
In un tempo nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana per la loro vita, siamo chiamati anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società.
C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede.
Perciò, bisogna annunciare il nucleo del Vangelo, cioè Gesù, che nella sua incarnazione, morte e risurrezione ci rivela il mistero di Dio e al tempo stesso il mistero che siamo noi stessi.
«Una pastorale in chiave missionaria […] si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario» (Evangelii gaudium, 35).
In questo contesto, la figura di Sant’Agostino brilla di luce preziosa.
Il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (De vera religione, XXXIX, 72).
Il bisogno di rientrare in sé stessi, di non disperdersi nella frammentazione esteriore, di cercare e trovare un senso che orienti la nostra vita e animi le nostre relazioni, è un’esigenza comune a tutti: oggi esso riaffiora in modi diversi anche nella fretta e nella dispersione del vivere quotidiano, soprattutto negli interrogativi dei più giovani.
Quando la nostra testimonianza di fede è coerente e appassionata, noi stessi diventiamo “pietre vive” che compongono l’edificio spirituale che è la Chiesa.
Lo stile di vita dei cristiani, che era nuovo e stupefacente agli inizi, nel confronto con il mondo giudaico e con quello pagano, deve esserlo tutt’ora, nel mondo di oggi.
Uniti a Cristo possiamo infatti esprimere il nostro sacerdozio santo, offrendo ogni giorno sacrifici spirituali (cfr 1Pt 2,5).
Intessuto di preghiera e di servizio al prossimo, questo culto trasforma la nostra vita in segno del Vangelo attraverso le scelte, le azioni e le relazioni.
Carissimi, come pietre vive, siamo chiamati a essere Chiesa ben radicata nel territorio, Chiesa che cammina in mezzo alle fatiche e alle speranze della gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede.
So che siete già animati da questa passione pastorale e vi invito a coltivarla senza scoraggiarvi, cercando di raggiungere tutti con la gioia del Vangelo, valorizzando il meglio della vostra storia – pensiamo agli oratori – e sperimentando nuove possibilità di incontro.
Particolare cura merita l’impegno di rendere organiche le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale.
L’ascolto della Parola genera vivacità spirituale, stimola la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni, spinge a farsi prossimi dei poveri.
E, specialmente qui a Pavia, sottolineo l’importanza della pastorale universitaria e del dialogo con la cultura.
Lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano.
So che avete iniziato a compiere passi significativi per assumere uno stile sinodale nella vita comunitaria, integrando il cammino tradizionale delle parrocchie con nuove iniziative di evangelizzazione.
Vi invito perciò a proseguire su questa strada, imparando sempre più a camminare insieme, nel comune discernimento ed elaborando progetti condivisi, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità.
Cari fratelli e sorelle, Maria Santissima, Madre della Chiesa, vi ottenga il desiderio ardente di vivere e testimoniare il Vangelo, nella carità fraterna che ci rende unico popolo in cammino verso Dio.
Venerando le reliquie del santo padre Agostino, chiedo che egli, insieme al vostro Patrono San Siro, interceda sempre per questa Chiesa e per la città di Pavia.
Grazie!
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Parola a braccio del Santo Padre
Buonasera a tutti! Ciao, buonasera!
Grazie per essere qui.
Avete seguito tutta la cerimonia in preghiera qui fuori.
Adesso do anche a voi una benedizione, chiedendo che il Signore vi accompagni e vi protegga sempre.
Benedizione.
Auguri a tutti voi! Grazie, grazie!
Data: Sat, 20 Jun 2026 13:00:00 +0200 leggi alla fonte
ore 13,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
ore 14,45 Atterraggio nel Campo di Rugby CUS di Cravino
Il Santo Padre è accolto da:
1.
S.
E.
Mons.
Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia
2.
On.
Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia
3.
Dottoressa Francesca De Carlini, Prefetto di Pavia
4.
Dott.
Michele Lissia, Sindaco di Pavia
5.
Dott.
Giovanni Palli, Presidente della Provincia di Pavia
immediato trasferimento in auto al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO)
ore 15,00 All’ingresso del CNAO il Santo Padre è accolto da:
1.
Dott.
Gianluca Vago, Presidente
2.
Dott.
Sandro Rossi, Direttore
Il Santo Padre incontra e saluta alcuni Dirigenti, Personale Medico, e alcuni bambini in cura, con i genitori
ore 15,30 Il Santo Padre lascia il CNAO e si trasferisce in auto alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro
ore 15,45 Convento dei Padri Agostiniani:
il Santo Padre è accolto da:
1.
Padre Joseph L.
Farrell, Priore Generale
2.
Padre Gabriele Pedicino, Priore Provinciale
3.
Padre Gianfranco Casagrande, Priore del Convento
breve incontro con la Comunità Agostiniana
Nel Chiostro: saluto ai Vescovi della Lombardia e ad alcuni Collaboratori
ore 16,15 In Basilica: sono presenti Vescovi Lombardi, Clero, Consacrati e Diaconi permanenti
- Saluto di S.
E.
Mons.
Corrado Sanguineti
Celebrazione della Parola e venerazione delle Reliquie di S.
Agostino
ore 17,00 Il Santo Padre lascia la Basilica e saluta i Fedeli nel Piazzale antistante
Trasferimento in auto a Piazza Duomo
Sul sagrato del Duomo il Santo Padre riceve l’omaggio floreale dei bambini, e saluta i bambini e la Comunità sudamericana presenti in Piazza
Il Santo Padre entra in Cattedrale, accolto dai Membri del Capitolo: adorazione del Santissimo Sacramento e sosta davanti all’altare di San Siro, primo Vescovo e Patrono della Diocesi e della Città
ore 17,15 Il Santo Padre esce dal Duomo, e raggiunge a piedi Piazza Vittoria
ore 17,30 Piazza Vittoria: Incontro con la Cittadinanza
- saluto del Dott.
Michele Lissia, Sindaco di Pavia
- saluto di S.
E.
Mons.
Corrado Sanguineti
al termine, il Santo Padre saluta una Rappresentanza di Autorità e di Fedeli
ore 18,30 Il Santo Padre lascia Piazza Vittoria e raggiunge il Campo di Rugby CUS di Cravino, dove si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 18,45 Decollo da Pavia
________________
ore 18,55 atterraggio nello Stadio comunale “Carlo Chiesa” in Via Francesco Cortese
Il Santo Padre è accolto da:
1.
S.
E.
Mons.
Maurizio Malvestiti, Vescovo di Lodi
2.
Dott.
Cristiano Devecchi, Sindaco di Sant’Angelo Lodigiano
trasferimento in auto alla Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini, dove è accolto dal Parroco, Mons.
Enzo Raimondi
In chiesa: adorazione del Santissimo Sacramento e venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini
- saluto di S.
E.
Mons.
Maurizio Malvestiti
ore 19,30 Il Santo Padre lascia la Parrocchia e raggiunge lo Stadio comunale, dove si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 19,45 Decollo da Sant’Angelo Lodigiano
ore 21,15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano
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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2025
Data: Fri, 19 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
buongiorno e benvenuti.
Avete appena concluso due giornate di intenso lavoro nel Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo.
Vi siete riunti per partecipare alla prima edizione dei “Dialoghi del Borgo” — come ha appena spiegato il Cardinale Baggio —, il primo passo di un processo volto a rinnovare e a reimmaginare la guida morale in un mondo che oggi appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche.
E, fratelli, avete discusso di temi importanti, che preoccupano anche la Chiesa cattolica: l’intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’umanità, l’invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia e il futuro della sostenibilità.
Avete esaudito il desiderio che ho espresso di recente nella mia Lettera Enciclica Magnifica humanitas: “entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità.
Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti” (n.
2).
Nello stesso documento ho anche affermato che “viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale.
Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di ‘nuova creazione’ sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi” (n.
204).
I vostri dialoghi sono stati costruiti sulla visione di sinodalità della Chiesa cattolica, ascoltando dal basso e promovendo al tempo stesso l’unità globale.
Voi siete esperti, leader e professionisti provenienti da diverse parti del mondo, che lavorano in campi diversi, con una varietà di competenze, esperienze e visioni.
E nonostante questa diversità, siete tutti profondamente impegnati nella trasformazione ecologica, sociale ed economica del mondo.
Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale.
“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione.
Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione” (Magnifica humanitas, n.
213).
È questo che avete fatto nel magnifico scenario dei Giardini Pontifici del Borgo Laudato Si’, lasciando che la bellezza del creato — e del Creatore — vi ispirasse a coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria.
Grazie per la vostra apertura e disponibilità a partecipare a questo processo, che vi riunirà novamente in altri importanti contesti e che apre cammini per ulteriori progressi.
Il Signore benedica i vostri sforzi e vi doni la grazia di essere umili costruttori della Nuova Gerusalemme, la città di Dio, che offre acqua viva agli assetati e cure, riconoscimento, parole gentili e mani capaci di tenerezza a ogni essere umano.
Grazie.
______________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
138, venerdì 19 giugno 2026, p.
3.
Data: Fri, 19 Jun 2026 01:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari amici,
sono lieto di salutare tutti voi mentre vi riunite in diversi luoghi per le «Steubenville Summer Youth Conferences», nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario di questi incontri.
Come forse sapete, quest’anno celebriamo anche l’ottavo centenario della morte di san Francesco.
Poiché questo evento è organizzato dall’Università Francescana di Steubenville, ho pensato che sarebbe opportuno riflettere sul messaggio che san Francesco potrebbe dare ai giovani oggi.
Penso che potrebbe parlarci di molte cose, ma specialmente della pace autentica e della perfetta letizia, poiché questi temi sono stati una parte importante della sua vita.
Se nel tredicesimo secolo aveste incontrato san Francesco per le strade di Assisi, probabilmente vi avrebbe guardati con un sorriso sereno e amorevole e avrebbe detto “Pace e bene”.
È così che san Francesco spesso salutava le persone, ed esprime uno dei desideri che aveva nel cuore.
Anche noi possiamo domandarci: desidero la vera pace per coloro che entrano in contatto con me? Tratto gli altri in un modo che porti loro pace? Ora, potreste dire che ciò non è sempre facile.
A volte il nostro comportamento, anche verso coloro ai quali vogliamo molto bene, può portare frustrazione e conflitto invece che pace.
Dobbiamo tenere a mente che san Francesco riuscì a seminare pace non per i propri sforzi, ma perché possedeva dentro di sé la fonte della vera pace.
Ho ripetuto spesso che la pace è un dono di Dio, un dono che riceviamo quando invitiamo il Signore a entrare nel nostro cuore.
Allora siamo chiamati a diventare strumenti della sua pace, portandola alle nostre famiglie, alle nostre comunità, ai nostri Paesi e al mondo intero.
Vorrei pertanto invitarvi ad approfittare dei momenti di silenzio durante questa conferenza per scoprire la pace di Cristo, che egli ha promesso di dare ai suoi discepoli (cfr.
Gv 14, 27).
San Francesco era anche conosciuto come persona particolarmente gioiosa.
Si rallegrava della bellezza del creato, della bontà e della misericordia infinite di Dio, della conversione dei peccatori.
E tuttavia potrebbe sorprendervi il modo in cui una volta spiegò che cosa fosse la perfetta letizia.
Una sera d’inverno, mentre tornava a piedi ad Assisi con frate Leone, uno dei primi membri dell’Ordine francescano, san Francesco iniziò a fare un elenco delle cose in apparenza “buone” che non portano alla gioia perfetta.
A un certo punto, frate Leone esclamò: «Padre Francesco, dimmi dove si può trovare la perfetta letizia!».
Rispondendo, il santo descrisse una situazione tragica che implicava soffrire per il freddo, la fame e il rifiuto — il contrario di ciò che ci si aspetterebbe — aggiungendo poi che se quelle difficoltà venivano accolte con pazienza, senza lamentarsi e con amore verso Dio, “questa è perfetta letizia”.
Potremmo domandare: è davvero possibile provare gioia in circostanze tanto difficili? È possibile solo se la nostra vita è fondata sulla nostra relazione con Dio come Padre amorevole.
Di fatto, la gioia di san Francesco, la gioia di cui parlava san Francesco, non può essere trovata attraverso dispositivi elettronici, trascorrendo ore davanti a uno schermo o scrollando ogni giorno all’infinito nei social media.
Queste attività spesso fanno sprecare tempo prezioso che potrebbe essere usato per momenti di preghiera silenziosa, per coltivare amicizie autentiche, per trascorrere tempo di qualità con la famiglia, per imparare di più della fede, per studiare o praticare sport.
La gioia non va mai ricercata attraverso l’uso di droga, l’abuso di alcol, la promiscuità, le relazioni superficiali, l’ossessione per la nostra immagine o qualsiasi altro tipo di comportamento dannoso.
Sorprendentemente non può essere trovata nemmeno in beni come la ricchezza, la bellezza, la fama o persino la salute, perché un giorno ci lasceremo dietro tutto ciò.
Solo l’amore di Dio può darci una gioia vera e perfetta.
Se siamo profondamente convinti che Dio si prende cura di noi come suoi amati figli, non saremo confusi o scoraggiati, nemmeno nelle situazioni difficili.
Molti di voi si sono sentiti dire sin da piccoli che Dio li ama.
Ma lo credete veramente? Voi siete preziosi agli occhi di Dio! (cfr.
Is 43, 4).
Voi siete amati da lui incondizionatamente! Siete certi di questo? Se coltivate con lui un rapporto di fiducia, attraverso la preghiera regolare, attraverso la ricezione dei sacramenti, se vi abbandonate nelle sue mani, allora l’ansia o la tristezza e la solitudine svaniranno mentre la sua grazia vi colmerà e il suo amore infiammerà il vostro cuore.
È questo il segreto per riuscire ad affrontare le circostanze impegnative con un sorriso.
Aprite i vostri cuori per scoprire questa realtà.
Dunque, il messaggio di san Francesco — e il mio — è semplice: la vera pace e la perfetta gioia sono doni di Dio che giungono quando ci apriamo a Lui e confidiamo nel suo potere di cambiarci.
Che cosa possiamo dargli in cambio di un amore così grande, di questi doni così generosi? Niente, se non noi stessi! Oggi il Signore ha bisogno di missionari che portino la Parola a coloro che non lo conoscono, di uomini e donne santi che diano vita a famiglie cattoliche amorevoli, di sacerdoti che siano padri spirituali e ministri dei sacramenti, nonché di religiosi e di religiose che testimonino la vera gioia del suo Regno.
Se avete la sensazione che forse il Signore vi stia chiamando a una di queste vocazioni, non chiudetevi in voi stessi o non allontanatevi per la paura, ma fate un passo avanti e dite al Signore: “Eccomi, manda me!” (Is 6, 8).
Allo stesso tempo non abbiate paura di parlarne con qualcuno, un amico fidato, un sacerdote o una religiosa.
Auguro a tutti voi una conferenza feconda, pregando perché in queste giornate siate colmati dell’amore di Cristo e conosciate altri giovani che desiderano donare la loro vita totalmente a lui e, così facendo, trovare la vera felicità.
Affidando tutti voi all’intercessione materna di Nostra Signora, Causa della nostra Gioia, invoco volentieri su ognuno di voi le benedizioni divine della pace e della fortezza.
E vi benedica Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Amen.
______________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
139, sabato 20 giugno 2026, p.
3.
Data: Thu, 18 Jun 2026 16:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
celebriamo questa Eucaristia affidando alla misericordia del Signore il nostro fratello Cardinale Camillo Ruini, pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo.
Per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità che il Signore ha voluto affidargli, come sacerdote, Vescovo e Cardinale: nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità.
Moltissimo gli deve la Chiesa in Italia, che ha servito per circa diciassette anni come Presidente della Conferenza Episcopale; come pure la Diocesi di Roma, in cui per altrettanto tempo ha svolto il ministero di Vicario del Santo Padre.
Ha saputo guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’Episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide.
A lui si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile.
Pensiamo al “Progetto culturale”; all’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana; al grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione, qui a Roma; alla sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa, come pure del mondo laico e della società.
Mentre lo ricordiamo e lo affidiamo alle braccia del Padre celeste, ci lasciamo illuminare dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato e anche da alcuni pensieri che lui stesso ha lasciato scritti.
Nella prima Lettura sono risuonate le parole vibranti dell’Apostolo Paolo: «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,38-39).
È questa la verità che ha animato anche il Cardinale Ruini nel suo ministero.
L’amore di Dio è fedele, niente può sconfiggerlo né separarcene, perché è dono suo, viene da Lui, e ci è profuso al di là di ogni nostro merito e debolezza.
Molteplici sono state le vicissitudini attraverso le quali il nostro caro fratello ha accompagnato i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio, ed è proprio nella carità invincibile del Signore e nella risposta di fede a questo dono che dobbiamo cercare la radice della forza con cui le ha affrontate.
Nel suo Testamento spirituale, parlando delle tante persone nei confronti delle quali sentiva gratitudine per il bene elargitogli, il Cardinale Camillo ha scritto: «Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare».
Penso siano parole che possono aiutare anche noi a vivere le nostre responsabilità e i nostri diversi servizi con la stessa umiltà e con la medesima fiducia in Dio.
Del resto, egli stesso ha testimoniato che una delle risorse che più lo hanno accompagnato nella sua lunga esistenza, fin dall’infanzia, è stata la preghiera, semplice, accorata, fresca negli anni più teneri e poi maturata nel corso del tempo, fino alla stagione della fragilità e della malattia.
Un’altra frase della Scrittura che la Liturgia ci ha offerto, e che può aiutarci a vivere con frutto questo momento di grazia, sono le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io» (Gv 17,24).
In esse troviamo riassunto il programma, la direzione e lo scopo ultimo di una vita spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza.
Il Cardinale Ruini ha scritto in merito: «Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore» (Testamento spirituale).
È bello ricordare, in questo momento, la realtà che ha animato nel profondo, al di là e al di sopra di ogni altra preoccupazione, il suo cuore di Pastore.
Mentre lo accompagniamo con la preghiera e con l’offerta dell’Eucaristia, facciamo nostro il suo desiderio, di giungere là dove il Signore ci attende e ci desidera, nella gioia eterna, e di camminare verso la meta, gli uni con il desiderio di esserne partecipi assieme agli altri, uniti, in Lui e tra noi, per sempre.
Il Cardinale Camillo Ruini ha avuto la grazia di conoscere personalmente e di lavorare con alcuni grandi Santi dei tempi recenti, quali San Paolo VI e San Giovanni Paolo II.
In particolare, del suo rapporto con Papa Wojtyła, del quale per tanti anni è stato collaboratore, ha scritto: «In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare» (ibid.
).
Ritengo che dall’esempio di unità di vita del grande Pontefice il Cardinale abbia saputo trarre tanto, perché possiamo ritrovare anche in lui molti dei tratti con cui descrive il Santo Papa; e penso che tale consonanza di sentimenti possa animare anche noi nel nostro cammino.
Come motto del suo Episcopato, il nostro fratello aveva scelto una frase ispirata al Vangelo di San Giovanni: Veritas liberabit nos, “La verità ci renderà liberi” (cfr Gv 8,32).
Queste parole riassumono la profonda concezione di persona e di libertà che Cristo ci ha rivelato e che la Chiesa insegna: siamo fatti per la verità e per il bene, e solo in questo troviamo unità, pace e piena realizzazione, nella vita terrena e per l’eternità.
Esse ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo.
Guardando alla vita del Cardinale Ruini, a come è vissuto e a come ha lasciato questo mondo, possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza.
Desidero, in conclusione, rivolgere una parola di ringraziamento alle persone che, come già accennato, hanno accompagnato, coadiuvato e sostenuto il Cardinale nel suo lavoro, durante il suo servizio pastorale e specialmente negli anni della vecchiaia e dell’infermità.
In particolare, vorrei ringraziare chi gli è stato vicino fino all’ultimo con devota dedizione.
Il Signore ricompensi tutti, doni conforto ai parenti e alle persone care, e conceda a lui il premio della sua pace che non ha fine.
Data: Thu, 18 Jun 2026 12:30:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eminenza, Eccellenze,
cari sacerdoti, fratelli e sorelle,
a tutti voi il più cordiale benvenuto! Sono lieto di incontrarvi al termine della vostra Assemblea plenaria annuale; saluto il Prefetto, Cardinale Gugerotti, gli altri Superiori e gli Officiali del Dicastero per le Chiese Orientali e in particolare voi, membri delle Agenzie della ROACO.
Oltre al lavoro sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche, che costituisce il motivo principale del vostro ritrovo, so che questa volta avete concentrato le vostre riflessioni su un argomento specifico: la formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.
Credo sia stata una scelta molto opportuna.
Soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a diffonderne le ricchezze spirituali.
E le comunità cattoliche orientali ne custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese Ortodosse.
Sì, le Chiese Orientali Cattoliche hanno un grande dono da arrecare all’intera compagine cattolica, spesso ignara di abbracciare al suo interno tradizioni ecclesiali diverse.
La nostra Madre Chiesa è dunque unita, ma non uniforme; il suo grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda.
Ci fa bene approfondire tali tesori con i milioni di fratelli e sorelle orientali cattolici, mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le Chiese Orientali.
Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare, testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza che svelano.
Inducono inoltre i fedeli a dar voce alla propria orazione secondo le caratteristiche teologiche e antropologiche a ciascuna più confacenti, tanto che il Concilio Vaticano II ha osservato, a proposito dell’Oriente e dell’Occidente cristiano: «Non fa quindi meraviglia che alcuni aspetti del mistero rivelato siano talvolta percepiti in modo più adatto e posti in miglior luce dall’uno che non dall’altro, cosicché si può dire che quelle varie formule teologiche non di rado si completino, piuttosto che opporsi» (Unitatis redintegratio, 17).
Ebbene, l’Oriente cristiano lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa.
Ma per apprenderlo e amarlo bisogna investire sulla formazione.
Già più di trent’anni fa San Giovanni Paolo II ne indicò l’opportunità, ribadendo con forza, tra l’altro, la necessità di «conoscere la liturgia delle Chiese d'Oriente; approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano; […] offrire nei seminari e nelle facoltà teologiche un insegnamento adeguato su tali materie, soprattutto per i futuri sacerdoti» (Lett.
ap.
Orientale lumen, 24).
Per questo la scelta di aiutare a promuovere la formazione dei ministri sacri, mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni, è un bel segno di concreta attenzione a queste Chiese.
Questo legame tra conoscenza e carità, tra menti aperte e mani operose, necessita però anche di spirito: di un cuore non solo generoso, ma pure abitato dalla grazia, infiammato dallo Spirito Santo.
Perciò, per il buon esito del vostro adoperarvi con grande impegno e dedizione, mi permetto di raccomandarvi di coltivare sempre la vita spirituale, soprattutto attraverso la costanza nella preghiera e nella vita sacramentale.
Le opere di bene, infatti, non portano frutto duraturo se non si alimentano alla sorgente del bene, la sorgente che è Dio.
E se è anzitutto vero che «la fede senza le opere è morta», come leggiamo nella Lettera di Giacomo (2,26), è vero pure che le opere, senza una fede viva, sono sterili.
Carissimi, guardandovi e pensando al servizio silenzioso e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno, non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre.
Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente.
Come non pensare alla dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri, causata anzitutto dalla guerra che, lo ribadisco, non risolve problemi, ma crea tragedie, tragedie spesso lasciate cadere nell’oblio generale.
Figlia della guerra, c’è una piaga di cui vorrei parlare oggi e che continua a dissanguare soprattutto le Chiese Orientali.
La definisco con una parola: precarietà.
Quando un visitatore si reca in un Paese che ha conosciuto conflitti sui quali è poi calato il silenzio, le cose possono sembrare generalmente tranquille, anche se fortemente segnate dai drammi del passato.
Eppure quelle società sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte.
E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei poveri.
Questo fa sì che in molti Paesi la paura e l’insicurezza dominino ovunque: il lavoro appare precario, il pagamento dei salari discontinuo, la sanità, quando funziona, va a singhiozzo, l’istruzione è provvisoria.
E ciò a discapito della gente comune, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, degli anziani e degli ammalati.
Diventa un dramma che pesa sui cuori di tutti, divora la speranza e impedisce la costruzione del futuro, favorendo la compulsione ad andarsene, come accade per tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, specialmente in Medio Oriente.
Vorrei rivolgere ancora una volta un appello a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili.
La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza, del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le persegue.
Preghiamo Gesù, Signore della pace, e sollecitiamo le coscienze perché siano sensibili allo sdegno; e si ridestino il rispetto per l’umanità e un doveroso senso di civiltà!
A voi e a tanti donatori che, in nome del Vangelo, continuano a impegnarsi a porre rimedio a tanta disumanità, dico grazie dal profondo del cuore.
Vi benedico, cari fratelli e sorelle, e vi incoraggio a perseverare nella carità senza scoraggiarvi, animati dalla speranza di Cristo.
Grazie!
Data: Thu, 18 Jun 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari amici,
sono lieto questa mattina di salutare tutti voi, che rappresentate il Consiglio di amministrazione della Hebrew University di Gerusalemme mentre visitate il Vaticano e visitate Roma.
E spero che il tempo che trascorrerete qui vi consentirà di approfondire la vostra conoscenza sia della Città del Vaticano sia di Roma, un luogo che non è solo centrale alle origini e alla crescita della fede cristiana, ma che per millenni ha pure favorito gli incontri tra culture e popoli.
Anche le università sono da sempre luoghi d’incontro, che riuniscono studenti e docenti per crescere in sapere attraverso lo studio accademico e la ricerca, come anche attraverso le amicizie e i legami professionali che si instaurano spontaneamente.
Sebbene non sia sempre facile, le università devono lavorare costantemente per assicurare che continuino ad esservi opportunità per incontri significativi.
È una parte essenziale della vita di qualsiasi istituto di educazione superiore, poiché le nostre relazioni con gli altri, le nostre lingue e le nostre culture sono estremamente importanti per quel che siamo come esseri umani (cfr.
Discorso ai docenti e agli studenti dell’università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026).
In quanto luoghi naturali d’incontro, dunque, le università sono state tradizionalmente anche luoghi privilegiati di dialogo, in cui la ricerca della conoscenza è intrinsecamente legata agli scambi di idee tra tutti i membri della comunità accademica.
In un clima in cui il dialogo rispettoso è possibile, tutti possono crescere nella conoscenza imparando dai punti di vista e dalle vive testimonianze degli altri, anche di coloro con cui si può essere in disaccordo.
In questi ambienti, con paziente perseveranza, è possibile lavorare gradualmente per abbattere qualunque barriera di fraintendimento e di sfiducia possa sorgere.
A questo riguardo, in un tempo spesso caratterizzato dalla violenza e da pungente retorica, i membri della vostra variegata comunità universitaria possono continuare a essere “artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli” (Ibidem).
I Salmi ci dicono che Dio che ci ama incondizionatamente parla di pace al suo popolo e a coloro che si rivolgono a lui nel loro cuore (cfr.
Sal 85, 8-9).
Dio ci chiede di essere suoi strumenti per portare pace al mondo, ma dobbiamo iniziare da noi stessi.
Come ha scritto sant’Agostino d’Ippona, “Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace.
Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso” (Discorso 357, 3).
Invece di pensare che la pace sia impossibile e fuori dalla nostra portata, dobbiamo cercare di promuoverla nelle nostre comunità e di accoglierla e riconoscerla nella nostra vita (cfr.
Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026).
Prego perché, formando artigiani di pace, la comunità universitaria possa continuare a essere un faro di speranza e di unità in un mondo sempre più diviso.
Miei cari amici, con questi sentimenti vi ringrazio per la vostra presenza e invoco su tutti voi e sui vostri cari le divine benedizioni della sapienza e dell’armonia.
Grazie.
______________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
137, giovedì 18 giugno 2026, p.
3.
Data: Wed, 17 Jun 2026 10:00:00 +0200 leggi alla fonte
Catechesi.
Il Viaggio Apostolico in Spagna
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Oggi desidero proporre alcune riflessioni sul viaggio apostolico che ho compiuto la settimana scorsa in Spagna, visitando Madrid, Barcellona, l’Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie.
Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica.
Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto.
Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al Re e alle Autorità civili, ai Vescovi e alle Comunità ecclesiali.
Il popolo di Dio mi ha molto confortato con la festosa manifestazione della sua fede e del suo affetto.
A mia volta, ho confermato i fedeli e, come Vescovo di Roma, li ho incoraggiati a superare ogni forma di divisione e di contrapposizione coltivando sempre la comunione, il dialogo, l’unità nella diversità.
Questo è il servizio proprio del Successore di Pietro, servizio che nei viaggi apostolici trova un’espressione specifica, ogni volta adatta alle situazioni ecclesiali e sociali dei Paesi visitati.
Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del Papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore.
Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione.
Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale.
Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie “inculturazioni”, può trasmettere nella vita dei popoli.
Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia.
A Madrid e a Barcellona ci siamo radunati nelle grandi Cattedrali come pure negli stadi modernissimi.
Abbiamo pregato il santo Rosario nell’Abbazia di Montserrat.
Abbiamo celebrato nella Sagrada Familia, maestoso simbolo, sinfonia di pietra e di luce che parla a tutti del mistero cristiano.
Questo incontro di antico e moderno, di tradizione cattolica e cultura contemporanea mi ha fatto percepire dal vivo il carattere proprio dell’Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata.
Si tratta di un patrimonio da custodire con cura, per poterlo investire nell’oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l’ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana.
Sono sfide che il Concilio Vaticano II aveva già chiaramente riconosciuto e sulle quali è ritornato il Magistero successivo, fino alla mia recente Enciclica Magnifica humanitas, che mira a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole.
Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare – testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti –, l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie.
Proprio là, alle Isole Canarie, ultima tappa del nostro itinerario, mi è stata offerta una chiave di lettura complessiva.
Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa.
Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati.
Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo.
E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore.
Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore.
Cari fratelli e sorelle, il motto di questo Viaggio Apostolico era “Alzad la mirada”, “Alzate lo sguardo!” (cfr Gv 4,35).
Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli, per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza.
A me per primo il Signore ripete quelle parole, e con la sua grazia ne ho fatto esperienza anche durante il Viaggio.
Oggi vorrei condividere con voi questo invito: alziamo lo sguardo! Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione.
Infine, voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato per la buona riuscita di questo Viaggio Apostolico, in modo particolare le comunità di monache contemplative, che in Spagna, grazie a Dio, sono molto numerose.
Continuate a pregare, perché, con l’intercessione della Vergine Maria, i semi che ho sparso portino frutti abbondanti.
Grazie!
________________________
Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus du Bénin, et de France, en particulier le groupe de La Réunion, les prêtres et les élèves des diverses écoles.
Apprenons de Jésus à regarder le prochain, les personnes et le monde avec les yeux de Dieu, c’est-à-dire avec amour, respect et compassion.
Je vous bénis de grand cœur !
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, venuti dal Benin e dalla Francia, in particolare il gruppo proveniente da La Réunion, i sacerdoti e gli studenti delle varie scuole.
Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, le persone e il mondo con gli occhi di Dio, cioè con amore, rispetto e compassione.
Vi benedico di cuore!]
I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from England, Cameroon, Taiwan, The Philippines and the United States of America.
As the summer holidays begin for many, may this time be an opportunity to grow closer to the Lord through moments of prayer and to support one another through generous acts of charity.
Upon all of you and your families, I invoke the peace and unity of our Lord Jesus Christ.
God bless you all!
Liebe Brüder und Schwestern, das Motto der Apostolischen Reise nach Spanien lautete: „Erhebt den Blick“ (vgl.
Joh 4,35).
Richten wir alle unseren Blick auf Jesus Christus, den guten Hirten.
Von ihm lernen wir, unsere Mitmenschen und die ganze Welt mit den Augen Gottes zu sehen – voller Liebe, Respekt und Mitgefühl.
[Cari fratelli e sorelle, per il Viaggio Apostolico in Spagna è stato scelto il motto «Alzate lo sguardo» (cfr.
Gv 4,35).
Rivolgiamo tutti il nostro sguardo a Gesù Cristo, il Buon Pastore.
Da Lui impariamo a guardare gli altri e il mondo intero con gli occhi di Dio, pieni di amore, rispetto e compassione.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Tal como indicó Jesús a sus discípulos, los invito a alzar la mirada para aprender a ver en las personas su deseo de vida, de verdad y de plenitud (cf.
Jn 4,35).
Que Él nos enseñe también a nosotros a mirar a los demás con los ojos de Dios, es decir, con amor, respeto y compasión.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,我鼓励你们在属神的喜乐和对福音的忠信中日益成长。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a progredire sempre più nella letizia spirituale e nella fedeltà al Vangelo.
Vi benedico di cuore.
]
Tenho a alegria de dar as boas-vindas aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente ao grupo de sacerdotes vindos de Portugal e à família marista proveniente do Brasil.
Queridos irmãos e queridas irmãs, o Senhor Jesus pede-nos que levantemos os olhos e observemos a humanidade com o seu olhar compassivo, transformando cada lugar com a esperança e a caridade.
Que Deus vos abençoe!
[Sono lieto di dare il benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese, specialmente al gruppo di sacerdoti arrivato dal Portogallo e alla famiglia marista proveniente dal Brasile.
Cari fratelli e care sorelle, il Signore Gesù ci chiede di alzare gli occhi e di osservare l’umanità con il suo sguardo compassionevole, trasformando ogni luogo con la speranza e la carità.
Dio vi benedica!]
أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.
نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَرفَعَ عُيونَنا ونَنظُرَ إلى العالَمِ بِعَينَيِ الله، المَملوءَتَينِ مَحَبَّةً واحتِرامًا وَرأفَةً.
باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
Siamo chiamati ad alzare lo sguardo e a guardare il mondo con gli occhi di Dio, pieni di amore, rispetto e compassione.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Pozdrawiam serdecznie Polaków.
Trwają obchody 30-lecia reaktywacji Akcji Katolickiej w Polsce.
Stało się to dzięki inspiracji św.
Jana Pawła II, który nazwał ją „szkoła wiary”.
Dziękuję wszystkim asystentom i członkom tego stowarzyszenia za zaangażowanie w ewangelizację.
Niech wasza wiara będzie znakiem nadziei dla bliźnich.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Sono in corso le celebrazioni del 30° anniversario della riattivazione dell’Azione Cattolica in Polonia, avvenuta grazie all’ispirazione di San Giovanni Paolo II, che la definì una «scuola di fede».
Ringrazio gli assistenti e i membri dell’associazione per il loro impegno nell’evangelizzazione.
La vostra fede sia un segno di speranza per il prossimo.
Vi benedico tutti!]
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APPELLI
Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione.
Esprimo gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le Parti e rendere possibile tale intesa.
Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli.
Arrivano invece notizie dolorose sulla guerra in Ucraina, che continua ad allargarsi: tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme.
Sono vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio.
Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca.
Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura.
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
In particolare, saluto il pellegrinaggio della Diocesi di Volterra, con il Vescovo Mons.
Roberto Campiotti: cari fratelli e sorelle, possa la sosta presso le tombe degli Apostoli rafforzarvi nella fede e spingervi a proseguire con rinnovato entusiasmo nel cammino della santità, fedeli al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa.
Accolgo con affetto i sacerdoti novelli di Brescia e di Cremona, i Chierici Regolari Teatini e i Cappellani delle carceri italiane: a ciascuno auguro di essere operai laboriosi nella vigna del Signore.
Saluto, altresì, i fedeli di Borgo Velino, San Bartolomeo in Galdo e Santa Barbara in Salento, come pure l’Associazione sportiva Vjs Velletri, la squadra di basket Jungle Tea Palestrina e l’Associazione Banca del Tempo di Piana degli Albanesi: su tutti invoco la grazia del Signore e l’assistenza materna della Beata Vergine Maria.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
Siamo alle soglie del periodo estivo, tempo di turismo e di pellegrinaggi, di ferie e di riposo.
Cari giovani, mentre penso ai vostri coetanei che stanno ancora affrontando gli esami, auguro a voi già in vacanza di profittare dell’estate per utili esperienze sociali e religiose.
Esorto voi, cari malati, a trovare conforto e sollievo nella vicinanza dei vostri familiari.
E a voi, cari sposi novelli, rivolgo l’invito ad utilizzare questo periodo estivo per approfondire sempre più il valore della missione nella Chiesa e nella società.
A tutti la mia benedizione!
Data: Wed, 17 Jun 2026 09:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Buongiorno e benvenuti.
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliervi questa mattina, voi che provenite da diversi Paesi dell’America Latina, ma che avete un obiettivo comune molto chiaro: lavorare affinché le comunità ecclesiali siano luoghi sicuri per tutti, specialmente per i bambini, gli adolescenti e le persone più vulnerabili.
Grazie di essere qui e di svolgere questo compito tanto importante.
Vorrei invitarvi a considerare come i primi discepoli, non appena incontrarono Gesù, ne rimasero rapiti, e quel momento segnò per sempre la loro vita al punto che iniziarono un cammino di conversione, fino a donarsi a Lui senza riserve.
Ma questa esperienza non è qualcosa del passato: tutte le persone sono chiamate ad avere questo incontro con il Risorto e l’opportunità di vivere un processo di identificazione con Lui.
Ciò, senza dubbio, avviene attraverso l’evangelizzazione, ed è qui che ha luogo il vostro lavoro: perché ci sia una vera esperienza di amore con il Signore, è necessario che abbiamo spazi sicuri.
L’incontro con Cristo ci segna in modo positivo e ci proietta verso una vita piena di amore e di libertà, mentre accade esattamente l’opposto nelle situazioni di abuso, provocando ferite traumatiche che condizionano e limitano lo sviluppo spirituale e umano della persona.
È sul monito del Signore stesso che si fonda la missione che avete voluto assumere, rispondendo alla chiamata di Cristo, quando mette in guardia sull’importanza di non essere motivo di scandalo per i più piccoli (cfr.
Mt 18, 6).
Nel mio recente viaggio apostolico in Spagna, ho parlato ai vescovi del dolore di quanti sono stati feriti da chi doveva prendersi cura di loro, situazioni dinanzi alle quali «la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura» (Incontro con i vescovi della Spagna, 8 giugno 2026).
Questo compito, pur essendo responsabilità primaria di noi che siamo chiamati a essere pastori, è un mandato per tutti nella Chiesa, e alcuni, come voi, lo hanno assunto persino nell’ambito professionale.
Vi ringrazio e, al tempo stesso, vi incoraggio ad andare avanti con questa grande opera, rafforzando le reti di collaborazione tra le Chiese locali e le istituzioni civili, promuovendo la cultura della prevenzione e della cura dei più vulnerabili.
È mio desiderio che tutti gli spazi nella Chiesa, siano essi fisici o virtuali, siano veramente luoghi per l’incontro fecondo con Gesù Cristo, liberi da paure, sospetti e diffidenze.
Fratelli e sorelle, vi affido alla protezione della Vergine Santissima affinché continuiate a lavorare per questo sogno e affinché facciate sì che tutta la comunità ecclesiale vi partecipi sempre più.
E con questi sentimenti, vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo alle vostre famiglie, ai vostri amici e a alle altre persone a voi care.
Grazie.
________________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
136, mercoledì 17 giugno 2026, p.
4.
Data: Tue, 16 Jun 2026 10:45:00 +0200 leggi alla fonte
Sono lieto di salutare tutti voi che partecipate al decimo Austrian World Summit.
La sostenibilità, l’ecologia integrale e la cura del creato sono temi d’interesse da molti decenni.
Da sempre la Chiesa è consapevole che la questione ecologica ha una dimensione morale.
Di fatto, la crisi ambientale «non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea» (Magnifica humanitas, n.
23).
Nei vostri sforzi per rispondere alla crisi attuale, vorrei incoraggiarvi a non perdere di vista questo ampio contesto e suggerirvi tre temi basati sulle virtù cristiane di fede, speranza e carità, che, ritengo, possono aiutare il lavoro del vostro Summit.
Vorrei partire dalla fede.
Anche se per alcuni la fede sembrerebbe avere poco da contribuire alle questioni del cambiamento climatico e della tutela ambientale, la dimensione religiosa di fatto è essenziale per affrontare tali temi in modo adeguato.
Chi crede che il nostro mondo è stato creato da Dio ed è inerentemente buono è spinto ad assumere una responsabilità ancora più grande a prendersi cura del creato, poiché lo esige la sua fede: «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (Papa Francesco, Laudato si’, n.
217).
Inoltre, credenti di molte tradizioni intendono il “creato” come dono divino.
Allo stesso modo, varie religioni affermano che la vita è sacra e che pertanto deve essere rispettata.
Possiamo dunque dire che la fede religiosa rafforza il desiderio generale di proteggere la vita e di prendersi cura della natura.
Questa visione sottolinea le profonde fondamenta etiche sulle quali ho richiamato l’attenzione nella mia Lettera Enciclica Magnifica humanitas, pubblicata di recente, ovvero l’uguale dignità di tutti gli esseri umani e il valore dei diritti umani fondamentali, che possono entrambi essere adeguatamente garantiti attraverso la corretta implementazione dei principi del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà e della giustizia sociale (cfr.
Magnifica humanitas, n.
51-81).
Dovrebbero essere «considerati congiuntamente, affinché risalti con chiarezza come si richiamano e si illuminano reciprocamente» (Ibidem, n.
46).
Queste tematiche personali e sociali essenziali sono intimamente connesse con la crisi climatica, che, come ho detto, è una manifestazione — per di più critica — della crisi socio-economica più in generale.
Di fatto, a meno che esse non vengano affrontate, nessuna soluzione tecnica per proteggere l’ambiente avrà la possibilità di raggiungere il fine desiderato.
In quest’ottica, dobbiamo prestare particolare attenzione ai più poveri e a quanti sono più vulnerabili al degrado ambientale.
Vorrei incoraggiarvi a tenerli sempre presenti nella valutazione, pianificazione e attuazione di potenziali progetti.
Questo mi porta al secondo tema: la speranza.
Vista la natura globale delle sfide che stiamo affrontando, è evidente che molte persone sono preoccupate.
C’è, di fatto, una crescente consapevolezza che la pace è minacciata da una mancanza di rispetto per il creato, dal saccheggio di risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita a causa del cambiamento climatico.
Tali sfide richiedono cooperazione internazionale, insieme a un multilateralismo coeso e lungimirante, al fine di trovare soluzioni efficaci.
Spesso, però, nelle deliberazioni e nelle negoziazioni relative a queste tematiche emergono diverse paure: la paura di cambiare rotta, la paura di perdere potere e la paura di esiti incerti.
Solo superando tali paure possiamo lavorare insieme per trovare le soluzioni giuste.
È qui, ritengo, che i leader e le comunità religiosi possono offrire una visione speciale per sostenere sforzi sociali e ambientali ambiziosi, poiché la Bibbia è piena di esempi di come le paure della gente possono essere vinte dalla speranza, che in fondo è un dono di Dio stesso.
In quest’ottica, quindi, malgrado i bastian contrari o i cinici, la speranza può essere una forza motrice potente.
A tale riguardo, non è solo auspicabile ma anche realmente possibile che ai progressi della COP30 possa fare seguito una giusta transizione verso società in cui il bene comune abbia la precedenza sul profitto e in cui i modelli economici siano radicati nella solidarietà e nella dignità umana.
Tuttavia, ciò esige che i Paesi più ricchi adempiano ai loro obblighi di sostenere i Paesi più poveri finanziariamente.
Abbiamo inoltre bisogno dello sviluppo di un nuovo quadro finanziario internazionale incentrato sulla persona, per assicurare che tutti i Paesi, specialmente quelli più poveri e quelli più vulnerabili ai disastri climatici, possano raggiungere il loro pieno potenziale, nel rispetto della dignità dei loro cittadini (cfr.
Messaggio del Santo Padre alla trentesima Sessione della Conferenza degli Stati parte alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), 7 novembre 2025).
E infine arrivo al tema della carità.
Vorrei sottolineare l’importanza di coltivare una cultura autentica di cura per l’ambiente, che includa quella che Papa Francesco ha definito «carità civica e politica» (cfr.
Laudato si’, n.
228-232).
Questa carità è la chiave per lo sviluppo autentico, poiché «“Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale — a livello, politico, economico, culturale — facendone la norma costante e suprema dell’agire” […].
In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società» (Laudato si’, n.
231).
È mia speranza che le vostre deliberazioni promuovano questa cultura della cura e in tal modo contribuiscano alla civiltà dell’amore.
Cari amici, con queste riflessioni incentrate su fede, speranza e carità, prego perché il vostro Summit sia fecondo nel promuovere il dialogo tanto necessario per cercare soluzioni efficaci per proteggere il meraviglioso dono del creato, e volentieri invoco su tutti voi i doni di Dio della saggezza e della pace.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
135, martedì 16 giugno 2026, p.
2.
Data: Mon, 15 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)
Cari fratelli e sorelle,
per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi.
Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani (cfr Is 49,16) e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio (cfr Is 49,15).
Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del “tu”.
Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel “Non ti dimenticherò mai” rivolto a sé.
Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia.
Esse sono la risposta a un angoscioso sentimento che agita il cuore: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14).
Quante volte nella Sacra Scrittura, in particolare nei Salmi, la preghiera nasce dallo smarrimento di chi ha l’impressione che la propria vita non rivesta interesse per nessuno e venga trascurata! La dolorosa sensazione di essere dimenticati accomuna purtroppo molte persone, e tra queste non poche sono anziane.
L’amore di Dio, che invece non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi.
Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio.
È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia.
La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio.
Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita.
Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa.
Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro.
«In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone.
La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (Lett.
enc.
Magnifica humanitas, 239).
La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra.
Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”.
È dolce, ad ogni età, ma specialmente quando non si è più giovani, scoprire, come disse il Beato Giovanni Paolo I, che siamo destinatari «da parte di Dio di un amore intramontabile.
Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte.
È papà; più ancora è madre» (Angelus, 10 settembre 1978).
Anche se non viene spontaneo pensare così, la verità è che nemmeno da vecchi cessiamo di essere figli e figlie, e perciò resta valido, ogni giorno, l’invito a tornare tra le braccia di Dio, il cui amore è paterno e materno insieme.
La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita.
Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede.
L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale.
In questo nuovo cammino si può riconoscere che Dio, come dice Sant’Agostino, «è madre perché riscalda, perché nutre, perché allatta, perché custodisce» (Commento al Salmo 26, II, 18).
È una consapevolezza che aiuta a non provare vergogna della fragilità che emerge e anche a comprendere che tutti, sempre, siamo bisognosi gli uni degli altri e mendicanti di attenzione e di cura.
A Dio, che si fa prossimo e che impariamo a riconoscere nella sua tenerezza, possiamo ora rivolgerci con fiducia filiale nella preghiera.
Non è mai troppo tardi per iniziare a rivolgersi a Lui.
Può essere un grande dono per tutti.
Cari anziani e anziane, Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana.
È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento.
Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita.
Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera» (Incontro con la comunità algerina, Basilica di Nostra Signora d’Africa, Algeri, 13 aprile 2026).
È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”.
Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr.
Gv 3,4- 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15).
Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera.
In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti.
Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero.
Sorelle e fratelli anziani, vi ringrazio perché mi sostenete ogni giorno con le vostre preghiere, specialmente quando recitate il santo Rosario.
Ricambio di cuore e vi lascio questo augurio: il Signore ci rinnovi sempre nella fede, nella speranza e nella carità, Lui che mai si dimentica di noi!
Dal Vaticano, 15 giugno 2026
LEONE PP.
XIV
Data: Mon, 15 Jun 2026 11:00:00 +0200 leggi alla fonte
Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Beatitudine, Eccellenze,
Cari sacerdoti, consacrati
e consacrate,
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliere questa importante delegazione della Chiesa siro-malankarese quale parte del primo convegno del vostro clero e dei vostri fedeli residenti in Europa.
Il vostro Arcivescovo Maggiore, il Cardinale Baselios Mar Cleemis, oggi compie 67 anni.
Buon compleanno, Beatitudine! Porgo anche le mie oranti congratulazioni in anticipo per il suo giubileo episcopale d’argento ad agosto, per il quale sono già iniziati i festeggiamenti con una speciale celebrazione ieri qui a Roma.
Un particolare saluto anche al Vescovo Kuriakose Mar Osthanthios, di recente nominato Visitatore Apostolico per i fedeli siro-malankaresi residenti in Europa, che ha organizzato questo convegno.
Cari fratelli e sorelle, mi risulta che tutta la vostra Chiesa sui iuris stia iniziando un intenso percorso pluriennale di rinnovamento spirituale in preparazione del suo centenario.
Essendo appena iniziato il 95° anno dall’istituzione della vostra Gerarchia con la Costituzione Apostolica Christo Pastorum Principi di Papa Pio XI l’11 giugno 1932, desidero ricordare quel testo del mio illustre predecessore, che inizia esprimendo gratitudine a Cristo, il Capo dei Pastori.
Anche noi rendiamo a Dio “i più umili e ferventi ringraziamenti” per il venerabile Mar Ivanios che, insieme a Mar Theophilos, ha guidato diversi sacerdoti e un buon numero di fedeli, tra cui religiosi e religiose delle Congregazioni di Betania, a riscoprire la comunione ecclesiale con il Successore dell’Apostolo Pietro come elemento fondamentale per vivere la fede cristiana.
Il primo Arcivescovo Metropolita di Trivandrum dei Siro-Malankaresi fu di fatto un vero Pastore secondo il Cuore di Gesù, attraverso il quale lo Spiritò Santo ha guidato il gregge di Dio.
Ha dato un bellissimo esempio del «grande desiderio: [di] una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato» (Omelia, 18 maggio 2025), di cui ho parlato durante la Messa solenne per l’inizio del mio pontificato.
Sin da giovane sacerdote Mar Ivanis guardava molto oltre i confini della sua comunità cristiana in Kerala e vedeva chiaramente la necessità di recuperare il dinamismo del buon seme piantato in India dalla predicazione e dal martirio di san Tommaso Apostolo.
Insistette anche perché il lavoro missionario fosse svolto non soltanto con le parole, ma piuttosto con una vita virtuosa e un servizio caritatevole autentico.
Per questa ragione, sin dal principio, la vostra Chiesa è sempre stata un faro di energia evangelica e carità apostolica, portando giustizia sociale, educazione e sviluppo umano integrale alle persone ai margini della società.
In tal modo, il Vangelo si diffonde, come ha detto il mio venerabile predecessore Papa Benedetto XVI, «”per attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce» (Santa Messa di Inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 13 maggio 2007).
La Chiesa siro-malankarese iniziò quindi a crescere rapidamente al dei confini etnici o linguistici, inizialmente in Tamil Nadu, frutto di un impegno evangelizzatore risalente al 1934.
Quelle vivaci comunità cattoliche siro-malankaresi sono prosperate grazie all’impegno della Gerarchia e anche all’impegno delle devote donne consacrate appartenenti alla Congregazione delle Figlie di Maria.
Incoraggio il Sinodo dei Vescovi e gli Istituti Religiosi della vostra Chiesa a dimostrare un impegno simile verso le circoscrizioni di creazione più recente in India, specialmente nelle vaste Eparchie di Saint Ephrem of Khadki e di Saint John Chrysostom of Gurgaon.
Abbiamo un futuro candidato qui presente.
Al tempo stesso, occorre un analogo impegno urgente per preservare e promuovere i tesori inestimabili incarnati da tutte le Chiese Orientali, specialmente nella crescente diaspora, come ho avuto occasione di dire durante il vostro Giubileo, celebrato appena pochi giorni dopo la mia elezione a Papa (cfr.
Discorso ai Partecipanti al Giubileo delle Chiese Orientali, 14 maggio 2025).
In tale ottica, riconoscendo la presenza di numerosi fedeli siro-malankaresi in Nord America, Papa Benedetto XVI ha eretto un Esarcato Apostolico per i fedeli siro-malankaresi negli Stati Uniti.
Dieci anni fa, elevando l’Esarcato al rango di Eparchia, il mio venerabile predecessore Papa Francesco ha esteso la cura del Vescovo eparchiale anche a tutti i fedeli siro-malankaresi in Canada.
Con intenzioni analoghe, già nel mio primo anno di pontificato ho nominato il primo Visitatore Apostolico a tempo indeterminato per i cattolici siro-malankaresi in tutta Europa, Sua Eccellenza Mar Osthathios.
La sua responsabilità è di verificare la situazione attuale della cura pastorale, nella prospettiva di presentare proposte ai Vescovi locali e alla Santa Sede per il bene spirituale dei fedeli.
A tale proposito, ho chiesto al Dicastero per le Chiese Orientali di aiutarmi «a definire principi, norme, linee-guida attraverso cui i Pastori latini possano concretamente sostenere i cattolici orientali della diaspora e a preservare le loro tradizioni viventi e ad arricchire con la loro specificità il contesto in cui vivono» (Ibidem).
La stessa Istituzione Curiale mi aiuterà a valutare i modi migliori per gettare fondamenta solide e durature affinché le future generazioni di fedeli siro-malankaresi continuino ad approfondire la loro amicizia con il Signore Gesù attraverso l’impegno con le loro tradizioni uniche, apportando così beneficio all’intera Chiesa cattolica.
Cari fratelli e sorelle, chiedo a tutti voi di promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alla preziosa identità della Chiesa siro-malankarese e la vostra identificazione con essa, partecipando alla sua vita ecclesiale e vivendo la vostra eredità unica, consapevoli della vostra grande dignità, restando al contempo uniti all’Arcivescovo Maggiore e al Sinodo dei Vescovi.
Sapendo che i cristiani di San Tommaso dell’India hanno la ben meritata fama di avere famiglie devote dalle quali nascono molte vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, prego perché nelle vostre case e nei vostri cuori, specialmente in quelli dei giovani, continui a prosperare una fede forte.
Invocando da Dio Onnipotente grazie abbondanti su tutti coloro che si uniscono a voi nel celebrare questa gioiosa occasione, affinché possiate seguire Cristo ogni giorno sempre più da vicino, diventando messaggeri di speranza per tutti, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica.
Possano la Beata Vergine Maria, Regina della Pace, san Tommaso Apostolo e tutti i vostri Santi Patroni, specialmente il venerabile Mar Ivanios, intercedere per voi! Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
134, lunedì 15 giugno 2026, p.
5.
Data: Mon, 15 Jun 2026 10:30:00 +0200 leggi alla fonte
Distinti Rappresentanti
della United Jewish Appeal - Federation of New York,
Cari amici,
la pace sia con voi!
È una gioia accogliervi tutti in Vaticano questa mattina.
La vostra organizzazione funge da strumento della filantropia ebraica a livello mondiale, fornendo aiuti umanitari essenziali e servizi sociali alle popolazioni vulnerabili — per esempio a quanti vivono in povertà, ai rifugiati, agli anziani e a persone con disabilità — a New York, nello Stato d’Israele e in oltre settanta Paesi.
Questi sforzi rispecchiano un chiaro riconoscimento della dignità umana e della fratellanza, in sintonia con l’impegno della Chiesa a favore dello sviluppo umano integrale e la chiamata ad amare il nostro prossimo.
Questo impegno condiviso ha un significato speciale alla luce della nostra storia comune.
Sessantasei anni fa, una delegazione della vostra organizzazione fu ricevuta da Papa Giovanni XXIII.
Con le parole semplici e tuttavia profonde «Io sono Giuseppe, il vostro fratello», citando il Libro della Genesi (Gen 45, 4) egli affermò la nostra comune umanità nonché la nostra comune discendenza da Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe.
In seguito fu redatto un trattato che descriveva un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo.
Quel trattato fu il fondamento di quello che divenne «il cuore e il nucleo generativo» (Discorso per il sessantesimo anniversario di Nostra aetate «Camminando insieme nella speranza», 28 ottobre 2025) di Nostra aetate, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.
Quel documento storico, del quale la Chiesa lo scorso anno ha celebrato il sessantesimo anniversario, «aprì un nuovo orizzonte di incontro, rispetto e ospitalità spirituale» (Udienza generale, 29 ottobre 2025).
Affermava, tra le altre cose, la verità che apparteniamo a un’unica famiglia umana.
In tal modo piantò un seme di speranza che «è cresciuto in un albero maestoso, [.
.
.
] offrendo rifugio e producendo ricchi frutti di comprensione reciproca, amicizia, cooperazione e pace» (Discorso per il sessantesimo anniversario di Nostra aetate).
Riconoscendo l’inerente dignità di tutti gli uomini e di tutte le donne, Nostra aetate prendeva una ferma posizione contro l’antisemitismo e dichiarava che la Chiesa rifiuta ogni forma di discriminazione o di persecuzione perpetrata a motivo di razza, colore, condizione sociale e religione (cfr.
Nostra aetate, n.
4-5).
In un mondo ancora ferito dalla divisione e dal conflitto, ci invitava ad andare oltre le incomprensioni del passato verso la collaborazione per il bene comune.
Questo stesso spirito di solidarietà trova espressione concreta nella nostra comune preoccupazione per chi è nel bisogno.
Nella mia Esortazione Apostolica Dilexi te ho osservato che «[l]’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla» (n.
120).
Il servizio ai poveri, agli emarginati e agli indifesi è un modo per incontrare il sacro; attraverso loro, la voce divina continua a parlarci (cfr.
Ibidem, n.
5).
Come ci ricorda il profeta Isaia, quando condividiamo il nostro pane con gli affamati e ci prendiamo cura dei bisognosi, «la luce [del Signore] sorgerà come l’aurora» (cfr.
Is 58, 7-8).
Quella luce ci invita a vedere il servizio ai vulnerabili come un cammino che apre i cuori e rinnova la società.
Cari amici, vi apprezzo per la dedizione con la quale assistete i poveri e i bisognosi, contrastate l’odio e l’intolleranza e lavorate per costruire un mondo migliore per tutti.
Possa la vostra missione rafforzare il dialogo, approfondire la comprensione reciproca e contribuire alla pace di cui c’è tanto bisogno nel nostro mondo.
Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
134, lunedì 15 giugno 2026, p.
5.
Data: Sun, 14 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il Vangelo di oggi (Mt 9,36 – 10,8) ci porta un grande regalo, perché coinvolge tutti coloro che lo ascoltano nello sguardo di Gesù: è un racconto che testimonia l’attenzione della sua vista, oltre a dirci che cosa il Signore osserva.
Leggiamo, infatti, che Cristo «vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite» (v.
36).
Fattosi nostro fratello, il Figlio di Dio guarda la gente, guarda l’umanità: vede l’oppressione che schiaccia e la violenza che toglie la forza.
Vede le ferite delle guerre e il vuoto del consumismo.
Vede volti ridotti a maschere, famiglie spezzate dal male e giovani illusi da falsi ideali.
Gesù vede e ama.
Ama e soffre per noi, con noi: la sua compassione esprime non solo vicinanza fraterna, ma volontà di redenzione.
Egli, infatti, conosce il nostro cuore e se ne prende cura: davanti a tante persone simili a «pecore che non hanno pastore» (v.
36), Cristo si dedica a tutte come buon pastore e, come signore della messe, manda operai nel campo del mondo (cfr v.
38).
Qual è il lavoro che devono svolgere? Dare il conforto di Dio a chi soffre: portare carità dove c’è miseria, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia.
Il Vangelo riporta i nomi dei primi dodici “operai”: sono discepoli fatti apostoli, cioè missionari e predicatori.
Tra loro c’è Simone detto Pietro, il primo, e anche Giuda Iscariota, l’ultimo, per ricordarci che si può seguire Gesù e tradirlo, ma il Vangelo rimane per tutti parola viva e vera.
La Buona Notizia che attraversa i secoli è identica, sempre giovane, fresca e liberante: «Il Regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7)! Sì, è vicino perché in Gesù Cristo Dio si fa prossimo ad ogni uomo e ogni donna, ad ogni popolo e nazione.
Quando questo Vangelo viene annunciato e praticato, il male crolla come una malattia che finisce (cfr v.
8), come una notte che cede all’aurora, come la morte vinta dal Risorto.
È così che lo sguardo di Gesù trasforma la realtà: piena d’amore, la sua iniziativa dà vita a un popolo nuovo, la Chiesa, chiamato a continuare la missione degli apostoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (v.
8).
Sì, il dono di Gesù è del tutto gratis, perché il suo valore eccede ogni misura: è impossibile meritarla o “comprarla”.
Questa grazia è il bellissimo nome della misericordia di Dio, che ci raggiunge ovunque, per portarci a sé.
«Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38)!
Carissimi, il compito di evangelizzare nasce dal dono di Dio che in Cristo diventa perdono per il mondo, servizio a chi è più piccolo e povero, impegno per la giustizia.
Chiediamo l’aiuto della Vergine Maria, piena di grazia, affinché rispondiamo con gioia e coraggio alla missione cui Gesù ci chiama.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
esprimo anzitutto la mia gratitudine al Signore per il Viaggio Apostolico che mi ha concesso di compiere in Spagna.
Ringrazio il popolo spagnolo che mi ha accolto con grande entusiasmo e devozione.
Sono grato in modo speciale a Sua Maestà il Re; ringrazio con affetto i Vescovi, tutte le comunità che ho visitato e l’intera Chiesa che è in Spagna.
Que Dios bendiga siempre a España!
Desidero poi ricordare alcuni nuovi Beati: i sacerdoti diocesani Venceslao Drbola e Giovanni Bula, della Moravia; e Giovanni Świerc e otto compagni, sacerdoti salesiani polacchi.
Tutti sono stati beatificati come martiri, perché vittime delle persecuzioni di regimi totalitari a motivo della loro fedeltà a Cristo.
Ieri, inoltre, nel Mato Grosso, in Brasile, è stato beatificato Nazareno Lanciotti, sacerdote romano missionario, anch’egli martire, perché in nome del Vangelo difendeva i più poveri.
L’esempio e l’intercessione di questi coraggiosi testimoni sostengano la missione dei presbiteri e di tutta la Chiesa.
Assicuro la mia vicinanza alle popolazioni delle Filippine colpite alcuni giorni fa da un forte terremoto.
Prego per i defunti e i loro familiari, per i feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità.
Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi!
I greet the members of the International Commission for Dialogue between the Disciples of Christ and the Catholic Church.
May your reflections help us to grow in communion.
I greet all the pilgrims from the United States of America, especially the faithful from New Jersey and the Carrollton School of the Sacred Heart in Miami, Florida.
Saluto i cresimandi di Bolgare, diocesi di Bergamo, la Comunità “Casa di Maria” – che Papa Francesco chiamava “i ragazzi dell’Immacolata” – e i gruppi parrocchiali di Santa Maria delle Grazie e di Santa Francesca Cabrini in Roma.
Auguro a tutti una buona domenica!
Data: Sat, 13 Jun 2026 13:00:00 +0200 leggi alla fonte
Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6)
1.
Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6).
Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere in vista della X Giornata Mondiale dei Poveri.
Ancora una volta è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa.
L’espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l’esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana.
In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti.
Ad ogni generazione questa Parola appare in tutta la sua attualità.
Fin dall’inizio mostra la contraddizione in cui si cade spesso ancora ai nostri giorni.
La prima costatazione, in effetti, è questa: «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”.
Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene» (Sal 14,1).
Essa evidenzia il contrasto tra quanti si comportano con saggezza e quanti invece trascinano la loro vita come se non ci fosse nulla sopra di loro.
Si nota, purtroppo, come sia diffusa anche ai nostri giorni un’ingiustizia sociale che sgorga dalla corruzione tracotante, tanto deplorevole quanto discriminatoria.
La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale.
I primi a doverne subire le conseguenze sono i poveri, non a caso in aumento in molte società.
L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione.
Viene così esibita una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umilia.
In questa condizione si trovano non solo singole persone, ma intere popolazioni.
Le parole del Salmo risuonano ancora colme di verità: «Divorano il mio popolo come il pane» (Sal 14,4).
2.
Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste.
L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause.
Al povero non resta che gridare verso Dio (cfr Sal 34,7) e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia.
Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa.
In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà.
Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare.
Il povero, però, sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale.
Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi.
Nella notte dell’abbandono e della solitudine, il povero “abita al riparo dell’Altissimo” (cfr Sal 91,1).
Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore.
3.
Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo.
Dio prende dimora presso di noi con l’incarnazione del Figlio, che rende concreto e visibile il rifugio sperato.
Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri.
Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi.
A tutti viene incontro e a ciascuno offre rifugio sicuro: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce.
I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane.
Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno.
Lo incontrino, anzitutto, in coloro che si dicono cristiani.
Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità.
Gesù di Nazaret è il dono di Dio ai poveri.
In Lui tutte le promesse diventano realtà.
Per quanti sono privi di una casa, di un lavoro, dell’istruzione, del cibo, della salute si apre una nuova via: la condivisione come espressione del Regno di Dio (cfr Mt 5,3).
All’ossessione di quanti accumulano ricchezze solo per sé si oppone l’ostinazione di Dio che, nella testimonianza di persone in carne e ossa, apre il cuore e accoglie nel suo amore.
4.
In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero.
La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura.
La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri.
Non dimentichiamo il commento di Sant’Agostino alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro: «Ci ha taciuto il nome del ricco e ci ha detto il nome del povero.
Il nome del ricco andava di bocca in bocca, ma Dio l’ha taciuto; il nome del povero passava sotto silenzio, ma Dio ce l’ha rivelato.
[…] Tu cosa sceglieresti? Essere povero come Lazzaro o essere ricco come l’altro? Non lasciarti ingannare! Ascolta quale fu la fine e nota la scelta cattiva» (Sermo 33A, 4).
Come ho ricordato nell’Esortazione apostolica Dilexi te, «verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato.
E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato” (n.
21).
Sorgono inevitabili alcune domande, che in questa X Giornata Mondiale dei Poveri abbiamo urgenza di far risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore.
Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Questi e molti altri interrogativi obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione.
Allora vedremo che i poveri diventano loro stessi rifugio per altri.
L’esperienza della povertà rende particolarmente sensibili a una rinnovata solidarietà davanti alle sfide.
L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio.
In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto.
Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio.
Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).
5.
L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell’apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti.
Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l’elemosina e trascorrendo l’intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito (cfr Fonti Francescane, 1405-1406).
Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro.
Chi ha Dio per rifugio è libero di compiere scelte profetiche, che testimoniano come tutto possa essere ripensato dal basso, nell’umiltà e nella fraternità che, sole, riparano un mondo ferito dalla prepotenza.
Confido che questa X Giornata Mondiale dei Poveri possa costituire una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità.
Manteniamo viva l’obbedienza alla Parola di Dio, che provoca alla conversione del cuore.
La Vergine Maria, che nella carne crocifissa del Figlio ha contemplato l’amore di Dio che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,53), interceda per noi.
Dal Vaticano, 13 giugno 2026, memoria di Sant’Antonio di Padova.
LEONE PP.
XIV
Data: Fri, 12 Jun 2026 12:15:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
è una grazia incontrarci nel giorno in cui il cuore di Cristo si lascia da noi contemplare come il cuore della storia.
Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta.
Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa (cfr Gaudium et spes, 1).
Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio.
Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo.
È questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro.
Il cuore di Gesù ci rivela come non perderci, però, in un dinamismo sterile: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9).
C’è vita quando si dona la vita.
Altrimenti si gira a vuoto.
Infatti, «Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso» (Magnifica humanitas, 48).
Papa Francesco osservava: «Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé.
Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente» (Laudato si’, 225).
Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo.
Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto.
«Quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere.
In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia» (Laudato si’, 223).
Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza.
Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo.
Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli – che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola – che Dio ha rivelato sé stesso.
Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo.
Con l’Esortazione apostolica Dilexi te ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa.
È un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili.
A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne: «Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore.
Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri.
Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (Dilexi te, 102).
Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr.
Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa.
Carissimi fratelli e sorelle, grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest’isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne.
«Noi abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): questa confessione di fede trasmessaci dalla Prima lettera dell’Apostolo Giovanni si riverberi sempre su di voi, vi motivi alla preghiera e all’azione.
Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia.
Respirino fra voi che «Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16).
Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo.
Chi vi si immerge non vive più per sé stesso.
Aprite a tutti questo mare di amore! È il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino.
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Ringraziamento finale al termine della S.
Messa
La ringrazio di cuore, Eccellenza, e con Lei tutto il popolo di Tenerife, i suoi Pastori e le Autorità civili.
Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione eucaristica si conclude il mio Viaggio apostolico in Spagna.
Rendo grazie a Dio e a tutti coloro che mi hanno accolto e che in mille modi hanno collaborato alla preparazione e alla realizzazione dei diversi momenti a Madrid, a Barcellona e Montserrat e qui nelle Isole Canarie.
Riparto per Roma commosso per il grande affetto che mi ha circondato e confortato dalle testimonianze di fede e di amore per la Chiesa, espressioni del grande cuore cattolico della Spagna.
Da questo Porto, che porta il nome della Santa Croce, il pensiero si allarga al mondo intero e alle sue ferite, che fanno soffrire intere popolazioni.
A tutti vorrei rivolgere il motto di questo mio Viaggio: “Alzate lo sguardo!”.
Sì, volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso: il suo Cuore è la fonte della misericordia, che sola può salvare l’umanità bisognosa di perdono e di riconciliazione per giungere a una pace vera e duratura.
Alziamo lo sguardo come fece Maria, la Madre di tutti i sofferenti, e guidati da lei riprendiamo il cammino con speranza!
Amati fratelli e sorelle! Grazie di cuore! Rimaniamo uniti nella preghiera e nella comunione in Cristo e nella santa Chiesa.
Data: Fri, 12 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Carissimi fratelli sacerdoti,
nel giorno in cui la Chiesa contempla il Cuore trafitto del suo Signore, da cui scaturisce una fonte inesauribile di pace e unità per tutto il genere umano, rivolgo anzitutto a me stesso e a tutti voi le parole che Dio indirizzò al popolo di Israele: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; cfr 1Pt 1,16).
Questa chiamata divina attraversa i secoli, risuonando anche oggi con forza per ogni credente e, in modo particolarmente esigente, per noi sacerdoti.
La santità non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.
Santità è partecipazione al mistero di Cristo
Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità.
Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore.
E per noi, carissimi fratelli, questa chiamata è particolarmente radicale.
Il Signore ha promesso: «Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15).
La santità che ci è richiesta è un abbandono fiducioso: lasciarci trasformare dal suo Santo Spirito.
Eppure proprio qui emerge il grande paradosso della nostra vita sacerdotale: siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7), siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite.
Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù.
Un cammino di unione
L’unione del nostro cuore con il Cuore di Cristo non è una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano.
Carissimi fratelli, nell’Ordinazione siamo stati configurati a Cristo, ma occorre sempre ravvivare in noi il dono della grazia attraverso la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, il servizio umile ai fratelli e alle sorelle.
Restiamo uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente.
Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura.
Non esistono, infatti, compartimenti separati nella nostra umanità.
La preghiera, il ministero, le relazioni, la stanchezza, le gioie e i fallimenti, persino il tempo apparentemente perduto o l’amore che sembra sprecato, tutto diventa luogo privilegiato del rivelarsi di Dio e del suo amore infinito.
Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé.
Il mondo ha un grande bisogno di pastori che non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo.
Una vita sacerdotale salda e configurata al Cuore di Gesù è segno credibile di unità, di pace e di misericordia.
Così, in un tempo segnato da divisioni e paure, possiamo essere costruttori di pace, testimoni della tenerezza del Buon Pastore, che sa radunare chi è disperso e curare chi è ferito, e il nostro zelo non è agitazione, ma il traboccare di un amore che «è estasi, è uscita, è dono, è incontro» (Francesco, Lett.
enc.
Dilexit nos, 28).
Il Cuore di Cristo è il cuore dei santi
La risposta alla vocazione ad essere santi non sta tanto nello sforzo di ascesi e perfezione, pur necessario, ma nell’adesione fiduciosa all’amore rivelato nel Cuore trafitto di Gesù.
L’apostolo Giovanni ci fa contemplare il costato aperto del Crocifisso (cfr Gv 19,34), in cui Dio ci mostra definitivamente come Egli sia santo: non nella distanza inaccessibile di una perfezione separata, ma in un amore che si dona sino a farsi ferire e che può quindi diventare sorgente di misericordia e di vita.
Il Sacro Cuore di Gesù è icona per eccellenza dell’amore di Dio: un amore onnipotente proprio perché capace di farsi vulnerabile, di mutare il dolore in grazia, la sofferenza in speranza.
Quel Cuore benedetto dunque è il “luogo” in cui la santità si mostra come prossimità e tenerezza.
La santità del sacerdote allora può manifestarsi nella vicinanza umile e coraggiosa, nell’essere di tutti e per tutti, tenendo aperta la porta del recinto affinché molti possano entrare e trovare pascolo e riposo (cfr Gv 10,9).
Per questo, ci è richiesta una relazione con Dio che non ci allontani dagli uomini, ma ci renda prossimi per tutti, che plasmi cuori pazienti, teneri, capaci di vicinanza, di compassione e di ascolto.
Così, per mezzo dell’unione del nostro cuore imperfetto con il Cuore trafitto di Gesù, si realizza il nostro cammino di santità.
Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo (cfr Gal 2,20).
Una santità così non si vive da soli.
Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi.
Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce.
Ce lo ricorda ancora Sant’Agostino: «Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli.
Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l’unità e osserviamo la carità» (In Epist.
Io.
ad Parthos II, 3).
Carissimi sacerdoti, rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo.
Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama.
E ricordate con gioia, come amava ripetere il Santo Curato d’Ars, che «il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù» (cfr Benedetto XVI, Lettera per l’Indizione dell’Anno Sacerdotale [16 giugno 2009]: AAS 101 [2009], 569).
Questo amore è caparra e garanzia che nulla di noi sarà perduto, se tutto di noi sarà consegnato e offerto.
Affido tutti e ciascuno alla Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti.
Lei, che custodì nel suo cuore il mistero del Figlio, ci insegni a custodire e far battere in noi il Cuore di Cristo, Salvatore del mondo.
12 giugno 2026, Solennità del Sacro Cuore di Gesù.
LEONE PP.
XIV
Data: Fri, 12 Jun 2026 10:10:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto “a braccio” davanti alla Casa vescovile di Tenerife
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È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi.
Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra.
A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza.
Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca.
In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle.
Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole.
Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto.
Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso.
Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza.
Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli — come in ogni opera di carità — la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo.
Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cfr Mt 25,35-40).
Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone.
La carità cristiana sgorga dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente; perciò, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.
Partendo da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia.
È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo.
L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia.
L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria.
Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente.
Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro.
A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri.
Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità.
Questa è una preziosa forma di misericordia.
Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire.
Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke.
Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime.
In questo senso, desidero ringraziare Mons.
Santiago per le sue parole e, insieme, per la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi modesti, vuole “camminare con quelli che camminano”.
Grazie alla Caritas diocesana, alla Delegazione diocesana per le Migrazioni, alle parrocchie e alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione.
Grazie perché rendete possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare – come ci ricordava Thalia – un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto.
Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla.
Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano.
Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile.
Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario.
Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona.
Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza.
Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare.
Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana.
Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità.
Integrare significa impedire questo secondo naufragio.
Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare.
Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9).
Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10).
Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6).
Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete.
Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cfr Ez 33,11).
Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana.
L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato.
Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost.
ap.
Exsul Familia).
Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli.
Dio vi benedica! Grazie!
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Saluto “a braccio” davanti alla Casa vescovile di Tenerife
Buongiorno a tutti! Grazie di essere qui! Un saluto a tutti.
Grazie mille, grazie per essere qui.
Grazie per questa splendida accoglienza.
Soprattutto grazie per l’accoglienza che riservate a tutti gli immigrati.
Tutti noi desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana che ci ha donato il Signore quando ci ha creati.
Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife.
Siamo tutti un’unica famiglia.
Grazie a Dio che ci ha dato la vita.
Grazie a Dio che ci ha dato la capacità di amare ed essere amati, ed è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite.
Grazie a tutti, ci vedremo tra poco.
Grazie per essere qui, e che Dio vi benedica, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Grazie, grazie!
Data: Fri, 12 Jun 2026 09:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Ringrazio la Signora Ministro per le sentite parole che mi ha rivolto, come pure il Direttore di questo centro.
Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano.
In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità.
Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi.
Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore.
Per spiegare l’universalità dell’amore, Gesù prese come esempio il gesto di servizio di un uomo di un altro popolo e di un’altra religione che ebbe compassione di una persona ferita e maltrattata (cf.
Lc 10,25-37).
Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari.
Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità.
In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro.
Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato.
Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli» (Magnifica humanitas, 81).
Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste.
Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno.
In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone.
Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che si chiama “Le Radici”.
Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore.
«Perché chi confida nel Signore “è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi” (Ger 17,8)» (Christus vivit, 133).
Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore (cf.
Col 2,7), affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita.
Cari amici, vi porto nel cuore e vi ricordo nelle mie preghiere.
Che Dio vi benedica, che benedica le vostre famiglie e tutti coloro che vi vogliono bene.
E che la Beata Vergine Maria, Conforto dei migranti, vi accompagni e vi assista sempre con la sua materna protezione.
Tante grazie!
Data: Thu, 11 Jun 2026 18:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone.
Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare.
Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata.
Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore.
Ci facciamo aiutare, nella nostra meditazione, dalle Letture che abbiamo ascoltato.
Nella prima, Dio ricorda agli Israeliti la gratuità con cui li ha amati.
Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore (cfr Dt 7,7-9), e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.
Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona.
Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza.
Tale ci appare l’amore nell’umanità del Salvatore e nei moti del suo Cuore sacratissimo: immutabile e fedele anche di fronte all’incomprensione e al rifiuto, alla paura, alla tristezza e all’umana resistenza (cfr Lc 22,39-46).
Ed è in questo volto di Dio sempre “innamorato”, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione.
Papa Francesco in proposito, parlando della carità di Cristo, diceva che «la migliore risposta all’amore del suo Cuore è l’amore per i fratelli» (Lett.
enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 167) e aggiungeva: «non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore» (ibid.
).
“Ricambiare amore per amore”: ecco lo scambio meraviglioso, l’«admirabile commercium» (cfr Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, prima antifona) da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio (cfr Lc 6,32-36).
Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato.
La gratuità del Cuore di Cristo, però, non si ferma a questo.
Va oltre, impegnandosi ad aiutare ciascuno non solo a sopravvivere, ma anche a ritrovare fiducia e a riprendere il cammino, per crescere e fiorire pienamente nella sua unicità, per il bene di tutti.
In proposito, Papa Benedetto XVI scriveva che la carità «di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena […] è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera» (Lett.
enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 1).
Nella seconda Lettura, San Giovanni ci ha ricordato che «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9).
Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10), e che ha ordinato al paralitico guarito: «alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Mc 2,9).
In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna.
Effettivamente, la nostra carità non dev’essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione – spirituale, intellettuale e fisica – e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità (cfr Lett.
enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 129).
Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore.
Vorrei però fermarmi, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ancora su un’ultima caratteristica del Cuore di Cristo: l’umiltà (cfr Mt 11,29).
Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i “dotti” e i “sapienti”, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri.
A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore.
«Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri» (Esort.
ap.
Dilexi te, 4 ottobre 2025, 108).
Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella.
Sant’Agostino diceva: «Dov'è carità, c'è pace, e dove c'è umiltà, c'è carità» (In Epistolam Joannis ad Parthos, prologo).
È proprio così.
Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità.
Carissimi, oggi adoriamo il Sacro Cuore di Gesù, che spesso raffiguriamo coronato di spine e ardente di una fiamma, secondo le visioni avute da Santa Margherita Maria Alacoque.
Ricordiamoci che noi siamo la presenza vivente del Signore nel mondo (cfr Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
dogm.
Lumen gentium, 16 novembre 1964, 8).
Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa (cfr Col 1,24).
Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore.
Data: Thu, 11 Jun 2026 13:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi,
religiosi e religiose,
seminaristi,
fratelli e sorelle tutti in Cristo Gesù!
È per me una grande gioia poter condividere questo incontro con voi.
Grazie per la calorosa accoglienza, per la vostra affabile presenza e per le vostre testimonianze, che sono il riflesso di una Chiesa viva, nel cui cuore trovano eco «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes 1).
Vengo in queste isole come Padre e fratello nella fede: «Con voi sono cristiano e per voi vescovo» (cfr Prima Benedizione “Urbi et Orbi”, 8 maggio 2025).
Ciascuno di noi ha ricevuto diversi doni e ministeri per l’edificazione del corpo di Cristo, come abbiamo ascoltato nella lettura dalla Lettera agli Efesini.
E questa è la chiamata del Signore che oggi risuona nuovamente nei nostri cuori e conferma la nostra vocazione e missione: costruire insieme la Chiesa fondati su Cristo, la «pietra angolare» (cfr 1Pt 2,6-8), edificare nel bene, armonizzare le nostre differenze e lavorare uniti a favore di tutti (cfr Magnifica humanitas, 11-14).
Vorrei che riflettessimo insieme su due atteggiamenti della nostra vita cristiana che dobbiamo tenere presenti per essere “saggi architetti” nella costruzione della civiltà dell’amore (cfr ibid.
, 236).
Voi, Canari nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare.
Si dice che negli occhi di un isolano quell’immagine – che ha il sapore della patria e della casa – rimanga impressa nelle pupille in modo perenne, e che se ne senta molto la mancanza quando si è lontani, nell’entroterra.
Questo sentimento corrisponde a una sana nostalgia di immensità, di cielo e di mare aperti, che si estendono all’orizzonte senza limiti né confini, e a un cuore sensibile disposto a salutare con una lacrima chi se ne va e ad accogliere a braccia aperte chi arriva.
In questo senso, il mare a volte può essere anche sinonimo di distanza e di separazione, di sfida e di cammino da percorrere.
A questo proposito, sant’Agostino ci dice: «È come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi.
Così è di noi, che vogliamo giungere a quella stabilità dove ciò che è è […], tuttavia c'è di mezzo il mare di questo secolo.
[…] affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare.
E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare.
Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo» (Commento al Vangelo di San Giovanni 2,2).
Questo è il primo atteggiamento che ci guida per navigare nelle acque della vita e raggiungere la meta, la patria celeste: abbracciare la croce di Cristo.
Cari fratelli e sorelle, i santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura (cfr Mt 8,23-27).
Ne è esempio, in queste terre benedette, tra tanti altri, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano, noto anche come “il buon pastore canario”.
La sua vita, trasfigurata dalla grazia divina, ci stimola a portare la croce di Cristo e a seguirlo (cfr Mt 16,24), essendo testimoni fedeli del Vangelo in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni, per giungere così alla meta promessa (cfr Gv 12,32).
La prima “linea guida”, dunque, è abbracciare la croce di Cristo; e voi, ad esempio, lo fate quotidianamente come cirenei, accompagnando tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita e aiutandoli a portare i loro pesi.
Vi ringrazio per questo generoso lavoro di carità e misericordia.
Vorrei inoltre sottolineare un altro atteggiamento: coltivare una spiritualità eucaristica.
Ciò si ricollega all’antica tradizione che si conserva in questa bella cattedrale: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento che si compie il giorno dell’Ascensione, come segno dei beni spirituali e celesti che il Signore riversa salendo al cielo.
Quel gesto di devozione, da parte di tante generazioni nel corso del tempo, possiede un significato profondo: meta del nostro cammino è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana verso il quale si piegano le nostre ginocchia in adorazione, attorno al quale ci riuniamo formando un unico corpo e insieme al quale ci offriamo come «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1).
Ce lo dice il Concilio: i fedeli, «partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti […] mostrano concretamente l’unità del popolo di Dio» (Lumen gentium, 11).
Pertanto, coltivare una spiritualità eucaristica significa approfondire «una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Magnifica humanitas, 234).
Facciamo della nostra vita una risposta al desiderio di Gesù: «Perché tutti siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21).
Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché «l’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 14).
Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore (cfr 1Gv 4,19), amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili: «Perché perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).
Cara Chiesa in cammino nelle Canarie, seguendo le orme di santità di tanti uomini e donne che vi hanno preceduto, che hanno offerto la loro vita in comunione col sacrificio di Cristo sulla croce, vi incoraggio ad andare avanti saldamente radicati in Lui, per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia.
Quando incontrerete difficoltà, alzate lo sguardo e chiedete allo Spirito Santo la grazia di vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità, virtù che «sono come tre stelle che brillano nel cielo della nostra vita spirituale per guidarci verso Dio» (S.
Giovanni Paolo II, Catechesi, 22 novembre 2000).
Che la Beata Vergine Maria, Stella maris, ci guidi nel nostro viaggio, ci aiuti a “prendere il largo” (cfr Lc 5,1-11) e così giungiamo al porto sicuro dell’incontro definitivo col suo Figlio Gesù Cristo.
Grazie!
Data: Thu, 11 Jun 2026 11:40:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo.
Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45).
Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità.
Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva.
Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.
Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”.
Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10).
La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione.
Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa.
Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco.
Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque.
Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi.
La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana.
I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.
Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos.
Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12).
Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.
Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare.
Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte.
Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cfr Es 14,21-31).
E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!» (Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27).
Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle.
Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.
Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite.
A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno.
Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra.
Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse.
La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,17-21).
Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti.
Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite.
Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è.
Grazie per aver condiviso con noi la tua storia.
Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio.
Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27).
Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta.
Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada.
Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile.
Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro.
Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione.
La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti.
E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.
Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità.
Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare.
Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta.
Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia.
Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà.
Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.
Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.
Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare.
L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari.
Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cfr Lc 10,31-32).
Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute.
Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?
La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra.
Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini.
Non possiamo abituarci a contare i morti.
La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.
Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S.
Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse.
Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.
E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste.
Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità.
Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi.
Grazie mille.
Data: Wed, 10 Jun 2026 19:30:00 +0200 leggi alla fonte
«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.
10).
Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle.
Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi.
In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.
Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia.
È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.
Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita.
Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010).
In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.
Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre.
Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto.
Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine.
Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione.
La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza.
La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama.
Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.
19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.
In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5).
Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v.
11).
Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui.
È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.
Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24).
Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto.
Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno.
Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi.
“Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà.
Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova.
Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra.
Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente.
Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno.
Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina.
Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi.
Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza.
Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”.
Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.
Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.
11).
Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28).
Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo.
Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.
La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme.
Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo.
Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso.
Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi.
Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce.
Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione.
In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.
Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo.
Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8).
E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.
Dio sia benedetto per sempre!
Data: Wed, 10 Jun 2026 16:30:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!
Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il cordiale benvenuto e per le parole che mi ha rivolto, così come anche il delegato della pastorale sociale e coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà caritative e di assistenza diocesane.
Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi fa: cercherò di rispondere ad alcune.
Quella a cui ho già risposto è che non volevo essere Papa, né come giovane né come vecchio, ma, quando il Signore chiama, bisogna rispondere “sì”.
Prima di rispondere alle domande vorrei solo dirvi: grazie mille per l’accoglienza! Qui mi sento davvero a casa.
E grazie per tutto ciò che rappresentate.
Il motivo, penserete, è ovvio, evidente: è Sant’Agostino; ma vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa – non c’era questo Arcivescovo che è qui al mio fianco – era il 1984.
Stavo viaggiando via terra da Roma a León e sono arrivato e ho detto: “Sapete? A Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla”.
Era chiusa.
Oggi è aperta, e com’è bello trovare una chiesa con una comunità di Agostiniani e con tante persone che vivono, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale.
Grazie mille a tutti, davvero.
Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che adesso gioco a tennis.
Giocavo a calcio, ma football americano, un po’ più violento! Ma anche con i seminaristi, quando ero a Trujillo, giocavo a calcio, in difesa, se può interessare, non ero un gran goleador.
Ma quando sono stato la prima volta a Roma, lì ho vissuto la prima esperienza del “Mundial”, nel 1982, che era qui in Spagna.
Poi, in Perù, con i seminaristi, seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con i seminaristi; un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di mantenere, per così dire, una buona salute: corpo, mente e anima.
Quindi, questo ha fatto davvero parte della mia vita.
Inoltre, il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme.
Quindi, in questo senso, chi è in grado di diventare una stella ma non passa mai la palla, non permette agli altri di entrare in partita e probabilmente finirà per perdere.
E quindi, pensando anche a noi e a come integrarci in una squadra, vorrei anche riconoscere e congratularmi per tutto quello che state facendo qui.
Seconda domanda, già ho risposto, ma seguo un po’ il testo, se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!
Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa.
Beh, Renzo, credo di no.
Credo di non averci mai pensato.
Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio.
Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore.
Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino.
Ma questo non vale solo per me.
Ogni bambino è un sogno di Dio.
Anche tu, Renzo, lo sei.
Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli (cf.
Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà.
Il Signore vuole che siamo suoi amici e che non ci allontaniamo da Lui.
Per questo motivo, più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù.
Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno.
Non è facile, Renzo, trovare la risposta alla tua domanda sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no.
Pensare alla vita di Gesù ci può aiutare.
La Parola di Dio ci dice che nostro Signore «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38) e, tuttavia, sappiamo che fu crocifisso.
La sua storia però non finisce lì, perché il terzo giorno è risuscitato, ha vinto il male, ha vinto la morte.
Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore.
Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.
Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie.
Non dovrebbero mai restare soli.
Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni.
E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore.
È quello che Gesù desidera che facciamo.
Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi.
Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani.
Ciò è qualcosa di molto triste.
Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro.
E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi.
Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri.
Alla domanda se dobbiamo perdonare sempre, Gesù ci risponde di sì.
Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22).
Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre.
Occorre però capire bene che cosa significa perdonare.
Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male.
Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto.
Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore.
Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali.
Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifiggevano.
La nostra disponibilità a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.
Fratelli e sorelle,
essere qui, in questa chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, innanzitutto, un dono, una grazia.
Fondati in Cristo, che è la pietra viva, percepiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui in favore del nostro prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale poniamo la nostra speranza.
Come membra del corpo mistico di Cristo, siamo realmente legati al destino di coloro che Dio ama e invita a condividere la sua vita.
Chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli, siamo anche inviati a incontrare tutti.
Il cristiano, oltre a essere gentile e amabile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere e ricevere, a essere accolto o rifiutato, amato o disprezzato.
La carità evangelica, fondata in Gesù Cristo e alimentata dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano.
Da ciò deriva che ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e porre rimedio alla loro povertà.
Voi tutti lo fate imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, chiamandoci a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf.
Mt 25,40).
Per questo, è una gioia incontrare questa sera tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di coloro che ne hanno più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana.
Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto della storia.
Il libro della Genesi ci narra che «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27).
In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf.
Magnifica humanitas, 50).
Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello.
Figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con la creazione (cfr.
ibid.
).
Un’espressione singolare di questo desiderio divino si realizza nelle realtà caritative e di assistenza diocesane di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana sta al centro dell’azione della Chiesa (cf.
Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCC, 1889).
Vi incoraggio affinché, uniti ai vostri pastori, continuiate ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno perfette nel Regno di Dio.
Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede (cf.
Evangelii gaudium, 200).
Depongo ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, affinché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia abbondantemente fruttificare tutto il bene che cercate.
Che Dio vi benedica.
Molte grazie.
Data: Wed, 10 Jun 2026 12:00:00 +0200 leggi alla fonte
Saluto cordialmente Vostra Eccellenza, Mons.
Xavier Gómez García, l’Abate di Montserrat Manel Gasch i Hurios, nonché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli che partecipano a questo pellegrinaggio, in modo particolare i bambini e le bambine che ci accompagnano oggi.
Grazie per averci accolto, grazie per la vostra presenza.
Sono lieto di poter venire ai piedi della Moreneta per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace.
Con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù.
La Moreneta mi ha sempre accompagnato.
Grazie, Catalogna, per la tua fede!
Le mura di questo santuario potrebbero raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza che hanno contemplato nel corso dei secoli attorno alla Mare de Déu di Montserrat e sono state anche testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo.
Al loro interno sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa.
Quando il mio Predecessore, Papa Francesco, nel 2023 ha offerto la rosa d’oro a questa venerata immagine, ci invitava a considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano.
In quella stessa occasione egli ha sottolineato: «Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona» (Discorso ai membri della Confraternita della “Mare de Déu” di Montserrat, 7 ottobre 2023).
In effetti, ella suscita in noi profonde conversioni, come quella di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo.
Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
Queste parole pronunciate a Cana di Galilea contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui.
La volontà di Gesù è chiara: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17).
Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte: «Come io ho amato voi» (v.
12).
Per questo, quando Maria ci dice: «Fate quello che vi dirà», ci invita a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo.
Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza.
Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide.
Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie.
Contempliamo Maria di Montserrat che ci mostra Gesù come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo, dal momento che Lei è qui, accanto al Figlio, invitandoci ad amarci gli uni gli altri.
Deponiamo oggi ai suoi piedi le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore.
Il Bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia non porta armature e sarà Lui stesso che poi, nudo sulla croce, si abbandonerà totalmente al Padre per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore.
Alziamo lo sguardo a Maria e supplichiamola di aiutarci a rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: «Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace.
Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,14-17).
Oggi, come pellegrini a Montserrat, manifestiamo il sincero desiderio di riaffermare il nostro servizio a Dio Padre, che ci ha rivelato Gesù Cristo, il quale ci dice: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37).
Consideriamo anche come la Vergine, nella sua mano destra, regga la sfera del mondo, segno della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore.
Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione.
Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie.
E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace.
Che Maria, Madre della Chiesa, ci orienti sempre verso Gesù.
Vi invito a onorarla con queste parole:
Per i catalani sarai sempre la Principessa,
per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore;
di’ a noi: «Siete il mio tesoro,
io sono la vostra madre, non temete»
Così sia.
___________________________
Saluto del Santo Padre dal balcone dell’abbazia di Montserrat
Grazie, grazie!
Fratelli e sorelle, buongiorno!
Grazie per essere qui.
Grazie per questa bellissima manifestazione di fede.
Tutti uniti in un’unica famiglia, accolti dalla nostra Madre Maria, la Vergine di Montserrat.
La gioia, l’entusiasmo, il profondo senso di fede che stiamo vivendo in questi giorni: prima a Madrid, in questi giorni a Barcellona, in Catalogna, poi alle Canarie: tutta la Spagna piena di fede, di amore, piena di questo desiderio di lodare Dio, di rendere grazie a Dio e di essere uniti.
Grazie alla Catalogna per aver accolto tante persone provenienti da altri Paesi, perché insegna come integrare tutti in un’unica famiglia.
Grazie alla comunità di fede, alla comunità dei nostri fratelli monaci, che accolgono tutti i pellegrini che vengono a pregare Maria, nostra Signora.
Grazie a ciascuno e a tutti voi che siete qui questa mattina, per ricordare a tutti, in Catalogna, in Spagna, nel mondo, che la fede dà vita e la fede dà speranza.
Ed è Maria, che Gesù ci ha dato come Madre dalla croce, è Maria che ci accompagna, che è espressione di amore materno che ci accompagnerà sempre.
[Benedizione]
Grazie, grazie a tutti.
Data: Wed, 10 Jun 2026 10:50:00 +0200 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
grazie a tutti per la vostra accoglienza così piena di simpatia e cordialità!
Mi sento edificato dalla testimonianza che hanno condiviso Montse e Josefina.
Grazie mille.
Ringrazio anche padre Jesús per le sue parole, che mettono in luce l’impegno dei cappellani e dei volontari della pastorale penitenziaria diocesana di Sant Feliu de Llobregat.
Ogni essere umano è “degno” per il semplice fatto «di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (cfr.
Magnifica humanitas, 52).
Non esiste, quindi, alcuna situazione che induca il Signore a distogliere da noi il suo sguardo.
È una verità consolante che ci accompagna in ogni momento e che ci ricorda come il suo amore misericordioso sia sempre al di sopra di quanto bene o male abbiamo fatto.
Questo vale, in modo particolare, per voi, cari fratelli e sorelle, che portate il peso di essere lontani dai vostri cari e, inoltre, soffrite a causa della vostra attuale condizione.
Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori e penserete che non valga la pena andare avanti, «alzate lo sguardo» verso Colui che, attraverso la presenza di tante persone, non smette mai di mostrarvi il suo amore e la sua vicinanza.
Anche se l’oppressione e la tristezza segnano alcuni momenti del vostro cammino, ricordate che gli errori della vita non determinano l’identità di una persona.
Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, ci racconta il suo percorso di vita e ce ne parla: se confidiamo nella grazia divina e ce ne lasciamo guidare e trasformare, scopriamo come nella nostra vita il passato non condanni il futuro, ma ci offra la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte.
Facciamo spazio al Signore nel nostro cuore e cerchiamo il suo volto.
Lasciamoci accompagnare dal suo amore.
Aggrappiamoci a Lui, che ci invita continuamente alla speranza e ci mostra un orizzonte meraviglioso che nessuna barriera fisica può impedirci di raggiungere.
Oggi, Egli continua a parlarci nel profondo delle nostre coscienze per farci scoprire che ha la sua dimora in mezzo a noi.
Aspetta solo che gli diamo una possibilità.
Cari amici e amiche, vi invito a continuare a sognare il sogno di Dio.
A ciascuno di voi dico: Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore! Il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare.
Vi affido in modo particolare all’intercessione materna di Nostra Signora de la Merced e con tutto l’affetto chiedo al Signore di benedirvi.
Molte grazie.
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Parole del Santo Padre per accompagnare il dono dell’icona mariana
Vogliamo lasciare come dono, anche per ricordare questa visita, questa immagine della nostra Madre Maria, la Vergine che ci accompagna sempre con amore di madre e che mai dimentica i suoi figli.
La benedizione di questo momento vi accompagni sempre.
Grazie!
Data: Tue, 09 Jun 2026 20:00:00 +0200 leggi alla fonte
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
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Dialogo del Santo Padre con i Giovani
1.
Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine.
Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso.
Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo.
Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?
Grazie per questa testimonianza.
Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo.
Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio.
Si tratta di un passo davvero importante.
Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente.
Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio.
E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità.
E qui torno alla domanda con due brevi riflessioni.
La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine.
Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.
Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli.
Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.
Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro.
È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede.
Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo.
Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili.
Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.
2.
Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso.
A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita.
Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita.
Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità.
Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?
Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza.
Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato.
Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.
Nella tua domanda, hai fatto riferimento innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate.
È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali.
Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.
Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita.
Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia.
Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù ha vissuto quando si avvicinava l’ora della sua morte.
I Vangeli, nei momenti dell’Ultima Cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando il pomeriggio, che stava calando la notte, così come poco prima di morire sulla croce ci dicono che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Lc 23,44).
Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità.
In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.
Vivere questa esperienza è difficile, come testimonia più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna.
E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati.
Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
C'è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI afferma che la sua sofferenza si trasforma in preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace.
Ma penso che non possiamo farlo da soli.
Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido.
Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone.
Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza.
Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.
3.
Buonasera, Santo Padre.
Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona.
Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita.
Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga.
A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña.
All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno.
Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto.
Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo.
Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte.
Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio.
Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre.
E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?».
Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?
Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono.
È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male.
Vorrei dire anche qui due cose.
La prima completa ciò che dicevo prima sulla presenza di Dio nei momenti della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda riguardo alla tua infanzia, ma il contesto in cui si sono svolti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?
Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi.
Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – che ha radici antropologiche e culturali – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni.
Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità.
Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani.
Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.
Una seconda cosa riguarda il perdono.
Dobbiamo imparare a considerare il perdono, potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino.
Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci.
Invece non è così.
Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione.
È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore.
Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.
La riconciliazione con la storia è un processo graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza.
Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: tutto questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.
Siamo peccatori perdonati: perciò siamo in pace e siamo capaci di perdonare, capaci di essere portatori di pace.
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Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte.
Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita.
Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.
Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi.
Cerchiamo una luce che illumini il cammino.
Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede.
Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro.
Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne.
Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3).
Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita.
Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo.
Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.
Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda.
Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?
Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte.
Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è.
Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce.
Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.
Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.
Data: Tue, 09 Jun 2026 13:00:00 +0200 leggi alla fonte
Carissimi fratelli e sorelle,
con grande gioia inizio la mia visita pregando insieme a voi, in questa Cattedrale, l’Ora sesta.
Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino «voce della sposa che parla allo sposo» (Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
Sacrosanctum Concilium, 84) e «preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre» (ibid.
).
Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che «tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cor 12,13).
Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo.
La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata.
Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre.
Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la “Comunità dei santi” (cfr 1Cor 1,2) che è in Barcellona.
Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita.
La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore.
In proposito, Papa Francesco, non molti anni or sono, raccomandava a questa Comunità diocesana di «partire dall’incontro con Cristo» per crescere «in fratellanza, nell’annuncio della Buona Novella del Vangelo» (Videomessaggio in occasione dell'inaugurazione della Torre della Vergine nella Sagrada Família di Barcellona, 8 dicembre 2021), e, un anno dopo, ripeteva ai seminaristi di questa stessa Diocesi, pellegrini a Roma: «Non smettete mai di assaporare e rievocare questo amore di predilezione che si riversa e si riverserà abbondantemente nel vostro cuore […].
Non spegnete mai quel fuoco che vi renderà intrepidi predicatori del Vangelo» (Discorso alla Comunità del Seminario di Barcellona, 10 dicembre 2022).
Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono.
Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa.
Ne faceva memoria San Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’«animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti» (Angelus, Barcellona, 7 novembre 1982), e vi incoraggiava a «proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana» (ibid.
).
Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione.
E ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti.
Questo ci porta alla seconda immagine sulla quale vogliamo fermarci: quella del corpo, tema principale della Lettura che abbiamo ascoltato (cfr1Cor 12,12-13).
Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, «gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9), tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità.
Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di “stile”, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno «secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7), e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati.
È lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia.
Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga.
Sono molte le immagini con cui potremmo illustrare la varietà e l’importanza dei ruoli e delle missioni che incontriamo tra noi, ma il messaggio è sempre lo stesso: nella ricchezza dei doni ricevuti, siamo forti perché uniti, e siamo uniti perché animati dallo stesso Spirito, lo Spirito di Cristo, che è Spirito di comunione per la salvezza di tutti (cfr Ef 4,4).
È importante, perciò, per ciascuno di noi, non permettere che nulla distrugga l’unità in cui Dio ci ha costituito e verso la cui pienezza ci conduce giorno per giorno.
Barcellona è detta “Cap i Casal de Catalunya”.
Ciò dà a questa comunità, a tutti voi, Barcellonesi e Catalani, una vocazione e una responsabilità speciale a farvi, con l’aiuto di Dio, costruttori di unità.
Tra poco venereremo i resti di Santa Eulalia, Compatrona di questa Cattedrale, di questa Diocesi e di questa Città.
Sant’Agostino, parlando dei Martiri, diceva: «Non ci sembri poca cosa essere membra di quel corpo del quale sono membra anche coloro ai quali non ci possiamo paragonare […].
Siamo obbedienti allo stesso Signore […], animati dalla stessa carità e […] stretti a quella medesima unità» (Sermo 280, 6).
Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce.
Come la Vergine Eulalia e tanti altri Martiri, vogliamo rispondere il nostro “sì”, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre (cfr Mt 16,24-26).
Questo ci insegna il Crocifisso, a questo ci invitano l’Apostolo Paolo e gli esempi dei Santi, questo vogliamo fare insieme, secondo la preghiera di Gesù al Padre, durante l’ultima Cena: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23).
Ci aiuti Maria, Madre della Chiesa e Madre dell’unità ad essere fedeli a questo impegno e a questa missione: Santa Maria de la Mercè, pregueu per nosaltres.
Data: Tue, 09 Jun 2026 10:20:00 +0200 leggi alla fonte
Eminenza Don José,
carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!
Questo incontro è l’ultimo della parte madrilena del mio Viaggio apostolico, ma sono molto contento che sia con voi, volontari e volontarie, ognuno di voi e tanti che non hanno potuto essere qui stamattina.
Voi meritate un “grazie” tutto speciale, perché avete donato la vostra presenza e il vostro servizio e l’avete fatto per amore del Signore, della Chiesa e del Papa.
Grazie di cuore!
Ringrazio l’Arcivescovo e i due “portavoce” che hanno offerto le loro testimonianze, come pure coloro che hanno realizzato il video e l’esibizione musicale.
Ho saputo che fin dall’inizio la vostra risposta all’appello è stata entusiasta: in pochi giorni avete superato i numeri richiesti e così le esigenze sono state abbondantemente soddisfatte.
Avete preso giorni di ferie dal lavoro, alcuni di voi si sono dedicati per mesi a tempo pieno, ma ciascuno ha dato ciò che ha potuto, soprattutto ha dato sé stesso: cuore, mani, idee, competenze, sorrisi.
Dio vi ricompensi come solo Lui sa fare!
Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità.
Gesù ha usato l’immagine del lievito in una parabola del regno dei cieli, riportata dall’evangelista Matteo: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33).
La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili – penso al Giubileo dell’anno scorso –, è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità.
La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”.
Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale.
È la logica del Vangelo, che dice: «Se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? […] E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?» (Lc 6,33-34).
Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito.
E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.
Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo.
Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità.
Grazie di averlo testimoniato in questi giorni qui a Madrid! Grazie! Forse le statistiche non lo registreranno, ma noi sappiamo che in questi giorni, anche grazie a voi, questa città è cresciuta ed è più vicina al Regno di Dio.
Merito nostro? No! Tutta grazia sua! Questo è il segreto: l’amore di Dio, che muove il sole e gli astri e muove i cuori di coloro che hanno incontrato il Signore Gesù, il quale «disse: Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).
Sorelle, fratelli, avanti su questa strada! Con umiltà e mitezza, senza alcuna presunzione, ma saldi nella fede e generosi nel servizio.
La Vergine Maria vi ottenga di essere lievito del Regno sempre e dovunque.
Grazie! E arrivederci a Roma!
Poi, offrendo in dono il calice, il Santo Padre ha detto:
E desidero anche lasciare come dono per tutta la famiglia qui a Madrid, per tutta la comunità ecclesiale questo Calice, affinché non dimentichiamo mai ciò che celebriamo nel memoriale di Cristo che ci ha salvati.
Grazie a tutti!